Eros e Thanatos
di Luciano Aprile
Continuano a mettere insieme amore e morte. Che in realtà sono sempre molto distanti fra di loro, almeno nell’esperienza. C’è qualcosa che li cuce insieme però. Ed è il tempo. Il tempo implacabile che ci insegue, lavorando dentro di noi, agganciando insieme, come con l’uncinetto, i ricordi e le emozioni d’amore e quelli legati alla morte. Dentro l’anima, li aggroviglia e prima o poi si confondono. Mentre fuori, tutto passa, scompare pian piano. Persino nostri corpi. Sono passati 25 anni. Le mie nozze d’argento con il lutto. O chissà, forse l’anniversario di una mia nuova nascita. Sfilavamo per le vie del paese. Sentivo la presenza massiccia del corteo dietro di me. Salento. Case basse, bianche, di tufo. Sempre le stesse, da sempre; da quando ho memoria. Un rumore ovattato ma imponente di passi, un brusio sordo alle spalle e nell’aria. Davanti, un carro funebre; e lì dentro, molto in fondo, abissalmente nascosto, mio padre.
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di Luciano Aprile
Io lo sapevo già che il Faust, sempre, in tutte le sue versioni, va incontro alla mortificazione. Ero perfettamente al corrente che Faust è la metafora moderna dell’ambizione sfrenata dell’uomo di capire tutto, di sapere ogni cosa e di pensare di poterla piegare al suo volere, a suo piacimento. E che proprio questo lo porta alla rovina. Sapevo anche, avendo fatto il liceo classico, che sin dai tragici della Grecia antica la ‘hybris’, la tracotanza, la presunzione di poter assomigliare agli Dei viene sempre punita. Ma non potevo immaginare che, andando verso la visione del film Faust, vincitore dell’ultimo festival di Venezia, garanzia di elevatezza e intellettualità del prodotto; recandomi presso un piccolo cinema di provincia per vederlo, avrei, forse proprio per questo, conosciuto la mia personale peggiore umiliazione legata al cinema.
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