“THE NEST – IL NIDO”, IL PRIMO LUNGOMETRAGGIO DI ROBERTO DE FEO

di Maria Pia Ferrante

“The Nest – Il nido” è il primo lungometraggio del cineasta barese Roberto De Feo. È stato presentato a Locarno lo scorso 15 agosto davanti a più di 7000 persone che lo hanno applaudito anticipando l’esito del successo nelle sale della prima settimana.

Roberto De Feo

Avevo deciso di scrivere di The Nest, avendo riconosciuto nel trailer un capolavoro musicale, Where is my mind dei Pixies.
Avevo deciso di scrivere di questo film, perché il regista è un cineasta che si è fatto le ossa coi cortometraggi infilandosi come un tarlo nei granelli di sabbia nell’immensa spiaggia del cinema.
Avevo deciso di scrivere di questo film perché ne ho apprezzato le locandine – in qualche modo una delle due ufficiali ricorda quella di Il silenzio degli innocenti.
Avevo deciso di scrivere di questo film, perché è stato presentato al festival del cinema di Locarno; appunto Locarno, dove il genere horror è pressoché inusuale.
Avevo deciso di scrivere di questo film perché mi aspettavo di codificarlo tra quelli di genere, dacché se esocitiamo le nostre riminiscenze dai soliti maestri come Bava e Argento, l’Italia non non è maestra e meno che mai la regione del tacco.
Avevo deciso di scrivere di The Nest e, invece, sono rimasta senza parole.

Primo. Non sarebbe corretto incasellarlo nello scaffale degli horror. Il lavoro dietro questo prodotto è sofisticato, sottile e arguto al punto che soffia dall’alto sul ‘genere’ riducendone al minimo le consuetudini (che a dirla tutta spesso banalizzano le pellicole) privilegiando l’aspetto sorpresa dei thriller e degli psicodrammi grazie all’iridescenza del ritmo in contrasto con la fotografia opaca che estromette l’opera dall’inserimento in un cassetto specie specifico.
Vero è, per certi versi, che le pieghe della narrazione si stanano facilmente, ma in questo lavoro, che grazie al cielo cerca di dare rilevanza anche ai dialoghi, sono esplicitate tante regole del cinema; un’opera da secchioni, da cinenerd a tutto spiano. E due.
Tre. Si apprezzano le inclinazione musicali a volte ripetute, forse troppo riconoscibili, ma anche in questo caso dalla regia puntano probabilmente sul tris d’assi: riconoscibilità, ricordo, emozione; arguzia. Come fai a non rilasciare ossitocine ascoltando Beethoven piuttosto che un brano rock eseguito al piano forte alternato all’aria lasciata vibrare dalle corde come i violini tanto amati da Lanthimos (specie accostate al grandangolo)?
E infatti, Quattro.
Le girate di chiave e gli abiti alla The Others e qualche passaggio alla Von Trier lasciano addirittura lo stacco al ritorno delle riprese oblique opzionate del genio di Raimi (La casa). E più citazioni abbiamo, più onore diamo allo studio dell’opera.
Una grande tenuta borghese – Villa dei laghi nel torinese – circondata dai boschi è la Alcatraz in cui una una madre, Elena (Francesca Cavallin) detiene amorevolmente  il figlio, Samuel (Justin Korovkin) di 10 anni costretto – non è da sapersi esattamente da cosa – su una sedia a rotelle a seguito di un incidente in cui perse la vita suo padre.

In questo mondo altero, che ospita qualche borghese e pochi domestici, nessuno può parlare di cosa vi è al di fuori della recinzione (inevitabile l’apertura di quel cassetto limbico che  conserva Kynodontas del regista greco).

Mentre Elena è intenta a costruire una quotidianità monotona, ma sicura, una quindicenne (Ginevra Francesconi) seducente e libertina, la  mette  a repentaglio conquistando le attenzioni di Samuel e infilandosi nel suo cuore insieme a un imprescindibile desiderio di evasione in contrasto col complesso edipico che la storia conserva con delicatezza fino ai titoli di coda.
In questo particolare nucleo familiare la realtà viene distorta e ciò che conta è solo che venga eseguito il programma. Un protocollo destinato a creare un ‘regno’ che il figlio possa imparare a governare, ma da cui non possa uscire. Elena destina le sue giornata a questo scopo anche col supporto del medico di casa interpretato da Maurizio Lombardi a cui va dedicata una menzione speciale nel rappresentare un personaggio crudele e al tempo stesso patetico; a metà tra tra un nazista e un dr. Frankenstein su un set dalle atmosfere kubrikiane (nella sua sale operatoria in un delirio di onnipotenza sulle note di un opera celeberrima, tra le scene più considerevoli dell’opera). Il cast intero è vincente come la scelta della location. Anche lì dove la potenza dei dialoghi si affievolisce l’interpretazione convince.

Il nido, luogo di protezione e galera. Uno spazio in cui a governare sono le psicosi; d’altra parte non è la pazzia stessa un tentativo di salvaguardia? Un attorcigliamento di catene autoindotte in cui sentirsi al sicuro?

Finale a sorpresa non sorprendente, almeno per chi ha intuito per i gusti dell’autore che lo ha sceneggiato con Margherita Ferri.

Un film di non genere che susciterà interesse ancora a lungo. Un gioiellino nostrano che, qualcosa ci suggerisce, farà di Roberto De Feo la piuma italiana pronta a solleticare l’interesse di Hollywood.

 

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