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I PROTOCOLLI DEI SAVI DI SION E I “LIBRI MALEDETTI”. HA SENSO LEGGERLI?

di Michele Cotugno

I libri, nell’immaginario collettivo, e solitamente anche e soprattutto nella realtà, sono strumenti per diffondere storie, idee, conoscenze, visioni del mondo. Per diffondere, dunque, il sapere.
Eppure, non è sempre così. Ci sono dei libri nati per diffondere l’esatto opposto, per diffondere menzogne e giustificare politiche o propagande criminali. Libri che potremmo definire “maledetti” e che, se non fossero mai stati scritti, l’umanità ne avrebbe di certo giovato.
Uno di questi, il più famoso e il più foriero di tragedie, è stato senza dubbio “I protocolli dei Savi di Sion”. Un libro che, purtroppo, ha accompagnato la storia del ‘900, generando odio, ignoranza, pregiudizi e morte.
Per chi non lo sapesse, il libro è una raccolta di 24 protocolli, in cui i capi della comunità ebraica mondiale descrivono il loro piano per conquistare il mondo e porvi, alla guida, un loro sovrano. Protocolli redatti in una riunione tenutasi a cavallo tra il XIX e il XX secolo e resi noti dopo che «questi appunti furono tolti clandestinamente da un grande libro di appunti per conferenze trovati nella cassaforte del quartier generale della società di Sion, che è attualmente in Francia» secondo quel che scrisse il responsabile della pubblicazione dei Protocolli, lo scrittore russo Sergej Nilus. Questi, nell’introduzione, raccontò di aver ricevuto, nel 1901, «da un amico personale, ora defunto, un manoscritto, il quale, con una precisione e chiarezza straordinaria, descrive il piano e lo sviluppo di una sinistra congiura mondiale».
Un piano che, secondo Nilus, avrebbe provocato la caduta della cristianità, attraverso la conquista della Russia cristiana, e la venuta dell’Anticristo, incarnato, appunto, dai cosiddetti “Anziani di Sion”.

Inutile dire che di vero non c’è assolutamente nulla. Quelle pagine non sono altro che un grande falso storico (oggi parleremmo di “fake news”), creato dal plagio di opere precedenti e ideato dagli ambienti antisemitici russi e dalla polizia segreta della Russia zarista, l’Ochrana, che già in precedenza aveva promosso la redazione di articoli che individuavano negli ebrei la causa della crisi che in quel momento stava vivendo l’Impero degli Zar, reduce dall’umiliante sconfitta nella guerra contro i giapponesi e dalla diffusione del bolscevismo. Quest’ultimo, sfruttando il malcontento per l’esito del conflitto e la protesta delle minoranze, tra cui quella ebraica, per la politica repressiva adottata dalla monarchia, diede luogo alla Rivoluzione Russa del 1905.

I Protocolli, dunque, furono uno strumento utile, in questo contesto, per fornire una giustificazione alle persecuzioni avviate non solo nei confronti della minoranza ebraica, ma anche di socialisti e liberali. Questi, infatti, nel testo dei Protocolli erano accusati di portare avanti cause e teorie economiche ideate appositamente dai Savi di Sion allo scopo di creare caos e di indebolire l’impero russo, le sue tradizioni e, attraverso spregiudicate e ingannevoli operazioni finanziarie, anche la sua economia. Strumenti dell’inganno di Sion sarebbero stati, secondo i divulgatori del libro, anche la libertà di stampa e la diffusione degli ideali democratici, utili per gettare discredito sui governi dei cosiddetti “gentili” (i non appartenenti al popolo eletto), favorendo il malcontento verso di loro, secondo la classica logica del “divide et impera”. Ovviamente, secondo il piano attribuito ai Savi di Sion, tutte queste garanzie democratiche sarebbero servite solo per conquistare il potere, ma sarebbero state abolite subito dopo l’insediamento del Sovrano.

