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A TAVOLA CON… L’UNICO, INIMITABILE GABRIELE D’ANNUNZIO

di Carmela Moretti

Di quale piacere parla “Il piacere” di Gabriele D’Annunzio?
Da amanti della buona tavola, siamo andati pedissequamente a caccia – nelle oltre quattrocento pagine in cui ci siamo rintanati per settimane – di un pur minimo riferimento al peccato capitale che più ci è caro, la gola. Ne siamo usciti alquanto delusi e a digiuno, ma in compenso molto affaticati nella mente e nello spirito, giacché l’opera più rappresentativa del dannunzianesimo è a tratti un macigno davvero indigesto.

Com’è fatua e vacua l’esistenza degli aristocratici, specie di quelli il cui splendore è ormai al crepuscolo! Vita mondana, modi affettati, oggetti raffinatissimi, parole artificiose e… niente più. Né un briciolo di amore vero né vero dolore sembra esserci nell’esistenza di questi personaggi, che si muovono imbellettati tra le vie, i palazzi, i giardini di una magnificente Roma sul finire del XIX secolo.
Soprattutto, ciò ch’è peggio, in questo romanzo non si mangia mai. Il cibo non viene mai citato o descritto direttamente, poiché l’estetismo dannunziano contempla certamente la forma, ma evidentemente trova disdicevole indugiare troppo nella sostanza.
Così, in quel “perfettissimo teatro” che è la casa di Andrea Sperelli, “ultimo discendente d’una razza intellettuale”, Elena Muti versa un poco di acqua sul tè e vi aggiunge due zolle di zucchero. Lo sorseggia ancora fumante, mentre il suo sorriso viene velato dalle lacrime, segno dell’imminente addio al suo amante. Lo stesso fa Sperelli, prima di sfidare in un teatrale duello il suo competitor in amore, Giannetto Rutolo: con sicumera – e pregustando una vittoria che nei fatti non ci sarà – prende due tazze di tè e qualche biscotto leggero.

Raffigurazione di Andrea Sperelli

L’unico sussulto, nel corso di questa nostra ardita lettura, lo proviamo quando giungiamo al passo in cui viene descritto il pranzo in casa della marchesa Francesca d’Ateleta, cugina di Sperelli. Come sempre accade in D’Annunzio, l’attenzione è riservata ai dettagli ed è maniacale. «Ella metteva più cura nella preparazione di una mensa che in un abbigliamento», ci rivela il narratore a proposito della marchesa. Quindi, nessun riferimento alle portate. Gli unici accenni sono a un vino “biondo ghiacciato come un miele liquido”, “al vin ghiacciato di Sciampagna” e allo “splendidissimo” dessert, di cui ignoriamo tutto, sapore, colore e consistenza. Al contrario, sono passati in rassegna le catene di fiori sospese fra i grandi candelabri, i vasi di Murano, le orchidee “sanguigne e difformi”, i discorsi frivoli e maligni dei commensali, l’atmosfera sensuale della serata, durante la quale tra Andrea ed Elena sboccia il piacere fatale.
Dunque, il piacere a cui fa riferimento il titolo del romanzo è l’appetito sensuale e nulla c’entra il piacere della gola.
Allora, alquanto risentiti dopo tanta fatica, abbiamo deciso di rivolgerci proprio a lui, all’autore dell’opera. È Gabriele D’Annunzio, uno degli intellettuali più complessi e straordinari della cultura italiana; uomo di gran gusto, con uno spiccato amore per l’arte e una personalità articolata e poliedrica, che può essere compresa soltanto visitando la sua casa museo. E noi lo incontriamo proprio lì, presso il Vittoriale, a Gardone Riviera.

