scritto da filosofi, seminando incertezze

Adsense

“Shame” di Steve Rodney McQueen

“Shame” di Steve Rodney McQueen

 di  Luciano Aprile

Provo un sentimento di pena per coloro che si sono precipitati al cinema pregustando una full immersion nel porno, nel sesso spinto, immaginando di poter assistere a rutilanti performance erotiche sul grande schermo. Magari un sesso patinato, ammiccante, condito da ottime musiche, lontano dunque dalla volgarità e dalla violenza squallida della pornografia normale, quella allestita in serie per il mercato dell’home video. Ma già il titolo avrebbe dovuto avvertire i più smaliziati che avrebbero potuto trovarsi al cospetto di un sermone moralistico. Vergogniamoci!
Le notizie circolate intorno a quest’opera ci avevano avvisato che il tema è quello della ossessione sessuale, della dipendenza dalla pornografia, della patologia eiaculatoria. Anni fa le cronache avevano informato il mondo del  dramma umano vissuto da un attore famoso come Michael Douglas, costretto a ricorrere alle cure di una clinica specializzata per guarire da simili compulsioni. Oggi è un altro Michael, l’emergente e applaudito Fassbender (proclamato dalla stampa come la nuova star maschile del sex appeal) a interpretare, nella finzione cinematografica una vicenda del genere. Pure, per la nostra cultura inguaribilmente maschilista( qualcuno dice ‘pecoreccia’) una tale patologia pare non debba essere presa sul serio, e lo sghignazzo compiaciuto aveva prevalso, quasi che la dipendenza dal sesso(sex addiction)non potesse mai essere considerata niente di più che la normale disposizione esistenziale del maschio qualunque. Tanto è bastato a creare un’attesa morbosa sui contenuti e le immagini che il film avrebbe offerto. Si sarebbe visto Michael nudo (sì, si vede); avremmo ammirato la tenera, l’infantile, l’innocente Carey Mulligan senza vestiti? (sì, anche questo). Avremmo assistito a orge senza limiti lungo tutta la durata del film? Non tante.Dell’eros quasi nessuna traccia. La tesi soggiacente sembra essere quella, abusata, della distinzione assoluta tra eros(buono) e porno(cattivo). Tanto che, nell’unica situazione amorosa in cui il protagonista viene coinvolto in una storia ‘seria’, attratto dall’interessamento di lei, oltre che dalla sua bellezza, l’incontro erotico fallisce, un ‘default’ di desiderio, come se il sesso, per lui, potesse funzionare solo in situazioni volgari o di assoluta estraneità dell’altro(esattamente lo stile di relazione privilegiato dal porno). In questo il film è perfino cattolico: nella sola scena orgiastica del film, mentre scopa con due donne, sempre lui, Michael, vede se stesso riflesso in uno specchio e la sua immagine opacizzata e stravolta dall’eccitazione ‘bestiale’ e appare quasi come il volto di un cristo nel momento della sofferenza estrema. La cifra emotiva cui lasciarsi andare, per noi spettatori è il ‘patetico’: si masturba in bagno, ricerca freneticamente in rete immagini e suoni di sfrenata pornografia, accumula quintali di rivistacce come fosse un adolescente. La lezioncina didascalica che dovremmo fare nostra è che ci vuol niente, a noi poveri cristi, vittime delle passioni della carne, a perdere l’intera nostra dignità: c’è qualcosa di più controriformistico che questa equazione fra il corpo e la pregnanza del male?
In chiave psicoanalitica lui è un anaffettivo, un narcisista triste, un farfallone tragico destinato a volare perennemente da un’eiaculazione all’altra. Qualcosa nell’infanzia di lui e sua sorella, deve aver rappresentato il punto d’origine di questa perversione: il trauma originario? Le molestie pedofile impronunciabili subite da un adulto? Un incesto? Non ci viene detto di preciso, ma solo suggerito, durante una conversazione irrisolta tra fratello e sorella. Carey Mulling interpreta infatti la sua sorellina, speculare complemento di questa probabile tragedia familiare: morbosa, instabile, incline al suicidio, incapace ad emanciparsi dalla tutela del rapporto ancestrale col fratello. La sua esecuzione di “New York New York”+, in chiave jazz soporifero, in un locale in cui sbarca il lunario, stenderebbe un cavallo e ci viene propinata per intero riuscendo a farci rimpiangere persino Liza Minnelli!
Non occorre essere pervertiti per sospettare che fra i due corra qualcosa di incestuoso, ma sarebbe troppo dirlo per esteso in questo film ‘chiesastrico’ (direbbe Camilleri). Non ci viene risparmiata invece la discesa agli inferi nella abiezione cui si sottopone il protagonista nella parte discendente della storia: la ricerca di situazioni sordide in cui essere malmenati; di sesso estremo in luoghi squallidi; esperienze ‘omo’ in postriboli che ci ricordano certe situazioni stereotipate come quelle di “Querelle” di Fassbinder; subito dopo postriboli etero in cui ‘purgare’ al più presto subito la propria virilità tuffandosi in rapporti multipli con donne a pagamento (un mondo che forse esiste o che è esistito e che l’avvento dell’AIDS non è servito a debellare). Il finale, che non racconto, si affievolisce, si fa silenzioso: il malato va verso la sua probabile guarigione. Il dramma, lo squallore, le tragedie della sua vita declinano e la storia, forse dopo un trauma necessario, virano verso la redenzione: rivistacce e computer possono finalmente e con un solo gesto essere rigettati e con essi il proprio stesso marciume. E l’ultima sequenza, chiudendo il cerchio aperto da una delle prime, ci mostra una delle tante situazione della sua vita quotidiana ( la sua, chè la nostra non ci propone mai bonazze che si ostinano a guardarci!) che abitualmente tendeva a trasformare in situazioni di ricerca del sesso: la vita è sempre lì, ad attirarti con le sue spire e le sue movenze seduttive. Ma qualcosa è cambiato…
Il regista è londinese ma la location sembra essere new York: ambienti freddi di hotel elegantissimi (“American Psycho”) si alternano a lividi squarci di una metropoli inospitale e pericolosa(“Taxi driver”? “Il braccio vilento della legge”? “Vivere e morire a Los Angeles”?) . Un paesaggio meno che umano, sulla cui bruttezza si aprono vetrate di palazzoni dietro cui si compiono spettacolari amplessi (la scena di sesso consumato in piedi sulla città spalancata, ricorda “Tokio decadence” di Ryu Murakami) godibili persino dagli eventuali spettatori della strada; interni freddi e solitari (il miniappartamento con il giradischi e i dischi in vinile) si alternano a visioni notturne sfocate e in movimento; la città, la gente appaiono sconosciute e minacciose. Eppure, l’unica donna che avrebbe potuto amare, mentre passeggiano, ad una domanda di lui: “Dove vorresti essere ora?”, risponde schietta: “Mi piace essere qui, ora!”.Mi ha fatto pensare a “Midnight in Paris” di Woody Allen, in cui la banalità del presente e la infelicità delle relazioni umane, spinge un’anima sensibile a sognare il passato. Che strano: la commedia brillante di W. Allen ci suggerisce di scappare mentre Il drammone cupo e perverso del giovane McQueen ci dice di stare di qui, di provare ad amare.
Musiche di contorno (quelle che intendono dare alla visione la sua giusta atmosfera) : Glenn Gould. Mentre i luoghi del vizio e della incomunicabilità trasudano ritmi tecno e sonorità ultramoderne.
Significa qualcosa?

Lascia un Commento