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ALFREDO VASCO, “MUSEO PANDEMIA – IL COMPLEANNO”, EDIZIONI TABULA FATI, 2020

di Francesco Monteleone

Negli ultimi anni, quelli precedenti il punitivo 2020, il commediografo recitante Alfredo Vasco si era impegnato molto nella messa in scena dei ‘classici’, cioè quelle opere fuori dal tempo che rinnovano la loro importanza, mentre il tempo stesso vorrebbe invecchiarli. La sua azione era duplice, sincera e inclusiva: per gli ammiratori più anziani gli bastava confermare la sua fedeltà alla tradizione, innovando con lo spirito giusto l’ottima prosa e gli indefettibili intrecci del teatro classico. Per i giovani che non conoscevano il senso e la profondità del teatro si impegnava a spalancare le porte del futuro, cancellando le frontiere culturali e praticando il nomadismo linguistico.

Cosi conoscevamo Vasco, fino a dicembre di quest’anno, quando ci ha consegnato 3 pièce rassegnate ad esser libro che, mentre le leggiamo, disturbano la nostra quiete, accidentata oltremodo dall’isolamento sociale. Perché un artista continuamente a caccia della pura imperfezione del Male negli esseri umani ha sentito la spinta a ripresentarsi in pubblico con tanta ulteriore durezza? Perché come terapia alla pandemia ci butta addosso tre soggetti raccapriccianti?

“IL CILINDRO”: è una vicenda scabrosa nella quale viene rappresentato l’ampio spettro della sessualità non convenzionale, con tre personaggi da penitenziario. Dialoghi con venature di perversione, un’aggressività verbale animalesca e mai una linea di poesia, dalla prima battuta all’ultimo suono. Finita la lettura, con il groppo in gola, viene voglia di andare al sole a respirare, chiedendosi: chi sarà quel pazzo che metterà in scena questo testo senza limiti di senso?

“AGFAR”: due militari galleggiano tra le dune di un deserto che gli scorre all’indietro, cercando di arrivare ad una meta. Uno è ferito, perciò viene trascinato dall’altro. I due personaggi interagiscono per salvare una vita, essendo esposti ai pericoli di una natura dirompente, ma dai loro dialoghi secchi non si capisce mai, se non alla fine, chi è il creditore famelico e chi è il debitore meritevole. Vasco, per la lettura di questo secondo testo, ci risparmia altri elevati costi di accesso psichico, ma non rinuncia a farci sprofondare nell’angoscia esistenziale. La sua storia ha una rapida evoluzione verso la tragedia, senza che venga valorizzata una virtù, nemmeno per gioco. Opportunismo, ferocia, sadismo sono i sentimenti di questo spettacolare alleanza tra due destini malefici. Il finale è apparentemente fiabesco, ma il nostro buon senso è messo a dura prova da brividi incandescenti.

IL COMPLEANNO: è la terza pièce che segnala il titolo della trilogia. Un uomo e una donna, in una tremante condizione di segregazione, provano a festeggiare un anniversario, non si sa di chi; per tutto il tempo nel quale dialogano le parole più usate sono quelle che oggi noi sentiamo ad ogni ora, da ogni bocca e in tutti i telegiornali: contagio, difenderti, infettati, milioni, paura, malattie, asfissiante, epidemiologi, distanze, maschere, Dio… Vasco immagina il lifestyle di una società che finirà in costante pandemia, ma per sottrarci allo spavento ci fa sentire il ritmo di un paio di cuori semicaduti nell’amore, che rimembrano e si accontentano di quel che fu.

Recensire un copione teatrale è come leggere gli ingredienti di una ricetta in una rivista. Puoi immaginarne gli effetti, ma manca la prova fisica, l’assaggio, il sapore e, parlando di teatro, mancano le emozioni. Chissà se saranno mai messe in scena queste proposte d’avanguardia che nascondono, nel loro interno, il segreto dell’insuccesso economico. Difatti non conviene allestire uno spettacolo per poi ritrovarsi a fare poche repliche. I clienti del teatro commerciale, la maggioranza assoluta, considerano essenziale divertirsi – senza pensare, mentre gli autori valorosi si divertono a far pensare; insomma è come volere la morbidezza dall’acciaio o la durezza dall’acqua. Forse è per questa ragione che Alfredo Vasco, uno dei luminosi e visibili satelliti del pianeta teatrale, ha cercato di far rumore con le parole scritte, nell’era dei sipari sepolti.

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