Più neorealisti del re? (note a margine del dibattito sul New Realism)
di Francesca R. Recchia Luciani
Nel corso dell’estate che è appena trascorsa abbiamo assistito al ritorno di una prospettiva filosofica, anzi – per meglio dire – abbiamo presenziato all’ingresso in pompa magna sulla scena culturale nazionale di una “filosofia di ritorno”: il New Realism (cui l’anglicismo non attribuisce per incanto, come forse auspicano i suoi fan entusiasti, maggiore dignità teoretica). Per quanto nobile e altisonante possa apparire un programma che, nelle intenzioni dell’autore dell’agostano Manifesto del New Realism («La Repubblica», 8 agosto 2011), il filosofo Maurizio Ferraris, dovrebbe restituirci il mondo “vero”, credo che la pur miracolosa triade “Ontologia, Critica, Illuminismo” che dovrebbe garantirci tale prodigioso effetto risulti alquanto usurata dal tempo per poter mantenere una così mirabolante promessa.
La ripresa del realismo filosofico come panacea dei funesti malanni causati dal “pensiero debole” e dal clima decadente della post-modernità (artatamente fatti coincidere per poter fare piazza pulita di entrambi con un vistoso risparmio di mezzi) non affronta però, e neppure sfiora, le contraddizioni che da Nietzsche in poi, ma soprattutto all’interno della filosofia della scienza post-neoempirista, hanno minato alla radice la prospettiva di un realismo puro e semplice. Vale a dire, le debolezze di una prospettiva meramente e a-problematicamente realistica, il suo appellarsi ad una verità indiscussa e indiscutibile che intreccia, come ha ampiamente dimostrato Foucault, un legame indissolubile con il potere che di volta in volta l’assume e la conferma, non vengono in alcun modo fronteggiate dal New Realism, ma semplicemente rimosse. Non a caso, Ferraris piuttosto che prendere teoreticamente di petto le aporie del realismo filosofico (che lo hanno condotto ad essere superato nel Novecento da prospettive ermeneutiche e decostruttivistiche), da un lato si limita a proclamare la necessità di riabilitare “i fatti” e la ricerca della verità, dall’altro, per così dire, la butta sul politico («Left-Avvenimenti», 16 settembre 2011).
Infatti, sin da subito il filosofo s’ingegna programmaticamente a tenere separato il suo “nuovo” realismo dal “conservatorismo politico” di cui veniva tacciato il vecchio, anzi fa di più, sostiene che è stato proprio l’“avvento dei populismi mediatici” ad aver “fornito l’esempio di un addio alla realtà per niente emancipativo”. Il che equivale a sostenere che proprio perché non è giunto il mondo nuovo che le filosofie politiche novecentesche avevano promesso denunciando le trappole, anche gnoseologiche e discorsive, che ci tende il potere spacciandoci la propria verità come l’unica possibile (Foucault e Arent docent), tanto vale tenercela quella verità e provare a sostenerla con un bel programma filosofico che poggi saldamente sulla roccia del “carattere saliente del reale” e sulla sua “inemendabilità”.
Ora, il fatto che questo dibattito un po’ stantio abbia infiammato i cuori sia a destra che a sinistra, rende ancora più sospetta la debole proposta filosofica e, soprattutto, illumina l’intrinseca inconsistenza del dibattito culturale che il nostro paese riesce a permettersi in questo momento storico così drammatico. Giuliano Ferrara («Il Foglio», 22 agosto 2011) ha buon gioco nel denunciare il profondo livello di spaesamento degli intellettuali di sinistra, vedendoli costretti a ripiegare sulla tesi della Verità, da sempre appannaggio degli assolutismi di ogni natura, soprattutto religiosi, ma di questo i tanti entusiasti new-realisti post-rivoluzionari non sembrano rendersi affatto conto, a giudicare dal giubilo che ha accolto sui loro giornali l’annuncio della fine della post-modernità con l’accompagnamento di questa confortevole, rassicurante e assai realistica minestra riscaldata.
Hilary Putnam, rigorosissimo epistemologo che da sempre si muove nel solco di un solido realismo filosofico, ha di recente ricostruito («Il Sole 24 ore», 16 ottobre 2011) il proprio personale percorso teoretico all’interno di questo ambito di riflessione sostenendo di avere attraversato negli ultimi cinquant’anni almeno tutte le seguenti versioni di questa prospettiva: dal “realismo scientifico” positivistico a quello “minimale”, per poi attraversare quello “metafisico”, in seguito abbracciare quello “interno”, dopo aderire a quello “del senso comune”, ma sempre con la solida convinzione che il “realismo scientifico” sia l’unica concezione rigorosa in ambito epistemologico. Nel farlo, egli affronta alcuni dei nodi più problematici connessi a questa tesi filosofica, ma al contempo mostra come neppure del realismo c’è una sola versione veritativa definitiva e assoluta. D’altra parte, la teoria della verità come corrispondenza alla realtà, la non coincidenza tra cose e fatti, il complesso rapporto tra “mondo” e linguaggio, la molteplicità/relatività dei punti di vista, il conflitto delle interpretazioni, il legame tra conoscenza e potere, che rappresentano alcune delle questioni teoriche più spinose che hanno in passato inficiato l’approccio realista, hanno anche da sempre attraversato la gnoseologia occidentale, conoscendo in epoche diverse risposte alternative alle antinomie che sollevano. In questo senso, il realismo stesso è relativo poiché appronta, volta a volta, soluzioni differenti alle problematiche che lo investono.
Sottrarsi alla confusione tra tesi filosofico-epistemologica e visione politico-emancipativa, che vengono parimenti evocate nella riedizione del realismo in versione “New”, è allora un dovere epistemologico, se non si vuole dare adito al sospetto che si tratti solo di una trovata da (l’espressione è di Wittgenstein) “giornalisti della filosofia”. Oppure ad un altro dubbio: che, come, nella migliore tradizione dell’accademia italiana, si stia solo assistendo pubblicamente ad un parricidio simbolico (com’è noto, Ferraris è allievo proprio di quel Vattimo che sembra all’origine di tutte le patologie “deboliste” post-moderne che vengono imputate agli anti-realisti), il che, a giudicare da quel che Ferraris pensa della psicoanalisi (“[…] si è industriata a ridurre tutte le colpe a sensi di colpa non facendo un buon servigio all’umanità”), appare – soprattutto per chi ha a cuore le sorti del dibattito cultural-filosofico italiano – molto, ma molto più preoccupante.
