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A TAVOLA CON …IL GATTOPARDO

di Trifone Gargano

Il Gattopardo fu scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa tra il 1955 e il 1956 (per essere pubblicato postumo, da Feltrinelli, nel 1958, grazie al lavoro redazionale dello scrittore Giorgio Bassani). È stato catalogato quasi sempre come romanzo storico, in realtà, le parti del romanzo che ricostruiscono vicende storiche sono sempre in funzione della trama narrativa, e dei personaggi della narrazione. La vicenda narrata negli otto capitoli che compongono il romanzo occupa lo spazio temporale di cinquant’anni (dall’impresa dei Mille, al 1910). Il Gattopardo altri non è che il principe di Salina, don Fabrizio Corbera, così chiamato per via del suo stemma nobiliare, nel quale campeggia, appunto, un gattopardo rampante.

Aristocratico, con la passione per l’astronomia, e, soprattutto, stimato e rispettato per la sua grande dirittura morale. Il nucleo della vicenda narrativa è rappresentato dai mutamenti che l’impresa dei Mille, e quindi i primi decenni dell’Unità d’Italia determinarono in Sicilia. Nella folla dei personaggi, spicca il nipote prediletto del Gattopardo, il giovane Tancredi Falconieri, il quale ha compreso subito ciò che sta accadendo, e quindi, assecondando il corso degli eventi, dapprima, si arruola tra i garibaldini, per poi passare nelle fila regolari dell’esercito piemontese. Tancredi si innamorerà della bellissima Angelica, figlia di don Calogero Sedara, nuovo ricco, sindaco di Donnafugata (che un tempo era stato feudo dei Salina), e personaggio antitetico rispetto al principe, sia per le fattezze fisiche, sia, soprattutto, per le scarse qualità morali.

Il Gattopardo approverà la relazione tra i due giovani, nonostante tutto, perché vede in questa unione il segno dei tempi nuovi. La voce esterna del narratore, sovente, fa propria la visione del principe di Salina, sulle vicende della storia, sulla inadeguatezza della nobiltà siciliana dinanzi ai piemontesi, sulle contraddizioni tra vecchio e nuovo, finendo, spesso, anche per mimarne il linguaggio.

Il romanzo fu un grande successo editoriale, a dispetto del rifiuto che Tomasi di Lampedusa aveva incassato da due grandi editori (Mondadori e Einaudi). Feltrinelli, infatti, lo lanciò come opera rivelazione di un nuovo (grande) scrittore, e le 40 mila copie della prima edizione andarono via in pochissimi giorni (nel 1958). A testimonianza della enorme fortuna di pubblico dell’opera, sta anche il fatto che nel 1963 il regista Luchino Visconti ne curò la trasposizione cinematografica, con un cast d’attori di primissimo livello e richiamo: Burt Lancaster, nel ruolo del Gattopardo; Alain Delon, nel ruolo di Tancredi; la bellissima e giovanissima Claudia Cardinale in quello di Angelica; e Paolo Stoppa in quello di don Calogero Sedara. Memorabile resta, ancora oggi, la lunga sequenza filmica del valzer.

Il romanzo di Tomasi di Lampedusa è come fissato nella mente dei lettori per una sola scena, quella che avviene, nel mese di novembre del 1860, a Donnafugata, tra il cavaliere Aimone Chevally, e il principe di Salina. Il giovane ufficiale piemontese è stato inviato lì per proporre al principe la nomina a senatore del Regno, che, però, il principe rifiuta. Il lungo colloquio tra i due è un confronto tra due mentalità opposte, e tra due storie personali diversissime. Chevally è figlio della piccola nobiltà piemontese, con un forte senso dello Stato, dell’ordine, e con tanta fiducia nella svolta risorgimentale. Don Fabrizio, principe di Salina, invece, è aristocraticamente scettico, distante. Il dialogo tra i due ha il suo culmine narrativo e ideologico nello scambio che, a coronamento della visita, avviene il mattino dopo, alle 5 e 30, allorquando cioè il principe, già pronto per la caccia, accompagna Chevally alla stazione di posta:

Chevally pensava: «Questo stato di cose non durerà; la nostra amministrazione nuova, agile, moderna, cambierà tutto». Il Principe era depresso: «Tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli…; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra».

L’espressione «Noi fummo i Gattopardi», che, tra l’altro, dà il titolo al romanzo, è impressa nella memoria letteraria di ciascun lettore. Il lungo, bel romanzo di Tomasi è tutto sintetizzato e racchiuso in quello nobilissima e dolente rivendicazione di grandezza: da un lato i Gattopardi; dall’altro, gli sciacalli e le iene. La visione sconsolata, dolente e senza alcuna speranza, sta nella constatazione che fa il principe, e cioè che, purtroppo, nel nostro miserevole presente, tutti quanti, gattopardi, sciacalli, iene e pecore, continueremo a crederci il «sale della terra».