Insomma, un’autentica menzogna, un capolavoro di malafede, che tuttavia riuscì, purtroppo, nel suo scopo. La diffusione dei Protocolli contribuì a diffondere, nella popolazione russa, la rabbia verso la popolazione ebraica, individuata come nemico e capro espiatorio. Rabbia che sfociò nei pogrom, le feroci persecuzioni messe in atto ad inizio ‘900 in Russia. E, purtroppo, non solo.
Edizioni dei Protocolli iniziarono a diffondersi anche in Germania, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, in un paese duramente provato dalla pesante sconfitta militare. E a nulla servì la dimostrazione che si trattasse di un falso. Ad annunciarlo, nel ’21, fu il quotidiano britannico Times. Lo stesso che, l’anno precedente, aveva dato credito ai Protocolli e alle teorie secondo cui la Rivoluzione Russa del 1917 fosse il risultato di una congiura ebraica. Nel ’21, facendo un passo indietro, il quotidiano pubblicò un articolo che dimostrava che quel rapporto altro non era che il plagio di opere precedenti e, in particolar modo, di un libello dal titolo “Dialogo agli inferi tra Machiavelli e Montesquieu” del francese Maurice Joly. Opera scritta contro Napoleone III nel 1864, in cui, però, a complottare erano i Gesuiti.
La situazione drammatica che, agli inizi degli anni ’20 stava vivendo la Germania fu il terreno fertile per la diffusione dei Protocolli, utili alla narrazione di una sconfitta non causata da colpe tedesche, ma da un preciso piano degli ebrei. Furono citati più volte da Hitler e dalla propaganda nazionalsocialista.
«Fino a che punto l’intera esistenza di questo popolo sia basata sulla menzogna continua è dimostrato nei Protocolli degli Anziani di Sion» scrisse il dittatore tedesco nel suo Mein Kampf.
Premesse che favorirono il più grande sterminio del ‘900: l’Olocausto.

Ma i Protocolli si diffusero anche altrove. In Italia, Francia, nel Regno Unito, negli Stati Uniti, dove divenne strumento di accusa del complotto contro i contadini, messo in atto dalle élite industriali urbane. Trovarono diffusione persino in Giappone, dove, sebbene la presenza ebraica fosse quasi inesistente, servirono in funzione antiamericana. In anni più recenti, poi, è diventato anche strumento di propaganda dell’integralismo islamico, dell’estrema destra antisemita e, talvolta, persino di alcune correnti della sinistra.
Una diffusione che, a cento anni dalla loro smentita, è ancora forte, se si pensa che, nel febbraio 2019, un senatore della Repubblica Italiana, Elio Lannutti (Movimento 5 Stelle) utilizzò i Protocolli come fonte per denunciare le storture del sistema bancario internazionale.

Alla luce di tutto questo, ha senso oggi leggere un libro che non ha partorito altro che morte e distruzione? Ha senso continuare a permetterne la vendita, pur sapendo che c’è ancora chi, per malafede, per propaganda o semplicemente per semplice ignoranza, continua a dare seguito ad un cumulo di bugie?
La risposta è “sì”, per chi scrive. Specialmente in un’epoca, come quella odierna, in cui i complottismi vari si impongono sempre più in larghe sfere dell’opinione pubblica, dando vita, nel migliore dei casi a teorie senza la minima logica, degne, al massimo, di pubblico ludibrio sui social network. Nel peggiore, invece, rispolverando vecchi pregiudizi che sarebbe meglio lasciare rinchiusi nei meandri della storia.
Leggere un libro “maledetto” come i Protocolli (ma lo stesso può dirsi anche del già citato Mein Kampf), con la consapevolezza di quel che quei testi hanno provocato, può fungere, per usare una metafora in questi tempi attuale, come un vaccino contro i pregiudizi che ciascuno di noi, persino il più aperto, può inconsapevolmente avere (del resto, il successo del libro è dato proprio dalla precedente esistenza, tra la gente, di quei pregiudizi). Un vaccino che porti il lettore a riflettere su quel che quelle pagine, quei proclami, quelle parole lì contenute, su cui talvolta si potrebbe, inizialmente, persino concordare, hanno provocato, costringendo ad interrogarsi sulle proprie convinzioni a, magari, farsi un esame di coscienza.
Ovviamente, affinché questo funzioni, è necessario avere gli opportuni filtri culturali che ci impediscano di abboccare a quelle menzogne, di crederci per davvero. Filtri che solo un’adeguata conoscenza storica e una giusta contestualizzazione, da parte dei curatori delle varie edizioni, possono generare.

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