“RAMBO 5” E L’ETERNO CONFLITTO CON I FANTASMI DELLA GUERRA

di Michele Cotugno

Credevamo che, con il ritorno negli Stati Uniti d’America, nella sua terra natìa, il tormento del reduce più traumatizzato del cinema a stelle e strisce sarebbe finito. Stiamo parlando, ovviamente, di John Rambo, il protagonista di una saga iniziata nel 1982 e, ancor prima, dal romanzo “First blood” di David Morrel.

Alla fine della sua quarta avventura, infatti, dopo aver decimato l’esercito birmano, il personaggio interpretato da Sylvester Stallone decide di tornare in quel paese che, al ritorno dal fronte, non lo aveva accolto per niente bene, nonostante tutte le sofferenze subite nell’inferno che fu il conflitto in Vietnam, quella guerra che «forse è stata uno sbaglio» e che, per tutti gli statunitensi è una ferita mai rimarginata.

Undici anni sono passati da quel ritorno dall’Asia. Circa quaranta, invece, da quando quella “long road” cantata nella colonna sonora ebbe inizio, da quando, tornato dal Vietnam, si trovava a vagare in solitudine, a non parlare con nessuno «per giorni, a volte per settimane», incapace di trovare un lavoro «nemmeno come parcheggiatore», da quando la polizia della cittadina di Hope e il suo arrogante sceriffo Teasle versarono il “primo sangue”, dichiarando, contro Rambo, un’assurda guerra. Da quest’ultima uscirono sconfitti tutti, Rambo compreso, che davanti al suo colonnello e mentore scoppiò in un lungo e commovente pianto liberatorio, palesando tutto quel che lo tormentava.

Dopo aver viaggiato per liberare prigionieri ancora detenuti in Vietnam, dopo aver combattuto i russi in Afghanistan e affrontato l’esercito birmano, Rambo torna a casa sua. Qui, nella convivenza con una sua vecchia amica e con la nipote di quest’ultima, la giovanissima Gabrielle, trova una famiglia adottiva che supplisce a quella che lui, perseguitato dai fantasmi della guerra, non è mai riuscito ad avere.

Ma il rapimento della ragazza, da parte di due spietati fratelli messicani e del loro cartello criminale, risveglia la ferocia di quei fantasmi, con cui aveva quasi imparato a convivere, dando di nuovo inizio ad una carneficina che porterà ai criminali atroci sofferenze.

Last blood (regia di Adrian Grunberg) è il titolo del quinto capitolo, a chiusura di quell’avventura iniziata con “First blood” e a conclusione di una saga che non ha, ormai, più nulla da offrire. Il film è godibile, divertente, per carità, da chi ama l’azione e, soprattutto, per gli amanti del personaggio di Rambo. Ma, in fin dei conti, non era necessario al fine della narrazione, che si sarebbe potuta concludere con il ritorno in patria e con la definitiva riappacificazione con l’America, con il suo passato e con i suoi affetti andati. Avrebbe aggiunto un lieto fine all’eterno tormento del reduce che, invece, con l’ultima sua guerra, questa volta personale e non più contro eserciti regolari, diventa una vera e propria condanna a vita, alla triste solitudine perenne, nel ricordo di chi non c’è più, di chi non è riuscito a salvare.

Una componente drammatica, che cerca di ricordare First Blood e di compensare il numero ridotto di scene d’azione. Il film ne contiene, numericamente, di meno rispetto ai precedenti film, nonostante ci sia molto più sangue, ci siano molte scene splatter e una violenza molto più brutale.

La preparazione della battaglia dura molto più della battaglia stessa, a discapito delle aspettative ereditate dai film precedenti.

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