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ROMA RICORDA SERGIO LEONE, IL PADRE DEL CINEMA SPAGHETTI-WESTERN

di Michele Cotugno

«Era italiano e non parlava neanche inglese. Il suo Western non è mai neanche esistito nella realtà, ma ha creato un cinema che ha ispirato tanti registi in tutto il mondo».

Le parole sono di John Carpenter, maestro del cinema horror statunitense. Il soggetto sottinteso della frase, è, invece, Sergio Leone, il padre del western all’italiana, di quel genere cinematografico conosciuto come “Spaghetti Western”.

Due generi diversi, l’horror di Carpenter e il western di Leone. Tuttavia, a legarli, è l’eredità di Leone, quell’eredità che ha profondamente influenzato Carpenter e tanti altri registi, italiani e stranieri, musicisti, scrittori, con le sue inquadrature, le colonne sonore partorite da Ennio Morricone, i dettagli che rendono epiche le atmosfere, i dialoghi ridotti all’essenziale, per omaggiare il cinema muto che aveva conosciuto grazie al padre Vincenzo (nome d’arte Roberto Roberti, omaggiato da Sergio, in “Per un pugno di dollari” dove si firmò Bob Robertson).

Un’eredità grandissima, se si pensa che, in vita, Leone ha girato solamente otto film, contando anche “Gli ultimi giorni di Pompei”, dove è co-regista insieme a Mario Bonnard.

Per rendergli omaggio, a novanta anni dalla sua nascita, è stata allestita, al Museo dell’Ara Pacis di Roma, la mostra “C’era una volta Sergio Leone”. Un’esposizione dettagliata, visitabile fino al 3 maggio, che porta il visitatore in un viaggio in quel cinema che fu, dagli esordi, al fianco del padre, fino a quel film sull’assedio di Stalingrado, rimasto incompiuto a causa della morte ma poi ripreso da Jean-Jacques Annaud con “Il nemico alle porte”. Dai suoi esordi alla regia all’epico “C’era una volta in America”, passando attraverso le sue collaborazioni con il protagonista indiscusso dei suoi film, Clint Eastwood, con Gian Maria Volontè, Charles Bronson, Eli Wallach, Lee Van Cleef, Robert De Niro, con l’autore delle musiche, senza le quali le quali il cinema di Leone non sarebbe stato lo stesso, quell’Ennio Morricone che, con il regista, aveva persino frequentato la terza elementare, tanti anni prima.

La mostra ripercorre anche quel che ha ispirato l’arte di Leone, dalla musica al fumetto, dal cinema italiano e statunitense a quello giapponese che, con “La sfida del samurai” di Akira Kurosawa, ispirò “Per un pugno di dollari”.

Non è dimenticato neanche quel periodo, dal ’71 all’84, che vide Leone impegnato come produttore e non come regista. Un periodo in cui ebbe modo di collaborare con Damiano Damiani, Luigi Comencini, Carlo Verdone.

L’ultima sala dell’esposizione è dedicata agli omaggi al cinema di Sergio Leone, a tutti coloro che ad esso si sono ispirati. La lista è lunga: il cinema d’azione cinese di John Woo, John Landis, l’horror di Dario Argento, John Carpenter e dello scrittore Stephen King, Quentin Tarantino che, per chiedere un primissimo piano, quell’inquadratura in cui la telecamera riprende, da brevissima distanza, gli occhi del personaggio, diceva “Fammi un Sergio Leone”.

E non è finita qui. Al cinema di Sergio Leone si è ispirato, recentemente, anche il mondo videoludico, che, con Red Dead Redemption 2, è un continuo omaggio alle opere del regista italiano attraverso gli effetti sonori, le musiche e la sceneggiatura.

 

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