D: Signor D’Annunzio, senza voler mettere in discussione l’eccezionalità della sua opera…non si fanno mica di questi scherzi ai lettori…
R. Leggiadra donzella, non avrei mai potuto adoperare la raffinatezza della mia prosa per tergiversare sugli aspetti più rozzi dell’esistenza umana, come il desinare…
D: Ah comprendo, ora è più chiaro. E mi dica, al contrario della sua creatura letteraria, lei mangia?
R: Io ho con il cibo un rapporto, come dire… ambivalente. È come quando sono al cospetto della donna che amo; talvolta la bramo e ne sono sedotto, tal altra mi ripugna e me ne allontano. In certi giorni digiuno anche fino a 38 ore, in altri giorni mi rimpinzo “come un feroce lupo della Maiella”.
D: C’è qualcosa a cui a tavola non sa proprio dire di no?
R: Non lo penserebbe mai, ma preferisco i sapori della tradizione: una frittata fatta come Dio comanda, una minestra, “asparagi di monte senza olio”, la cacciagione. Il tutto rigorosamente condito da “nu bicchierucce de montepulciane” (dicono che sono astemio, ma le confesso non è vero!)
D: Bene, signor D’Annunzio, a questo punto concluderei chiedendole un’esclusiva. Lei che è un uomo così sorprendente, affascinante, ci riveli una ricetta particolare, quella a cui tiene di più…
R: Venga con me, adorata fanciulla. La porto dalla mia cuoca veneta, Albina Becevello, che chiamo affettuosamente “Suora Intingola”. È nella cucina di questa mia straordinaria abitazione. A proposito, ha già avuto modo di visitare la prioria, il parco, il mausoleo, la Regia Nave Puglia?
Eccoci arrivati. Mia amata Albina, può rivelare alla nostra curiosa ospite la ricetta del tuo deliziosissimo e afrodisiaco risotto alle rose, quello con cui ho conquistato il cuore della Duse?

Io la saluto, signorina. E mi raccomando, prima di andare via non trascuri di ammirare il mio laghetto delle danze. È una meraviglia della quale io stesso mi compiaccio…

 

Laghetto delle danze

RISOTTO ALLE ROSE

Ingredienti per 2 persone:

gr.150 di riso Arborio
2 boccioli di rosa rossa (solo i petali)
gr.40 di burro ed altrettanto formaggio emmenthal grattugiato
gr.150 di panna fresca
1 cucchiaio da té raso di miele di castagno
un pizzico di noce moscata
pepe bianco e sale q.b.
una lacrima (attenzione alla dose!) di essenza gastronomica di rose (reperibile in erboristeria)
vino rosé
un poco di brodo leggero per la cottura del riso

Preparazione
Togliete tutti petali ai boccioli, levando loro l’unghia bianca alla base di ognuno (è amara) e fatene appassire metà con una parte di burro. Appena dorati aggiungete il riso, salando il giusto e profumando con noce moscata e pepe bianco. Appena il riso inizia a prendere colore, bagnatelo col vino rosato e con un poco di brodo: a mezza cottura si aggiungeranno i petali rimasti. A cottura terminata, mantecherete il tutto col burro e la panna fresca preventivamente mescolata al miele: amalgamato il tutto, si aggiungerà l’emmenthal ed una goccia di essenza di rose. Quest’ultima operazione può rovinare tutto il lavoro fatto in precedenza, se sbagliamo le dosi. Il mio metodo è sciogliere una lacrima d’essenza in un dito d’acqua tiepida: poi l’aggiungo al risotto a cucchiaini, assaggiando volta per volta, e controllando che il sapore della rosa sia presente, ma non eccessivo. Servite subito, accompagnando con lo stesso vino rosé utilizzato in cottura, magari guarnendo piatto e tavola con piccoli boccioli di rosa.

 

 

Una risposta a “A TAVOLA CON… L’UNICO, INIMITABILE GABRIELE D’ANNUNZIO”

  1. Ancora oggi, il “parrozzo”, l’antico pane dei pastori abruzzesi, diventato un dolce per i raffinati palati odierni, viene venduto con i versi che gli dedicò D’Annunzio riprodotti sulla confezione:
    «Dice Dante che là da Tagliacozzo, ove senz arme vinse il vecchio Alardo, Curradino avrìe vinto quel leccardo se abbuto avessi usbergo di parrozzo»

    Brava, Carmela.

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