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A TAVOLA CON… MARINETTI

a cura di Trifone Gargano

Modellato sul primo manifesto del Futurismo, pubblicato a Parigi nel 1909, sul giornale «Le Figaro», fu lo stesso Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del movimento, a redigere e a pubblicare il «Manifesto della Cucina Futurista», sulla rivista «Comoedia», il 20 gennaio del 1931 (poi, raccolto in volume nell’anno successivo, per i tipi Sonzogno), firmandolo però con il poeta Fillìa (al secolo, Luigi Colombo, pittore e poeta molto attivo nel gruppo di Torino, autore, sempre con Marinetti, anche di un «Manifesto dell’arte sacra», nel 1931).

Il «Manifesto della Cucina Futurista», sempre con il solito stile provocatorio, e con il gusto per il paradosso e per la pugna verbale, raccoglie pensieri bellicosi (contro la pastasciutta e contro la tradizione culinaria italiana), e inneggia alla nascita di un gusto multisensoriale, che accosti, cioè, i sapori della nuova cucina con le musiche, con la poesia e con gli odori. Olfatto, vista, udito, tatto… nella prospettiva, appunto, multisensoriale dell’arte futurista.

Con stile regolativo, il «Manifesto della Cucina Futurista» impone l’abolizione della pastasciutta, della forchetta, del coltello, dei condimenti tradizionali, del peso e del volume degli alimenti. Al tempo stesso, impone la nascita di «bocconi simultaneisti e cangianti», chiamando all’opera i chimici, che avrebbero dovuto, evidentemente, inventare nuovi sapori, pillole e composti sintetici vari, per sostituire il cibo vero e proprio.

Nella polemica contro la pastasciutta, oltre all’atteggiamento tipico di Marinetti e di tutto il movimento futurista di ergersi, cioè, a dissacratori delle tradizioni italiane, molto probabilmente c’è pure da cogliere una eco di snobistica acrimonia nei confronti di un altro libro di successo di quegli anni, e cioè Il Giornalino di Gian Burrasca, di Vamba (pseudonimo di Luigi Bertelli), uscito a puntate tra il 1907 e il 1908, poi pubblicato in volume nel 1912, con grandissimo successo di pubblico. Il Giornalino, infatti, dopo il libro Cuore, di Edmondo De Amicis, e dopo Pinocchio, di Collodi, fu il libro più venduto e letto da parte di quella che potrei definire, con duplice significato, l’Italia bambina. Lettura scolastica e domestica. È arcinoto, infatti, nelle rocambolesche avventure raccontate da Vamba, il favore accordato dal piccolo Gian Burrasca (Giannino Stoppani) nei confronti dei buoni cibi e delle buone pietanze tradizionali, e, in modo particolare, nei confronti della «pappa col pomodoro»,

emblema della cucina fiorentina e toscana. Piatto tanto desiderato e richiesto dai bambini di quel collegio nel quale è stato “recluso” il piccolo esuberante Giannino, detto Gian Burrasca dai suoi stessi familiari, da spingerli, capitanati proprio da Gian Burrasca, a sabotare la cucina del collegio, fatta da un unico, immangiabile, piatto, e cioè la minestrina di magro.

Anche nelle Avventure di Pinocchio, di qualche decennio precedente (uscito in volume, infatti, per la prima volta nel 1883), i cibi che l’eterno affamato burattino e poi bambino desidera e sogna sono sempre cibi succulenti e tradizionalissimi. Basti pensare ai gustosissimi dolci del Paese dei Balocchi, o alla sontuosa cena del Gatto e della Volpe, a spese dell’ingenuo Pinocchio, presso la locanda del «Gambero rosso», o ai panini al burro della Fata Turchina, ai suoi confetti deliziosissimi.

Nel romanzo Cuore di De Amicis, che è del 1886, la rappresentazione del cibo è relegata alla fascia dei poveri, di quella povera gente, cioè, che chiede l’elemosina per strada, e che rischia tutti i giorni di non aver nemmeno un tozzo di pane da offrire ai propri figlioli. La cucina di De Amicis è, dunque, una cucina intrisa di odori poveri, con cavoli e zucche come condimento di sughi miseri.

