“APOLIDE”, LA STORIA DI DABO NEL CORTO DI ALESSANDRO ZIZZO

di Maria Pia Ferrante

Apolide. Da “a-polis”; l’alfa negativo; indispensabile a raccontare una storia tenera e commovente.

Dalla penna e dall’obiettivo del regista Alessandro Zizzo, “Apolide” narra con delicatezza incisiva la storia di Dabo Mohammed Lamine; un giovane africano che come tanti suoi conterranei, lascia la Guinea con l’obiettivo di raggiungere la Francia. Passeggero di un viaggio traghettato dal destino che ciba quotidianamente le cronache, per raggiungere la meta, il prezzo da pagare (oltre a quello in denaro) è una inenarrabile permanenza in Libia che antecede il raggiungimento delle coste italiane.

E qui, nel 2016, il suo viaggio si ferma. O almeno è quello che dovette pensare proprio quando un malore che aveva fatto presagire – con quel lassismo che firma il pregiudizio – una tubercolosi, fa da campanello d’allarme per la diagnosi di un cancro ai polmoni. La rinascita. Dabo (ruolo affidato a Alassane Sadiakhu) è un ragazzo che ha da poco superato i venti anni, con una prestanza fisica che giustifica i suo trascorsi da calciatore appassionato; Domenico Galetta (interpretato da Paolo De Vita) un oncologo barese dell’IRCSS Giovanni Paolo I I di Bari, con una conoscenza del francese che richiede l’ausilio di un traduttore (nel cast, la francese Ludivine d’Ingeo) e una passione per il calcio sì, ma da tifoso.

Le vite di entrambi cambiano come con un colpo di rabona che suggella un’amicizia inattesa e indissolubile. Dabo viene sottoposto a una terapia di nuova generazione che determina un’ ‘addormentamento’ dei processi metastatici; impara presto a parlare l’italiano e, costretto nell’ospedale pugliese, entra a far parte della vita di Galetta che ne diventa padre e pigmalione.

Zizzo, già vincitore di diversi premi tra cui quello AIOM con “La morte del sarago” riscrive in meno di 16 minuti la storia di una amicizia attraverso la membrana osmotica che fa da specchio all’attualità, ma anche una testimonianza della deontologia di una professione, quella medica, che veste un solo colore, quello del camice bianco.

Questo cortometraggio è anche la prova del coraggio e della determinazione di Dabo; il racconto che cristallizza il concetto di resilienza attraverso la pazienza e la volontà di un ragazzo che nel segno della gratitudine, convive con una malattia che è tenuto a monitorare, riesce a laurearsi e a trovare un lavoro da intermediatore per continuare a pagarsi gli studi che sogna lo conducano a rivestire un ruolo diplomatico per il suo Paese di origine.

Con sapienza narrativa il regista porta sullo schermo una storia vera, documentata tra gli altri dall’attrice brindisina Lidia Cocciolo. Al fianco di Alessandro Zizzo e del suo aiuto regista Giuseppe D’Oria, il direttore di produzione Gregorio Mariggiò, supportato da Massimo Cosma, il direttore della fotografia Pietro Cinieri, il tecnico del suono Marco Rollo, mentre il montaggio è di Fabrizio Manigrasso.

Prodotto da Sinossi film, Agorà, con il supporto di Apulia Film Commision, è stato presentato lo scorso martedì 2 aprile presso l’ IRCSS Giovanni Paolo II di Bari alla presenza del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e del sindaco di Bari Michele Decaro. Dopo aver sceneggiato, diretto, prodotto numerosi cortometraggi e vinto diversi premi e riconoscimenti, Zizzo porterà in autunno sul grande schermo il suo primo lungometraggio “L’ultimo giorno del Toro”.

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