“Agorà” di Alejandro Amenábar, 2009
di Carmela Moretti
Che cosa fa di un film un “buon film”? I critici saprebbero come rispondere a questa domanda. Noi, spettatori comuni, forse no; ci nutriamo quasi esclusivamente di emozioni e assegniamo la nostra personale Palma d’oro a questo o a quel film. Agorà dello spagnolo Alejandro Amenábar, presentato fuori concorso al festival di Cannes nel 2009, non ha ottenuto il consenso unanime della critica. Squilibrato, farraginoso, eccessivo, hanno detto alcuni. Ma noi, che sosteniamo l’autonomia di pensiero, vogliamo dire la nostra. Agorà è un film che va gustato per diverse ragioni.
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di Carmela Moretti
Interpretare la storia è un’impresa tanto appassionante quanto difficoltosa. Da un lato la storiografia strumentalizza i fatti per fini propagandistici; dal canto suo la letteratura li tradisce per abbellire. Così eventi e personaggi storici diventano oggetto di false definizioni e leggende fantasiose che ne impediscono un’autentica ricostruzione.
La storia di Ipazia e del suo assassinio, avvenuto ad Alessandria d’Egitto nel V secolo d.C, rappresenta un esempio emblematico di deformazione della verità. Di Ipazia è stato detto tutto e il contrario di tutto. Per alcuni la bella e sapiente figlia di Teone è stata una scienziata d’avanguardia perseguitata dai cristiani; per altri una filosofa neoplatonica che suscitava le invidie del vescovo Cirillo. È stata una martire del pensiero, la patrona dei philosophes illuministi, il vessillo del mondo protestante contro quello cattolico, una bandiera della laicità e persino l’emblema del femminismo. Ma in realtà cosa si cela dietro tali e molteplici interpretazioni? Chi fu davvero quella donna e perché fu uccisa così barbaramente?
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