Sembra che l’idea di redigere un manifesto della cucina futurista sia nata nella mente di Marinetti la sera del 15 novembre 1930, in un ristorante milanese, la «Penna d’oca», alla fine di una cena, durante la quale, appunto, Filippo Tommaso Marinetti bollò gli spaghetti come «vivanda passatista», e si autoconsegnò l’arduo compito di rivoluzionare la cucina italiana, legata ancora al razionalismo elitario di Pellegrino Artusi. Dopo più di vent’anni, dunque, dal lancio del primo manifesto futurista, Marinetti ritenne che fosse giunto il tempo di lanciare la sfida anche alla tradizione culinaria italiana, con la sua rivoluzionaria «aerocucina», con serate a tema organizzate nei migliori ristoranti di tutta la Nazione (Brescia, Novara, Roma), ma anche al di fuori dell’italico suolo (Parigi, Tunisi…). I menu della nuova cucina futurista coniugavano sapori e visioni evocative, pittoriche e poetiche: dai panini Soffici, ai tim-tim Balla, gusto vaniglia, accompagnati da Boccioni di vino. A ben riflettere, comunque, il risultato di questi menu era più una delizia per gli occhi, che per il palato. Si trattava, sì, di «aerovivande», ma, francamente, poco (o per niente) commestibili.

In perfetta coerenza con la coeva linea autarchica del Fascismo, il «Manifesto della Cucina Futurista» s’impegnò anche sul versante linguistico, italianizzando alcuni nomi. Fu il caso, per esempio, di «cocktail», che divenne «polibibita»; di «bar», che divenne «quisibeve»; di «sandwich», che divenne «traidue»; di «picnic», che divenne «pranzoalsole»; e così via.

L’abolizione della pastasciutta, tra le altre motivazioni, ne vantava anche una di carattere sovranista, come diremmo oggi, nel senso che si proponeva di liberare il mercato gastronomico italiano dalla tirannia dell’acquisto del grano straniero, per favorire, di contro, quei cibi basati invece sul riso prodotto in Italia.

Di positivo c’è che nella cucina italiana di quegli anni, e anche di oggi, tornarono di moda alcuni liquidi come la violetta, la verbena o le essenze di rosa. Acquistò una certa dignità il gusto dolce-salato di talune «aerovivande» piuttosto ardite. Da notare, per il «carneplastico», diventato quasi immagine simbolo dell’intera cucina futurista, accostamento sintetico di «orti, giardini e pascoli italiani», che dava forma a una specie di grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita, ripiena di ben undici verdure cotte, e sostenuta da un anello di salsiccia, come basamento, che ricorda molto (ma molto) da vicino l’odierno e poco sovranista kebab. Come curiosità, aggiungo che l’idea del «carneplastico», la sua stessa creazione plastica, fu opera del pittore Fillìa, per rendere omaggio alle diverse regioni italiane, ai suoi paesaggi. Di qui, l’idea di riempire questa polpetta cilindrica con ben undici verdure cotte; il tutto, sormontato da uno spessore di miele, e sostenuto, alla base, oltre che dall’anello di salsiccia, da tre corone o sfere dorate di carne di pollo.

Già nel 1913, Carlo Carrà, pittore futurista e docente presso l’accademia di Brera, aveva accostato, nel suo Manifesto sulla pittura futurista, appunto, i suoni, i rumori e gli odori. La dimensione multisensoriale fu il tratto distintivo di tutto il movimento futurista, come approccio alla realtà, non solo all’arte, di carattere multi-codale, diremmo oggi, con linguaggio aggiornato, da epoca digitale, per sua natura non più mono-codale e mono-mediale, ma multi-reticolare e multi-mediale. E questo è ciò che sopravvive, in tutti i Manifesti futuristi, al di là delle polemiche storiche, e delle zavorre ideologiche (fasciste) che spesso li caratterizzarono. Nota è infatti l’affermazione (rivoluzionaria e solenne) di Carrà, secondo la quale noi umani

«si pensa si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia»

