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UNA FONTE DANTESCA PER L’ULTIMO FILM DI GABRIELE SALVATORES

di Trifone Gargano

Gabriele Salvatores, Tutto il mio folle amore, 2019, con Claudio Santamaria, Valeria Golino, Diego Abatantuono, e altri.

Ambientato a Trieste, dove Vincent, un ragazzo affetto da una forma di autismo e da un disturbo della personalità, vive, chiuso in un mondo tutto suo, con sua madre, Elena. Nella vita dei due, a un certo punto giunge Mario, il compagno di Elena, che tratta Vincent amorevolmente, come se fosse stato suo figlio, adottandolo. In famiglia si realizza, dunque, un equilibrio, precario, ma un equilibrio. A rompere questo faticoso equilibrio giunge Willi, il padre naturale di Vincent, cantante ambulante e squattrinato, che aveva abbandonato Elena appena aveva appreso della sua gravidanza. Vincent resta affascinato da Willi (e dalla sua vita raminga), intravedendo nel furgone del padre, che si accinge a partire per una tournée nei Balcani, il mezzo per evadere dalla sua esistenza, nascondendosi proprio nel furgone. L’occasione, sia pur rocambolesca, serve però ai due per conoscersi (visto che nei precedenti 16 anni l’uno non sapesse dell’esistenza dell’altro). Ma servirà pure a Mario e a Elena, partiti alla ricerca di Vincent, per conoscersi meglio.

Ora, tutti i critici hanno segnalato, per questo film, il felice ritorno di Salvatores al suo genere più congeniale, e cioè al così detto road movie. Critica e botteghino, del resto, in questi primi mesi di uscita del film, hanno dato ragione a questa lettura critica. È stato pure sottolineato il rapporto da “canovaccio” del romanzo Se ti abbraccio non aver paura (Marcos y Marcos 2012), di Fulvio Ervas, nel quale viene raccontata la storia vera del rapporto di un padre con il proprio figlio, Andrea, affetto da autismo.

Per il titolo del film, Tutto il mio folle amore, è stato pure sottolineato il debito nei confronti e di Pasolini, per un episodio da lui girato nel film a più mani Capriccio all’italiana (film a episodi, girato nel 1967 e distribuito nel 1968, nel quale Paolini aveva girato l’episodio intitolato Cosa sono le nuvole?, con Totò, Ninetto Davoli, Ciccio Ingrassia, Franco Franchi, Laura Betti, Domenico Modugno e Carlo Pisacane), e nei confronti del cantante Domenico Modugno, per la canzone Cosa sono le nuvole (1968), testo, tra l’altro, scritto a suo tempo proprio da Pier Paolo Pasolini, nel quale ricorre il verso «tutto il mio folle amore».

 

 

 

 

Ciò che nessuno ha notato e sottolineato è che l’espressione «folle amore», rinvia a Dante Alighieri, e, precisamente, al verso 2 del canto VIII del Paradiso. E questo rimbalzo citazionistico vale, a ritroso, per tutti: Salvatores, Pasolini e Modugno. Del resto, si sa, la letteratura e tutte le arti (compreso il cinema, che è fatto anche di testo scritto, la sceneggiatura) è un gioco di specchi e di rimandi. Citazioni, a volte, esplicite, altre volte implicite. A volte dirette, altre volte ancora (come in questo caso), indirette. Sta al lettore / spettatore riuscire a coglierle tutte. Va detto anche, come ulteriore elemento di conoscenza, che tra il 1965 e i primissimi anni Settanta, Pasolini era impegnato, alla maniera sua, onnivora, in una turbinosa e proficua lettura del poema dantesco, che lo portò a scrivere, in forma di frammento non finito, la sua Divina Mimesis (poi pubblicata postuma nel 1975, da Einaudi).

L’espressione dantesca «folle amore» è nel canto VIII del Paradiso, cioè in uno dei due canti che Dante dedica al cielo di Venere, il cielo degli spiriti amanti, spiazzando i lettori del suo tempo e i lettori di oggi, per alcune sue scelte, come dire, «folli», visto che colloca tra i beati tre personaggi che in vita si erano fatti notare per l’abbandono sfrenato e gioioso all’amore sensuale. In ordine di apparizione, questi tre rappresentanti del «folle amore», del quale, comunque, come annota Dante, non si pentono, anzi, sono, rispettivamente, Cunizza da Romano, Folco da Marsiglia e Raab. I primi due, Cunizza e Folco, personaggi medievali, vicini cronologicamente a Dante e ai suoi primi lettori. Il terzo personaggio che luce in questo cielo di Venere è Raab, prostituta di cui narra la Bibbia, che aiutò il condottiero Giosuè a conquistare l’altrimenti inespugnabile Gerico. Di lei Dante scrive che nel cielo di Venere «nel sommo grado si sigilla». Per quanto riguarda gli altri due esponenti di questo «folle amore», Cunizza pronuncia versi solenni e perfetti di autoassoluzione, tra i più memorabili della Divina Commedia:

Cunizza fui chiamata, e qui refulgo

perché mi vinse mi vinse il lume d’esta stella;

ma lietamente a me medesma indulgo

la cagione di mia sorte […] (Pd., IX, 32-5)

Invece, Folco da Marsiglia (noto anche come Folchetto), poeta trovatore tra i più importanti, morto nel 1231, autore di notissimi componimenti d’amore, dedito a libero amore (in tarda età si convertì e si fece monaco, fino a ricoprire la carica di vescovo di Tolosa, e a promuovere la crociata contro gli albigiesi), chiarisce a Dante, che, nel cielo di Venere, nessuno dei beati soffre per ciò che in vita ha commesso (il «folle amore», appunto), anzi, ne gode (ride), perché anche la loro sfrenata inclinazione all’amore sensuale, in vita, era stata voluta e determinata dall’influsso di quel cielo:

Non però qui si pente, ma si ride,

non de la colpa, ch’a mente non torna,

ma del valor ch’ordinò e provide (Pd., IX, 103-05)

Con parole simili, anche Cunizza aveva espresso, poco prima, lo stesso giudizio di auto-assoluzione:

perché mi vinse il lume d’esta stella (Pd., IX, 33)

La responsabilità della mia vita giovanile sfrenata, sostiene Cunizza, per quanto riguarda l’inclinazione all’amore sensuale, è del cielo di Venere, che «mi vinse». Si narra, della vita di Cunizza, che a un certo punto fu rapita (cioè, fu liberata) dal poeta Sordello da Goito (collocato da Dante nel canto VI del Purgatorio), da Verona, dove si trovava presso la corte del marito Rizzardo di San Bonifacio, signore della città, e con Sordello Cunizza visse una intensa storia d’amore, per poi lasciarlo e correre verso altri amanti e altri matrimonii.

Di Raab, notissima prostituta e meretrice, Dante scrive parole luminose, già nella presentazione (per bocca del poeta Folco da Marsiglia):

Tu vuo’ saper chi è in questa lumera

che qui appresso me così scintilla

come raggio di sole in acqua mera.

Or sappi che là entro si tranquilla

Raab […] (Pd., IX, 112-16)

Come si può notare, ricorrendo in soli tre versi a vocaboli legati alla sfera semantica della luce, come «lumera – scintilla – raggio – sole».

Ecco, dunque, tracciata l’intera “costellazione” di rimandi e rinvii intertestuali (e multimediali), per l’ultimo (bel) film di Gabriele Salvatores, Tutto il mio folle amore.

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