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Francesco De Gregori, Dante Alighieri e la pizzica salentina

Postato da il 13 gen 2012 in Libri | o commenti

 di Trifone Gargano

Un anno speciale il 2005 per Francesco De Gregori. Ben due eventi musicali danteschi, infatti, si collocano nella produzione discografica del cantautore pescarese per il 2005: la realizzazione del cd Pezzi (nel quale il primo brano, Vai in Africa, Celestino, e il sesto, La testa nel secchio, sono, rispettivamente, ispirati al canto III dell’Inferno e al canto XVII del Paradiso), e la partecipazione come ospite d’onore al concerto di chiusura della «Notte della Taranta», a Melpignano (Le), con la proposta di una canzone dantesca inedita, Nel mezzo del cammin di nostra vita, scritta sui ritmi della pizzica salentina, con i testi attinti da diversi canti dell’Inferno (I, VII, XXVI), e del Purgatorio (III, VI).

 La canzone Vai in Africa, Celestino, con la quale si apre il cd Pezzi, è davvero sorprendente. Innanzitutto, perché capovolge il pregiudizio comune (che nasce proprio dai versi danteschi) secondo il quale papa Celestino V sarebbe stato un ‘vile’, perché rinunciò alla carica di papa per tornare a fare l’eremita, lasciando quindi campo libero ai maneggi del futuro (e corrotto) papa Bonifacio VIII, che tanto danno recò a Dante, a Firenze (e alla Chiesa)!
Se è vero, infatti, che l’anima di quel dannato che Dante dice di riconoscere nella gran folla (senza volto) degli ‘ignavi’ del canto III dell’Inferno è da identificarsi con papa Celestino V («Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, / vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto.», vv. 58-60), allora è chiarissimo che il luogo comune (negativo) sulla figura di Celestino V nasce proprio con Dante, e dura fino ad oggi (l’espressione dantesca «colui che fece per viltà il gran rifiuto» infatti è entrata nel linguaggio comune, quasi come un proverbio, un modo di dire, ad indicare vigliaccheria, mancanza di forza e di volontà). Pochissimi altri scrittori, nel corso della storia, hanno fornito di Celestino V una visione diversa da quella dantesca, positiva. Lo fece Francesco Petrarca, subito dopo Dante, nel De vita solitaria, opera nella quale il poeta di Laura rovesciava il (pre)giudizio dantesco sul papa eremita, tessendone un elogio, giudicando cioè la rinuncia al pontificato come esempio di «grandezza d’animo» e non di «viltà»! Molto probabilmente, Petrarca, anche in questa circostanza (come in tante atre), è mosso più dal gusto di opporsi a Dante, contestandone il pensiero, che da un’autentica e seria valutazione umana e religiosa di papa Celestino V.
E’ con il III canto dell’Inferno che inizia la discesa vera e propria di Dante lungo l’abisso infernale, dopo i primi due canti, sostanzialmente, introduttivi del poema. Varcando la porta eterna, Dante si trova nell’Antiferno (o Vestibolo). L’iscrizione che campeggia sulla porta eterna ricorda, a chi la varca, l’inesorabilità della condanna divina: oltre quella porta, infatti, si trovano le anime dannate per sempre!
Il primo gruppo di peccatori (del canto III e dell’intero Inferno) è costituito dagli ignavi, cioè da coloro che in vita non presero mai posizione. Gli ignavi, infatti, qui, sono puniti in modo piuttosto duro, per legge di contrappasso: mentre in vita rimasero sempre indifferenti, adesso sono continuamente in movimento (inseguono un’insegna, una bandiera senza senso) e vengono punti da vespe e da mosconi, fino a sanguinare, con orribili vermi che raccolgono, ai loro piedi, il sangue versato.
Si tratta di una tipologia di peccato (quella della ignavia), in realtà, non contemplato dalla teologia cristiana: i pusillanimi (o ignavi), infatti, non prendendo in vita mai alcuna posizione, vissero senza meriti, ma anche senza demeriti; dunque, non degni di un premio, ma, a ben guardare, nemmeno degni di una punizione! Dante, invece, li punisce, ed anche piuttosto severamente, per questa loro indolenza, per questa loro mancanza di volontà. Dante, cioè, giudica gravemente il venir  meno ad una prerogativa tipicamente umana: quella della scelta responsabile e consapevole, il prendere posizione per qualcosa o per qualcuno, il non restare indifferente dinanzi alle cose della vita! Ad ogni modo, Dante, li colloca non nell’Inferno vero e proprio, ma in questa zona intermedia (nel vestibolo). Il suo disprezzo per gli ignavi, però, è così forte che non ne nomina nessuno, con la sola eccezione per un’anima (vv. 58-60: «colui / che fece per viltade il gran rifiuto»), la quale, molto probabilmente, è da identificare con il papa Celestino V (ma l’identificazione non è affatto certa), che, addirittura, unico caso nella storia della Chiesa, nel 1294 si dimise dal soglio pontificio, lasciando campo libero ai maneggi del cardinale Benedetto Caetani, eletto papa, in quello stesso anno, con il nome di Bonifacio VIII (ed è questa, molto probabilmente, la vera accusa che Dante rivolgerebbe al papa Celestino V, se l’identificazione tra il dannato e il papa fosse accoglibile). Del resto, lo stesso Virgilio, al v. 51, rafforza questo sentimento di disprezzo nei confronti di questi dannati, invitando Dante a non ragionar di loro, ma a limitarsi a guardare e a passare oltre!

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Nel mezzo del cammin di… una vignetta!

Postato da il 22 dic 2011 in Libri, Rubriche | o commenti

a cura di Trifone Gargano

Il fumetto è un mezzo di comunicazione di massa che si avvale di testo e di immagini per dar vita ad un racconto in sequenza. Il 7 luglio 1895 comparve il primo esempio di comics moderno (con la nascita del personaggio di Yellow Kid, sul quotidiano americano «The New York World»).

Qui non ci interessa fare la storia del fumetto, né seguire le tappe del fumetto creativo odierno; né, tanto meno, riferire del dibattito in corso tra gli esperti e tra gli autori di questo codice espressivo ed artistico sulla identità e sul ruolo del fumetto, nel più complessivo quadro di un confronto sull’evoluzione del sistema delle comunicazioni di massa; quanto, piuttosto, dar conto di alcuni esempi di trasposizione in fumetto del classico per eccellenza della letteratura italiana, la Divina Commedia di Dante Alighieri, e suggerire la sperimentazione dell’utilizzo del fumetto in ambito didattico (non esclusivamente, ovviamente, in percorsi di didattica speciale per la diversabilità).

Il fumetto rientra nella grande categoria delle ri-scritture: «riscrivere testi letterari con procedure creative guidate, applicando manipolazioni a livello stilistico (riscrivere un racconto modificando tempi verbali, passando dalla prima alla terza persona, cambiando punto di vista del narratore, ecc…)».

Impegnare un gruppo classe in un percorso didattico di (ri)scrittura e di trasposizione testo/fumetto significa perseguire obiettivi di insegnamento/apprendimento disciplinari di diverso tipo.

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