Nelle intenzioni, la cucina futurista avrebbe dovuto modellare i corpi degli italiani come corpi agili e trasparenti, pronti, cioè, a utilizzare i nuovi treni di alluminio, leggerissimi e aerei, che avrebbero dovuto sostituire di lì a poco, nei proclami profetici e utopici dei futuristi, i pesanti treni di ferro, di legno e di acciaio. Come si può ben notare, al fondo dei discorsi e dei manifesti futuristi resta il mito della velocità (e dell’aeroplano), già presente nel primo manifesto fondativo del movimento (1909). In questa prospettiva, allora, la pastasciutta non poteva che diventare il bersaglio polemico privilegiato dei teorici della cucina futurista, in nome dell’edificazione dell’uomo nuovo (e della società nuova). Il consumo di pastasciutta, secondo Marinetti, provocherebbe negli italiani

«fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo»

Ecco, qui di seguito, il decalogo del perfetto pranzo futurista:

1. Un’armonia originale della tavola (cristalleria vasellame addobbo) coi sapori e colori delle vivande

2. L’originalità assoluta delle vivande

3. L’abolizione della forchetta e del coltello per i complessi plastici che possono dare un piacere tattile prelabiale;

4. L’uso dell’arte dei profumi per favorire la degustazione. Ogni vivanda deve essere preceduta da un profumo che verrà cancellato dalla tavola mediante ventilatori

5. L’uso della musica limitato negli intervalli tra vivanda e vivanda perché non distragga la sensibilità della lingua e del palato e serva ad annientare il sapore goduto ristabilendo una verginità degustativa

6. L’abolizione dell’eloquenza e della politica a tavola

7. L’uso dosato della poesia e della musica come ingredienti improvvisi per accendere con la loro intensità sensuale i sapori di una data vivanda

8. La presentazione rapida tra vivanda e vivanda, sotto le nari e gli occhi dei convitati, di alcune vivande che essi mangeranno e di altre che essi non mangeranno, per favorire la curiosità, la sorpresa e la fantasia

9. La creazione dei bocconi simultanei e cangianti che contengano dieci, venti sapori da gustare in pochi attimi […]

10. Una dotazione di strumenti scientifici in cucina: ozonizzatori che diano il profumo dell’ozono a liquidi e a vivande, lampade per emissione di raggi ultravioletti (poiché molte sostanze alimentari irradiate con raggi ultravioletti acquistano proprietà attive, diventano più assimilabili, impediscono il rachitismo nei bimbi, ecc.) elettrolizzatori per scomporre succhi estratti ecc. in modo da ottenere da un prodotto noto un nuovo prodotto con nuove proprietà, mulini colloidali per rendere possibile la polverizzazione di farine, frutta secca, droghe ecc.; apparecchi di distillazione a pressione ordinaria e nel vuoto, autoclavi centrifughe, dializzatori […]

Alcuni suggerimenti del «Manifesto della Cucina Futurista» sopravvivono ancora oggi. Come, per esempio, l’integrazione dei cibi con additivi e conservanti; o come l’utilizzo, in cucina, di alcuni strumenti tecnologici (per tritare, emulsionare, polverizzare). La Nouvelle cuisine, qualche decennio dopo, avrebbe tratto dal quel Manifesto molti suggerimenti, in tema di presentazione di un cibo (l’impiattamento); per la cura del dettaglio, nella forma e nei colori delle pietanze; e così via.

Ricetta per una rivisitazione contemporanea del carneplastico

Ingredienti: – 1 grande lonza di maiale accuratamente pulita e sgrassata – 1 rotolo di salsiccia, circa 600 gr – 400 gr circa di pollo o tacchino tritato – 11 diverse verdure di stagione (cavolfiore, carciofo, porro, carota, melanzana, radicchio, taccole, peperone verde e rosso, ecc.) tagliate a listarelle – 1 pezzo di zenzero tritato – 2 uova – 1 grande patata bollita e pelata – miele cristallizzato al peperoncino – 100 gr di parmigiano grattugiato – farina – pangrattato – olio d’oliva e di semi e sale

Link per le ricette futuriste: https://urly.it/37jw3

Per chi volesse approfondire la conoscenza della cucina di Pellegrino Artusi (1820-1911), scrittore e gastronomo, autore, tra l’altro, del notissimo La scienza in cucina e l’arte del mangiar bene (1891), fare click sui seguenti link: https://it.wikipedia.org/wiki/Pellegrino_Artusi https://it.wikipedia.org/wiki/La_scienza_in_cucina_e_l%27arte_di_mangiar_bene

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