scritto da filosofi, seminando incertezze

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“The Help” di Tate Taylor

“The Help” di Tate Taylor

di Francesca Vitale

Era da molto tempo che desideravo vedere questo film. In me la curiosità aumentava giorno dopo giorno, in quel perfetto stato di aspettativa ansiosa che è il preludio di un evento che ha per noi un significato particolare. Insomma, come un bambino che aspetta la vigilia di Natale e nel frattempo si perde in fantasiose congetture su quali tra i regali richiesti gli porterà Babbo Natale, mi sono messa a leggere qualsiasi informazione trovassi sul film: sul regista, sul cast , sulla trama, sul romanzo omonimo da cui è tratto, sui prestigiosi premi a cui è candidato, su qualsiasi altra cosa che aumentasse in me, se ancora fosse possibile, la curiosità e il senso di attesa. Dopotutto diceva il poeta e filosofo tedesco G.E. Lessing (ora scimmiottato da una suadente voce maschile nello spot della Campari) in un suo celebre aforisma: “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere”, e infatti questa fase è quella più piacevole in assoluto perché non soggetta ad alcun tipo di delusione, dal momento che la curiosità, al contrario di molte altre cose, è inversamente proporzionale alle critiche. Tuttavia, il rischio di crearsi tante aspettative riguardo qualcosa è quello di andare incontro ad una cocente delusione. E i primi dieci-quindici minuti di un film, le prime venti pagine di un libro così come i primi 100 metri con un paio di scarpe nuove e bellissime sono proprio quelli in cui pensiamo che forse forse  stiamo per averne una. È così, temiamo di aver esagerato con l’entusiasmo e se non andiamo subito incontro al piacere che ci aspettavamo in questo breve, brevissimo arco di tempo diventiamo tre volte più critici (e nel caso delle scarpe irritabili) di quanto non lo fossimo se le nostre aspettative si fossero arrestate al livello di una media-gradevole attesa. E se invece quei primi minuti fossero ancora più interessanti e piacevoli di quanto ci fossimo aspettati???
Tralasciando l’ovvietà, e cioè che ne rimaniamo entusiasti, contenti, soddisfatti ecc, direi che la conseguenza più ricca di significato sia che queste sensazioni lasciano un segno dentro di noi, a volte più superficiale, a volte più in profondità, ma sicuramente ci imprimono il ricordo di quanto ci sia piaciuto in particolar modo un film o un libro, così come tutti ricordiamo almeno un Natale in cui abbiamo ricevuto un bel regalo, IL regalo, quello degno dell’attesa.
The Help vale l’attesa. The Help vale il prezzo del biglietto. The Help vale una riflessione.
Pregio fondamentale del film è quello di vantare un praticamente perfetto equilibrio tra il comico e il drammatico. Pur affrontando l’argomento dell’odio razziale nell’America del Sud degli anni sessanta attraverso lo sguardo di due cameriere di colore costrette a subire le angherie e il disprezzo delle padrone di casa bianche e snob, non cade mai in toni eccessivamente tragici o violenti ma è in grado di stemperare l’atmosfera attraverso scene ironiche ad hoc adeguatamente intervallate a quelle drammatiche. Durante la proiezione del film capita dunque di commuoversi e indignarsi ma anche di farsi delle grandi risate. Un altro importante pregio è quello di riuscire ad arrivare allo spettatore, alla sua sfera emotiva, in modo semplice e diretto, senza troppa retorica, senza una facile strumentalizzazione di una delle pagine tristi della storia. Insomma se è vero che uno dei compiti del cinema è quello, se non di insegnare nel senso stretto del termine, almeno di stimolare la riflessione, questo film ci riesce appieno e  in maniera più efficace perché la riflessione non è accompagnata da quel senso di colpa o di disgusto per l’umanità o di tristezza per le sorti dei protagonisti, che spesso deriva dalla visione della maggior parte dei film che trattano gravi violazioni dei diritti civili, e che seppur eccellenti in moltissimi casi, non  abbracciano tutte le fasce di pubblico, tra cui i giovanissimi ad esempio.  
Dal punto di vista squisitamente cinematografico invece, i pregi sono essenzialmente nel cast. Un cast tutto al femminile, fatto di volti non notissimi al grande pubblico ma dotati di incredibile talento (tre su cinque tra le attrici principali concorrono per l’Oscar 2012). La trama stessa del film, orchestrata esclusivamente sui rapporti interpersonali tra le donne protagoniste, necessitava di una grande credibilità delle attrici nei loro ruoli per riuscire a tenere alto l’interesse dello spettatore. L’ obiettivo è pienamente raggiunto, se non fosse per il personaggio della Stone, che interpreta “Skeeter” la scrittrice del romanzo The Help, che perde totalmente rilievo nella seconda parte del film, schiacciata dal maggiore carisma delle due cameriere Aibileen e Minny. Un peccato, perché il personaggio offriva vari spunti di riflessione interessanti, infatti all’inizio del film la ragazza viene presentata come una vera outsider, vuole un lavoro, non desidera sposarsi ad ogni costo e non condivide le idee razziste delle sue amiche che pure frequenta e del cui mondo fa parte. Oltretutto la Stone è una delle promesse di Hollywood, versatile, ironica e con un viso interessante, adatto a molti ruoli diversi.
Insomma il film mi ha emozionato nella sua semplicità, le mie aspettative sono state più che soddisfatte e ritengo che in questi tempi di crisi in cui le idee sembrano finite, l’originalità è sempre più difficile da trovare e le produzioni non rischiano su progetti dall’esito incerto sul mercato cinematografico , un film come questo dimostra che in effetti si può fare un bel film senza molti soldi,attori strapagati ed effetti speciali super tecnologici, regalando allo spettatore un momento di riflessione più un sorriso.

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