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ALLA SCOPERTA DEL MITO: LA DISTANZA TRA GLI AMANTI

a cura di Colella Gabriele

Nella molteplicità di motivi e di suggestioni offerte dalle Heroides di Ovidio, focalizzo l’attenzione sul tema della distanza tra gli amanti. La scelta del motivo è stata suggerita dalla forma epistolare dei componimenti ovidiani: la lettera è, per sua stessa natura, il medium comunicativo atto a colmare una distanza. Indagare il modo in cui le eroine esprimano le proprie querelae e cerchino di vincere il dolore causato dal tradimento, dall’oblio e dalla lontananza dell’uomo amato è imprescindibile.

Sono tre le epistole di eroine in cui una coniunx, in riferimento a un momento decisivo della sua vita tormentata, quello del commiato dall’uomo, si lamenti della distanza che la separa dal proprio marito: quella di Ipsipile a Giasone (her. 6), quella di Medea a Giasone (her. 12), quella di Laodamia a Protesilao (her. 13).

Nella sezione centrale della sesta epistola, Ipsipile rievoca il tempo trascorso insieme con Giasone: il momento in cui ha accolto lui e i suoi sull’isola di Lemno; quello in cui l’uomo, nel congedarsi dalla sposa, rinnova le sue promesse di fedeltà; per ultimo, ma più straziante di tutti, rievoca il momento dell’allontanamento definitivo del marito. La distanza dallo sposo è malinconicamente evocata dalle parole:

   terra tibi, nobis aspiciuntur aquae (her. 6, 68)

Medea e Giasone. Beaumont Claudio Francesco, XVIII sec.

Fanciulla innocente e ancora innamorata dell’uomo che l’ha tradita, anche Medea ripercorre con lo spirito lacerato, similmente a quanto fa Ipsipile, il fatale incontro con Giasone, le prove cui il giovane è stato sottoposto, l’abbandono del coniuge:

tristis abis; oculis abeuntem prosequor   udis (her. 12, 55)

Laodamia, invece, ripensa sin dall’inizio della lettera al momento del triste commiato dal marito. È l’immagine del vento a stimolare le prime riflessioni della coniunx e a ricordarle la partenza dello sposo. La lontananza emerge in tutta la sua dolorosa evidenza nello sguardo dell’eroina, tenacemente avvinto a quello del marito e poi della sua nave, di cui segue, finché può, il lento e inesorabile allontanarsi in mare:

Dum potui spectare virum, spectare iuvabat,
sumque tuos oculos usque secuta meis;
ut te non poteram, poteram tua vela videre,
vela diu vulnus detinuere meos;
at postquam nec te nec vela fugacia vidi,
et quod spectarem nil nisi pontus erat,
Lux quoque tecum abiit, tenebrisque exsanguis obortis
succiduo dicor procobuisse genu. (her. 13, 17-24)

Da sottolineare, in questi versi, l’importanza dei verbi di percezione visiva, vero e proprio filo rosso che lega le tre scene di distacco dai mariti. Alla sfera semantica del “vedere”, infatti, è dato giusto rilievo tanto da Ipsipile con il pentasillabico aspiciuntur, quanto da Medea con prosequor, ma, soprattutto, con il riferimento agli udi oculi che seguono Giasone condannato a morte da Eeta. I riferimenti al lessico visivo ricorrono frequentemente anche nelle parole di Laodamia, che adopera in sette versi una vasta gamma di verbi e di sostantivi afferenti a tale campo semantico: spectare, videre, sequi, detinere.  Mentre videre è sostanzialmente sinonimo di aspicere, sequi sembra, d’altro canto, far riferimento più che altro all’atto di seguire con la vista qualcosa o qualcuno in movimento: viene adoperato, infatti, da Laodamia che accompagna con lo sguardo gli occhi di Protesilao che pian piano, muovendosi, scompaiono all’orizzonte; detinere  si riferisce alle vele della nave del marito, che trattengano momentaneamente gli occhi della sposa che guarda; spectare, invece, ha un significato molto più intenso. È degno di nota il fatto che spectare sia riferito esclusivamente a virum e a pontus, quasi costituiscano i soli due elementi che, intensamente e a lungo osservati, si imprimeranno nella mente della moglie a ricordo dello sposo. Le vele sono fugacia, fuggono via rapide. Inoltre, mentre nelle parole di Ipsipile la distanza tra i coniugi è suggerita dall’allontanarsi reciproco di terra (guardata dall’uomo) e delle acque (guardate dalla donna), nel lamento di Laodamia, è solo la moglie a guardare il mare dove il marito si sottrae, infine, alla sua vista.

