scritto da filosofi, seminando incertezze

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“This must be the place” di Paolo Sorrentino

“This must be the place”  di Paolo Sorrentino

di Luciano Aprile

 Certi film sono preceduti da un così fragoroso rumore pubblicitario; accompagnati da ridondanti immagini divistiche; corroborati da interviste all’autore dei vari salotti televisivi. Che mi viene voglia di non andarli a vedere, quei film! Certo che è snobismo, lo so! Ma qualche regola bisogna pur darsela per potersi scegliere visioni meritevoli. E poi, mi pare d’averlo già detto, al cinema mi piace essere nella minor compagnia possibile. Pertanto, avevo deciso in modo categorico di non andare a vedere il film di Sorrentino This must be the place. Certo, la canzone dei Talking heads è accattivante, pure troppo; e mi ricorda un me stesso di quasi trent’anni fa. Sean Penn è bravo anche come regista, chi lo discute. Però il suo faccione gigante esposto ovunque, quel trucco decisamente esagerato, quell’imitazione facile di un’icona, di un mito del rock dagli ottanta in poi, cioè Robert Smith dei Cure, avevano saturato negativamente la mia pallida voglia di vederlo. Ma poi l’altra sera ho deciso di andare al cinema a sentir musica. E sapevo che l’avrei trovata. E mi andava di viaggiare stando fermo, cosa che, sinceramente, puoi far bene solo al cinema; posizionandoti ad una quindicina di metri dallo schermo, sia chiaro. E sapevo che questo film mi avrebbe portato a Dublino, nel Michigan, nel Nuovo Messico, a New York. E anche ad un concerto dei Talking heads. Mi è bastato.Schivando le file abitate dai popcorn, ho preso posto; sopravvivendo alla tortura di trailers di disgustosi film italiani (quale concezione non dico dell’uomo, ma del cliente, spinge le multisale a propinare impunemente 30 minuti di attesa dall’orario ufficiale della proiezione a quello reale?) ho assistito al film di Sorrentino. Come prevedevo la trama era sciatta e poco credibile. La sceneggiatura zoppicante, se per trama e sceneggiatura si intendono una storia e una narrazione coerenti e razionali. Un po’ di luoghi comuni sul tramonto del divo, sulla vecchiaia che incombe; per non parlare dell’Olocausto e del cacciatore ebreo di nazisti col nome quasi simile a quello dell’autore della Visione di Barney (Mordechai Ridler); il viaggio come formazione e rinascita, il ritorno edipico al padre e la redenzione al posto della vendetta. Troppa carne al fuoco, direbbe qualcuno. Ma perché non apprezzare gli eccessi? Perché non godersi le lente carrellate verso gli spazi aperti, i colori abbaglianti, le canzoni che sgorgano dalle immagini, e le inquadrature che zampillano di suoni? Perché non centellinarsi le singole sequenze come tanti videoclip o spot, per una volta ironici e dispettosi, invece di quelli volgarmente ammiccanti e seduttivi della tv? Perché non abbandonarsi alla picaresca galleria di personaggi, più o meno stravaganti, più o meno teneri o patetici? C’è  tanta infanzia in questo film: nei tic e nelle timorose abitudini del vecchio ex rocker; e c’è ancora di più vecchiaia, malinconia, stupore del tempo che è stato “e non ce ne siamo neanche accorti”. C’è un momento nella vita in cui si passa dal dire ‘farò questo e quest’altro’ ad uno in cui si scopre che ‘si avrebbe potuto farlo’(la battuta migliore del film)!

E ovviamente quel momento è incolore, inodore, silenzioso e impalpabile. E nel mentre la vita scorre, rutilante di suoni e colori; di novità che atterriscono, se si è bambini dentro (il cellulare, l’aereo) e di cose consuete  e rassicuranti (le canzoni amate, l’ingenuità disarmante di un bambino cicciotello). Ma poi c’è la Storia, quella con la S maiuscola, Auschwitz: era un rischio riaffrontare un tema così impegnativo, pieno di trappole, e per giunta dentro un film che magari sembra leggero e che del resto sembra tutta un’altra cosa. Ma cosa? Uno strano oggetto mutante, questo film: qualcuno ha detto che il cinema è ‘la morte al lavoro’. E infatti qui non si viaggia solo per le geografie del mondo, ma dentro il paesaggio della memoria malinconica, del rimpianto, della difficoltà di vivere.

E i corpi invecchiano (la sequenza audace e sconvolgente dell’anziano ex-nazista a espiare colla nudità e la vergogna, nella neve gelida, le colpe orrende del passato), i legami perdurano ma sbiadiscono; chi se ne è andato non torna, gli amori non nascono a comando; la vita è greve, pesa, recalcitra, come una valigia con le rotelle che non riusciamo bene a trascinare. E chi se ne frega se mi dà fastidio il fumo (nella realtà) e non capisco la battuta (nel film) che uno se non ha mai fumato è perché non è mai cresciuto. Ci lavorerò su, ruminandoci finché non l’avrò capita. Chi se ne frega se mi danno fastidio i popcorn e i loro divoratori. Mi lascio cullare dalle stranezze, dalle figure imperscrutabili che entrano ed escono dalla storia senza averci detto perché: figure svolazzanti, evanescenti, eteree e indecifrabili come la nostra vita. Come quell’apparizione finale sullo schermo, di Sean Penn, finalmente lui, uguale a se stesso di oggi, ingrigito e pallido, spogliato di quella maschera così eccessiva  per colpa della cui esagerata mediatizzazione quasi non ero andato al cinema. Con le sue gambe storte, le mani infilate nelle tasche dello striminzito giubbotto.

Un bambino finalmente cresciuto, un burattino non più di legno. Nella Dublino dei “Morti” di Joyce, per quelle stradine quiete e ancestrali, incongruamente sovrastate dal nuovo futurista stadio ‘spaziale’, qualcuno vive e, finalmente, è contento di vivere. Un poco anch’io, devo dire, dopo il film. Anche se “qualcosa mi ha disturbato; non so cosa ma qualcosa mi ha disturbato”!

 

Un Commento

  1. Recensione ottima e interessante! Hai mostrato il film nella sua completezza, ma senza santificarlo! Ne hai fatto vedere luci e ombre…anch’io a dire il vero ho notato questa esaltazione dell’opera di Sorrentino, ma, condividendo in pieno ciò che hai detto, reputo che sia solo in parte meritata! Troppi film ormai si ripropongono quasi missioni salvifiche e illuminanti nei confronti del pubblico, quasi a volerli istruire su un destino ultimo magicamente celato nell’opera e nella mente del regista. Ma alcuni, forse molti, sicuramente troppi, bluffano! In questo film il bluff è forse meno accentuato, ma la riproposizione degli stessi topos è stressante, a mio parere…non c’è più originalità…si prendono sempre più spesso pezzi per formare collages! Quanto meno questo film ha il merito di ripresentare spunti di riflessione, ma a mio dire Sorrentino ha sprecato una buona occasione per fare qualcosa di più!

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