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CON LA BREXIT, L’UE DIA UGUALE DIGNITÀ A TUTTE LE LINGUE

di Carmela Moretti

Nei concorsi pubblici, in Italia, si valuta la conoscenza della lingua inglese. Le altre lingue europee non sono neanche prese in considerazione. L’ultima novità è quella del ministro all’Istruzione, Lucia Azzolina, che per l’imminente concorso per docenti ha voluto inserire nella prova preselettiva alcune domande per valutare la conoscenza dell’inglese, non più di una lingua europea a scelta del candidato, come in passato.

Che l’inglese sia una lingua universale, è una tesi facilmente confutabile. Basta dare uno sguardo alle cifre: è la terza lingua con più parlanti. La terza, non la prima, dopo un’altra lingua europea, lo spagnolo.

Si potrebbe, invece, dire che l’inglese sia oggi la lingua veicolare, e allora cominciamo a usare bene i termini, ché universale e veicolare non sono di certo la stessa cosa. E anche questa è una tesi facilmente confutabile. Veicolare di che? E soprattutto per chi? Chi sostiene questo, innanzitutto non ha un’idea democratica della lingua, ne ha una molto molto elitaria. L’inglese è certamente la lingua della tecnologia, della scienza, del turismo di massa, non è la lingua veicolare del popolo. Se avete viaggiato o vissuto in posti che non siano le metropoli europee, sapete che la stragrande maggioranza dei cittadini non conosce e non parla bene l’inglese, pretende di comunicare nella propria lingua. Ed è sacrosanto, aggiungerei io. Una lingua veicolare non è mai esistita, nemmeno il latino per certi versi lo è mai stato.

Ecco alcuni episodi semiseri tratti dalla mia esperienza privata o di persone a me molto vicine, che dovrebbero farci riflettere.

Nel mio anno di lavoro e di vita a Liegi, città belga al confine con Olanda e Germania, ho dovuto imparare – e anche in fretta – a parlare benissimo in francese. Per ottenere i documenti necessari a risiedere lì, per frequentare l’università, per trovare una casa in affitto, per andare dal mio medico curante la conoscenza dell’inglese non mi sarebbe stata affatto d’aiuto.

Ad Aquisgrana, cittadina tedesca che fu la residenza privilegiata di Carlo Magno, il mio migliore amico, che parla in inglese quasi come in italiano, ha potuto comprare un panino solo aiutandosi con dei gesti. Già, i gesti, quelli sì che sono veramente un linguaggio universale (seppur con alcune significative eccezioni di tipo culturale).

E ora veniamo all’episodio più divertente.

 

Io e la mia amica Silvia ci rechiamo in viaggio a Gand, splendida cittadina belga, dove è conservata l’opera più rappresentativa dell’arte fiamminga, “Il polittico dell’Agnello mistico” di Jan van Eyck. Scendiamo dal treno e subito ci accorgiamo che le indicazioni stradali sono tutte in fiammingo, non c’è una traduzione nella lingua veicolare per eccellenza, l’inglese. Proviamo a destreggiarci come meglio possiamo, di sicuro eravamo certe che non ci saremmo perdute.

 

«Guarda, Silvia, secondo me per il centro dobbiamo andare di lì. Vogliamo provare?»

«Bah, proviamo a chiedere a quel signore lì…»

«Chiedere??? Ma come? Noi non parliamo fiammingo e ci esprimiamo malissimo in inglese. Non facciamo queste figuracce, tentiamo a caso…», rispondo io, sconcertata.

«Guarda che quel signore lì è italiano. Si vede dalla faccia. Vuoi scommettere?», incalza lei.

Ci avviciniamo, io sono già rossa dall’imbarazzo, lei scoppia a ridere, prima proviamo con il francese, che spesso si rivela una carta vincente, poi con un inglese “maccheronico”.

«Ma guardate che io sono italiano», risponde solerte il nostro salvatore, «Per il centro dovete andare di là».

Esultiamo. «Ah, parla italiano? Complimenti!». Sembravamo Totò e Peppino nella scena in cui i fratelli Caponi chiedono informazioni a un vigile urbano di Milano, nel film “Malafammina”. E ciò è accaduto nella parte fiamminga del Belgio, vale a dire nel cuore dell’Europa.

Bene, tutto questo per dire che studiare l’inglese è certamente importante. In alcuni settori lavorativi è fondamentale e nella vita quotidiana spesso ci aiuta a trarci d’impaccio. La possibilità di studiarlo, dunque, non è da mettere in discussione. Non ci sembra giusto, però, soprattutto all’indomani dell’uscita dell’Inghilterra dall’Unione europea, che la lingua britannica continui ad avere maggior peso delle altre in certi contesti, come per esempio i concorsi pubblici. Ogni lingua europea ha una sua storia, è ricca di fascino, merita di essere conosciuta e apprezzata.

L’auspicio è che a tutte – o a molte di loro – l’UE riconosca la stessa dignità.

 

 

 

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