Merita una riflessione, dunque, il fatto che nella lettera scritta da Laodamia al suo Protesilao, il momento dell’abbandono dell’uomo venga trattato con particolare attenzione, molto più di quanto si possa affermare per Ipsipile e Medea: alle due eroine basta un solo verso per alludere alla partenza dell’amato Giasone. Le parole di Laodamia, invece, testimoniano l’amaro struggimento della donna alla vista dell’allontanamento dell’uomo amato di cui segue, finché le è concesso, la partenza. Quella della donna è la volontà di dare l’ultimo saluto al marito, come se ne presagisse l’imminente morte, come se avvertisse l’impossibilità di stringerlo ancora fra le sue braccia.

Al tema della distanza è, in effetti, legato a doppio filo quello del ritorno dell’eroe o, piuttosto, quello dell’ipotesi del ritorno dell’eroe, ora prefigurato, ora implorato dalla moglie. Il motivo accompagna il lamento di non poche coniuges. Cito un solo verso:

tu citius venias, portus et ara tuis (her. 1, 110)

Ulisse e Penelope. Francesco Primaticcio, XVI sec.

L’epistola scritta da Penelope volge al termine. La sezione finale accoglie le preghiere, le suppliche, le speranze della coniunx tormentata: la donna spera che il marito torni in fretta, porto e altare per i suoi cari. Ulisse deve essere porto, luogo sicuro dove i suoi cari possano trovare riparo, presumibilmente, dai proci, che infestano la sua reggia.

Seconda citazione:

       Nihil rescribas attinet: ipse veni! (her. 1, 2)

La lettera si è appena aperta: specificare, da parte di Penelope, che sia proprio lei a scriverla e a mandarla al suo uomo è l’occasione ideale per ribadire, al tempo stesso, che nulla le importa di una risposta: l’importante è che venga Ulisse. Il verso è stato variamente interpretato. Non è mancato chi abbia visto riflesso un segnale della differenza tra la Penelope descritta da Omero e quella delle Heroides di Ovidio. Secondo una tale interpretazione, l’idea omerica della moglie assolutamente fedele e devota al marito, viene lievemente rimodellata e lascia posto, in Ovidio, a una Penelope non troppo convinta della sincerità del suo uomo, pronta a biasimarne le menzogne, a lamentare gli inganni di cui patisce, impotente. A Penelope nulla importa che Ulisse risponda, menzognero, alla sua lettera; si augura che il marito non indugi ulteriormente e torni da lei.

Appena accennato è anche il ritorno di Oreste da parte di Ermione, in due soli versi:

Nec tu mille rates sinuosaque vela pararis
nec numeros Danai militis; ipse veni! (her. 8, 23-24)

Morte di Neottolemo dopo il duello con Oreste per la mano di Ermione. Affresco di Pompei.

Preoccupata per la propria sorte, impotente rispetto al volere paterno, incapace di sottrarsi a Pirro, Ermione scongiura Oreste di tornare, e di prestarle aiuto. Inice non timidas in tua iura manus! (v. 16), esorta la donna, ricorrendo a due espedienti diversi per richiamare a sé il marito: la provocazione e l’exemplum di Menelao. Com’è possibile – chiede Ermione al suo sposo – che se gli vengono sottratte le giovenche, impugna le armi e, invece, se gli vien sottratta la moglie, rimane indifferente? Ma, soprattutto, la donna esorta Oreste a seguire il modello di Menelao che ha riconquistato Elena a lui sottratta ingiustamente.

