scritto da filosofi, seminando incertezze

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“Pina” di Wim Wenders

Postato da il 11 nov 2011 in Cinema | o commenti

di Anthea Vulpio

 Ci sono andata da ballerina classica già “smontata” a vedere Pina. Quando ne sono uscita, ero ancora più smontata di quando sono entrata. Così è successo che in un uggioso pomeriggio barese, di quelli che trasmettono il senso della precarietà delle foglie sugli alberi, poco convinta della mia identità di ballerina, vado a sedermi in quella sala completamente vuota, io e la mia compagna di sventure, anche lei ballerina smontata. Sta di fatto che alla fine del film ci siamo ritrovate in un abbraccio un po’ triste e gli occhi ancora sbarrati verso lo schermo. Cento minuti di e con Pina Bausch fanno fluttuare tra l’Essere e il non-Essere con l’efficacia che solo il cinema può vantare, specialmente se la pellicola scorre e scivola via togliendo la percezione del tempo e lasciando allo spettatore rapito solo la dimensione dello spazio.

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La danza e il ballo. Qual è la differenza?

Postato da il 18 ott 2011 in Il Femminile | o commenti

di Anthea Vulpio

Proprio l’altro giorno ho fatto irruzione in cantina di mia nonna, e tra vecchi dischi e abiti dimessi ho trovato anche un insolito libro: “Confessioni di uno spettatore a teatro” di un anonimo autore contemporaneo. Tanto anonimo che questo libro, in effetti, non esiste. Ma ponendo che esista, riporto il seguente frammento, estrapolato dal quinto capitolo all’incirca:

“Il grande sipario rosso porpora stava lì, pesante e molle come una donna gravida che stesse per aprire le porte ad una nuova vita. Appena sotto il palco i musicisti provavano i loro strumenti, creando una piacevole dissonanza, come fibrillazione nel sangue. Sapete, c’era davvero un odore lì dentro, un odore non rintracciabile altrove, come di chiuso, ma di un chiuso speciale, strano da dire, come se una volta entrati non si sarebbe più usciti allo stesso modo, ma consapevoli di essere stati in un altro universo, con un’altra umanità, migliore, sublime. E ciò che accadeva fuori non era affare di chi era dentro.
E poi il sipario si aprì e cominciò l’incanto. La cavità oscura, disgelandosi, si popolò pian piano di omini ordinatamente formicolanti in costumi luminosi, in una scenografia lussuosa, pervasa di brillii. Una musica baldanzosa manovrava gesti e mimi dei danzatori, abili interpreti delle passioni corporee. Ma già dopo due atti la scena mutò.

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