Altra frase celebre del romanzo, pronunciata, però, da Tancredi, e non dal principe di Salina, è la seguente:

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»,

che ha determinato la nascita del vocabolo «gattopardismo», per indicare la consuetudine tutta italiana al trasformismo, cioè l’abilità che i ceti dirigenti hanno di mutare repentinamente opinioni e collocazione politica, a ogni cambio di governo (o di regime), in modo da tutelare le proprie posizioni di rendita e di potere.

di Fabiana Fiengo, su «Tuttolibri» dell’11.04.2020

Ogni anno, il principe di Salina si trasferiva, con la famiglia, a Donnafugata, per trascorrervi l’estate. All’arrivo, veniva organizzata una degna cena, dopo il saluto al paese, e dopo l’assolvimento dei doveri cristiani, con la recita del Te deum. Quell’anno, al banchetto e alla festa presero parte anche don Calogero Sedara e, soprattutto, sua figlia, la bellissima Angelica, di cui, come ho già scritto, s’innamorerà il nipote prediletto del principe, Tancredi. Angelica sconvolge con la sua sola presenza la ritualità di un gesto, la cena-banchetto, che si ripeteva uguale di anno in anno.

Il romanzo di Tomasi, dunque, per la parte della descrizione del banchetto, e, in modo particolare, del timballo bianco, è da leggere anche come testo di riferimento per la gastronomia storica siciliana:

«[…] l’aspetto di quei monumentali pasticci era ben degno di evocare fremiti di ammirazione. L’oro brunito dell’involucro, la fragranza di zucchero e di cannella che ne emanava, non erano che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un fumo carico di aromi e si scorgevano poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi nella massa untuosa, caldissima dei maccheroncini corti, cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio».

Il timballo bianco, detto anche «timballo del principe», non è dunque solo un timballo di pasta in crosta, bensì, esso è un insieme di sapori (e di saperi). Tipico primo piatto dell’antica cucina aristocratica dell’isola, con infinite varianti, che l’estro e il gusto del cuoco detta al momento, con infinite variazioni e re-invenzioni (fino ad oggi). Dal forno, quindi, ultimata la cottura, emerge un involucro dorato, che nasconde delizie per il palato, autentico nutrimento dei sensi e dell’anima. Sarà, infatti, proprio il principe di Salina a riconoscere, a conclusione della cena, quell’anno, che, con i sapori del timballo, nella vita di Donnafugata era entrato ben altro, alludendo alla bellezza sensuale e sconvolgente di Angelica:

«[…] gli altri mangiavano senza pensare a nulla, e non sapevano che il cibo sembrava a loro tanto squisito perché un’aura sensuale era penetrata in casa».

RICETTA DEL TIMBALLO DEL PRINCIPE, PER ACCOMPAGNARE LA LETTURA DE IL GATTOPARDO

Ingredienti per 6 persone:
maccheroncini gr 400 (fatti in casa)
interiora di pollo complete – 3 o 4
funghi secchi gr 80
parmigiana grattugiato gr 100
mezzo bicchiere di vino bianco
mezza cipolla
un po’ di concentrato di pomodoro
olio, sale, pepe
pasta frolla per l’involucro
Preparazione:
far soffriggere nell’olio la cipolla grattugiata, con una spruzzata di concentrato di pomodoro
aggiungere le interiora di pollo (ben lavate in acqua e sale), tagliate a pezzetti
rosolare a fiamma viva e sfumare con il vino
a parte, sono già stati ammollati i funghi secchi (in acqua calda per qualche ora)
versare i funghi, con la loro acqua, e lascia cuocere a fuoco lento, per circa mezz’ora
a fine cottura, aggiungere mezza formetta di burro e, se necessario, un pizzico di sale
lessare i maccheroncini in abbondante acqua salata, e scolarli ben bene al dente
condire i maccheroncini in una zuppiera con il rimanente burro, con il parmigiano, con il prosciutto tagliato a dadini, con il sugo dei funghi, e con le interiora di pollo
stendere la pasta frolla, divisa in due parti tonde
foderare con la pasta frolla il fondo e i bordi di una teglia ben imburrata
versare nell’involucro i maccheroncini, e coprire così il timballo con l’altra parte della pasta frolla stesa
decorare con qualche striscia di pasta frolla
spennellare con il bianco d’uovo
mettere in forno (moderato) per circa mezz’ora

Per chi volesse approfondire:
• trailer della versione restaurata del film di Luchino Visconti:
https://www.youtube.com/watch?v=CyW_4FI_wC8

• la scena del valzer:
https://www.youtube.com/watch?v=qb0IlSBFVt0

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