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‘A MORTE […] È UNA LIVELLA

di Trifone Gargano

La democratica diffusione del coronavirus, che in queste settimane, in tutto il mondo, sta tristemente mietendo migliaia di vite umane, senza far caso alla loro rispettiva collocazione sociale, economica, religiosa, politica, etnica, culturale, ecc. ecc., mi ha richiamato alla mente una celeberrima poesia di Totò:

Antonio De Curtis (in arte Totò) scrisse questa poesia nel 1964, ambientandola in un cimitero, il 2 novembre, ricorrenza liturgica cattolica di commemorazione dei defunti, facendo dialogare, piuttosto vivacemente, due anime trapassate: quella di un Marchese, signore di Rovigo e di Belluno, e quella di un miserabile popolano, un netturbino (Esposito Gennaro). Al dialogo tra le due anime assiste un malcapitato, che si è recato a far visita alla tomba di suo zio Vincenzo, e che resta sbadatamente chiuso nel cimitero, vedendo sopraggiungere verso di lui le anime dei due trapassati:

La poesia è composta da versi endecasillabi a rima alternata, per un totale di 104 versi, suddivisi in 26 quartine. Il titolo della poesia fa riferimento a un attrezzo di lavoro dei muratori, la “livella”, appunto, che serve per verificare la pendenza di una superficie, rispetto a un piano orizzontale di riferimento.

Il modello letterario del testo di Totò è (sicuramente) il Dialogo sopra la nobiltà di Giuseppe Parini, che lo scrisse intorno alla metà del XVIII secolo (probabilmente, nel 1757). Vivace polemica anti-nobiliare, riprodotta attraverso un dialogo, anche in questo caso, tra due morti: un nobile e un poeta, casualmente seppelliti in una fossa comune.

Tanto Parini, quanto Totò, in buona sostanza, sviluppano le loro riflessioni, sia pur con toni e stili differenti, ma ugualmente pungenti, intorno al tema della vanità della fama mondana. Che è, poi, il tema affrontato da Dante nella prima cornice purgatoriale, trattando della superbia, come primo e più pericoloso dei sette vizi capitali. Nell’ordinamento morale del Purgatorio, coloro che in vita si macchiarono di questo vizio trasportano sulla schiena pesanti massi, che li costringono, per contrappasso, a procedere lentamente, e con la schiena curva. Dolente ammonimento contro la superbia umana («non v’accorgete voi che noi siam vermi?», Pg., X, v. 124).

Nella poesia di Totò, all’inizio, il netturbino assume un atteggiamento di sopportazione, nei confronti del Marchese, e della sua alterigia di classe; dopodiché, prende la parola e con veemenza mette in chiaro ciò che l’antica saggezza popolare ha sempre saputo, e cioè che dinanzi alla Morte, dinanzi alla sua «livella», siamo tutti uguali, e che, pertanto, le pagliacciate sulla distinzione e sulla differenza di classe non valgono nulla.

Il coronavirus lascerà segni profondi, nella vita di tutti noi, e non solo in termini di morti e di disastri socio-economici, che sono già, entrambi, tristemente ben visibili, sotto i nostri occhi, umidi di pianto. Voglio sperare che lasci pure una nuova coscienza, a livello globale, dalla quale ripartire per costruire una società diversa e migliore, da lasciare ai nostri studenti e ai nostri figli.

Occorre avere fiducia. Anche noi, tutti noi, torneremo “a riveder le stelle”, come Dante, uscendo dall’Inferno (da questo nostro Inferno del coronavirus). E Dante, chiudendo l’intero viaggio nell’aldilà, come ultimo verso della Divina Commedia, scrisse: «L’amor che move il sole e l’altre stelle» (Pd., XXXIII, 145). Poco prima, aveva descritto una visione; quella di tre arcobaleni («tre giri»), in uno dei quali, nel secondo, egli vede il volto dell’umanità, come segno di salvezza:

mi parve pinta de la nostra effige:

per che ‘l mio viso in lei tutto era messo

E questo è, analogamente, la bellezza (e la certezza) di quei colorati panni con l’arcobaleno, che adornano i nostri balconi:

La stessa forza che ci trasmette, in questi giorni di dolore e paura, la Natura, che è tornare a svegliarsi, in tutto il suo splendore:

Per chi volesse ascoltare la poesia recitata direttamente da Totò, può fare clic sul link:

https://www.youtube.com/watch?v=kh-DtTmQb5E

 

2 Risposte a “‘A MORTE […] È UNA LIVELLA”

  1. Carissimo NINO, ho letto ancora una volta la splendida formativa poesia A livella dell’immenso Totò e ho apprezzato molto anche le tue proficue indicazioni letterarie citando Parini e Dante….il 25 marzo tramite facebbok ho assistito stupefatto la tua eccezionale e strepitosa nonchè gradevolissima performance su Dante e …dintorni, ti ho anche inviato un commento ,chissà se ti è arrivato.
    Ho trascorso un’ora in modo piacevole e formativo,insomma un tempo veramente in-teressante in-trigante ed in-telligente. Saluti fragranti, favolosi, frizzanti, fantastici ,fantasiosi,felici tuo Gegè

  2. Carissimo Gegè, grazie per aver letto il mio pezzo, e per aver seguito la mia diretta Fb; e soprattutto grazie per tutte le belle parole che mi scrivi. Ti abbraccio (in attesa di farlo di persona), caro Gegè

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