La struttura adoperata da Penelope ed Ermione è proprio la stessa: ipse veni!. Al di là del verbo assai poco suscettibile di varia interpretazione, inequivocabile nella sua perentorietà, ipse merita qualche riflessione in più. Si tratta, a ben vedere, di un’equivalenza a livello del significante ma non rispetto al significato. A Penelope nulla importa che la raggiunga una lettera dell’amato; che venga anzi Ulisse, venga lui e non altro, o altri. Alla moglie promessa ad Oreste, invece, importa che venga il marito da solo, senza la mobilitazione di eserciti, senza l’aiuto di alcuno. Stessa soluzione espressiva, due interpretazioni differenti: un’esemplare dimostrazione della capacità di Ovidio (imitator sui per eccellenza) di imitare la sua stessa scrittura, ogni volta conferendo una sfumatura diversa alle sue stesse parole.

Agli antipodi dei casi appena passati a rassegna, nelle parole di Laodamia, invece, la speranza del ritorno dell’amato emerge massicciamente, a più riprese invocata:

Causa tua est dispar : tu tantum vivere pugna,
inque pios dominae posse redire sinus (her. 13, 77-78)
 

La paura, il timore per la sorte del marito sono il Leitmotiv del cuore di her. 13. Consapevole dei rischi cui il suo uomo va incontro, Laodamia lo invita alla prudenza. La donna insiste, in questo frangente, sulla singolarità del marito: sa che, differentemente da Menelao, che combatte per riconquistare la moglie a lui sottratta, il suo uomo anzi combatte per un obiettivo diverso, e cioè tornare tra le sue braccia. Ella sa che la causa del marito è dispar (v. 77), ‘diversa’ da quella di Menelao, ma, presumibilmente, da quella di tutti i greci se è vero che Protesilao fortius […] potest multo, quam pugnat, amare (v. 83); se è vero che bella gerant alii, Protesilaus amet! (v. 84). Insomma, Protesilao, nella mente della moglie, è unico in tutto. In tutto questo si cela innegabilmente un tocco di  ironia. Se esiste, infatti, qualcosa per cui Protesilao si rivelerà unus, ‘unico’, sarà il fatto che egli morirà per primo. I tentativi della moglie di ribadirne l’unicità per altri aspetti e di richiamare a sé il primo tra i greci destinato a morire, non possono che sortire un effetto comico.

Prendo ora in considerazione la seconda ricorrenza del motivo del ritorno dell’amato in her.13:

   Quando ego, te reducem cupidis amplexa lacertis,
languida laetitia solvar ab ipsa mea?
Quando erit , ut lecto mecum bene iunctus in uno
militiae referas splendida facta tuae?
Quae mihi dum referes, quamvis audire iuvabit,
multa tamen rapies oscula, multa dabis (her. 13, 115-120)

La partenza di Protesilao. François Léon Benouville, XIX sec.

 La notte, lamenta Laodamia, è ben più insopportabile del giorno per le donne che, come lei, non possono godere del caloroso affetto del marito. Di notte, infatti, si lascia vincere da sogni ingannevoli e da vane speranze. Solo il ritorno di Protesilao significherà, per Laodamia, la fine dei suoi tormenti. Il passo riportato si caratterizza per uno spiccato “sexual element” (com’è stato notato). Laodamia in effetti è l’unica, tra le mogli che scrivono ai mariti, a lasciarsi trasportare dalle proprie fantasie e desideri, allorquando la vediamo prefigurare, con sguardo trasognato, il ritorno dell’amato. L’idea dell’abbraccio, quella del dialogo con il marito e soprattutto dei baci a lui rapiti, si insinuano nella scrittura: la penna della coniunx si carica così di una nota erotica tutt’altro che indifferente, molto più spiccata che nelle epistole delle altre mogli, maggiormente preoccupate a ottenere il ritorno del marito, che ad abbandonarsi al ricordo dell’amore consumato in passato.

Inoltre, presa dal timore che il marito non possa più tornare, Laodamia richiama indietro (anche se subito dopo se ne pente). Si tratta di un unicum tra le epistole. Laodamia è l’unica che si rivolga a tutti i Greci (e non esclusivamente al marito):

              Dum licet, Inachiae vertite vela rates! (her. 13, 134)

 

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