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Pensieri sugli “Oscar” 2012
di Francesca Vitale
E anche quest’anno la magica serata degli Oscar è finita. Di tutta quell’attesa e quel luccichio di premi, abiti e flash di agguerriti fotografi non è rimasto più niente, salvo centinaia di articoli tutti uguali su riviste e blog e le solite gossippate sui chi aveva il vestito più bello o l’accompagnatore più affascinante. Tuttavia ciò che c’è di più bello nella notte degli Oscar è l’ambivalenza, se così si può dire, della cerimonia: da un lato si raccolgono i frutti “cinematografici” dell’anno passato e dall’altro si cominciano già a gettare i primi semi di quello a venire. É il principio di nuove battaglie, di nuove sfide. O almeno questa è l’intenzione. I produttori Hollywoodiani si scervelleranno a cercare nuovi sceneggiatori di talento, compositori con tanta voglia di rompere gli schemi, scenografi visionari e registi …. beh non mi viene altro da dire perché in effetti stavo solo scherzando! Non è affatto questo quello che accade. Pochissimi sperimentano, pochissimi danno la possibilità ai nuovi talenti di emergere, pochissimi, in altre parole, rischiano. In tempi di crisi, anche un settore che in effetti in crisi , dati alla mano, non lo è,teme la crisi. Scusatemi il gioco di parole ma è davvero così. Il pubblico rinuncia alle vacanze ma non al sabato al cinema? Bene, e allora diamogli quello che vuole, pensano questi furboni. E cosa vuole il pubblico? Sempre la solita minestra riscaldata. Film sui vampiri e sui supereroi, film su pazzi psicotici (ma sono davvero riusciti a trovare i soldi per fare un altro Saw-L’Enigmista??? Oddio ma non ce ne sono già sei?), film sui vari addio al celibato/nubilato all’americana e ovviamente i soliti film d’azione sempre più esagerati e violenti (ma perché poi tutti i criminali sono afroamericani???). Insomma un vero incubo con qualche spiraglio di luce qua e là, come per esempio il fatto che quest’anno ci hanno risparmiato la solita sfilza di film sugli alieni. Il bello è che effettivamente, tranne qualche caso di film di buona qualità che ha anche un buon successo di pubblico, sono questi i film che portano la gente al cinema, di cui la gente parla, di cui alla gente importa. Sono questi i film che stanno salvando il settore dalla crisi, per quanto questa notizia abbia un gusto amaro per chi nel cinema non vede solo mero intrattenimento, ma vede arte.
Continua a leggere l'articolo“In Time” di Andrew Niccol
di Luciano Aprile
Questo è un film che si adatta meravigliosamente ad un contatto fra cinema e filosofia. Come lo sono stati Blade Runner o Matrix. Lasciamo da parte per un momento questioni legate a teorie come quella del “concettimmagine” e a tutta la problematica del contrasto fra un linguaggio, quello filosofico, fatto di concetti (freddi) e astrazioni, contrapposto a quello cinematografico (caldo) fatto di narrazioni, storie, volti, emozioni. E lasciamo da parte anche per il momento la questione della qualità del film che ovviamente può essere esposta a valutazioni soggettive, relative ai gusti o alla disposizione dello spettatore.
Già con Gattaca, questo regista neozelandese, aveva felicemente usato l’invenzione fantascientifica per una riflessione molto amara e commovente sull’ipotesi di un futuro umano organizzato in funzione di una spietata eugenetica, con tanto di riproposizione, azzeccata, dell’immortale tema del “doppio”, declinato,in quel caso, non in chiave di incubo o di conflitto profondo fra due parti contrapposte, ma di solidarietà e complicità fra due umani dal diverso pedigree genetico.
Nel film appena uscito il tema filosofico affrontato è il Tempo: un argomento che però è ben lontano dall’essere una mera astrazione concettuale. Il tempo è vita, per tutti gli esseri, non certo solo per i filosofi. “Il tempo è denaro”. Il tempo è piacere o dolore. Il tempo è lavoro, fatica oppure gioia. Anche se, innanzitutto e per lo più, le necessità del quotidiano sconsigliano di fermarsi a riflettere sulla pervasività del tempo, sulla sua tirannia. Sulla sua ineluttabilità.
Continua a leggere l'articoloTempus fugit
di Raffaele Pellegrino
E’ lecito porsi a un certo momento della propria vita la domanda se la bellezza sia eterna oppure destinata a consumarsi insieme al tempo che, dicono, porti via tutto, abbruttisce e fiacca persino la memoria. Non ci ho mai creduto, i gesti rimangono per sempre, le parole anche, l’amore anche. Eppure io stesso mi accusavo di astrattezza nel parlare di questo; in fondo, se la memoria cede, cede anche tutto il resto, anche tutta la bellezza che si ricorda o si…ricordava.
Allora, decido di chiedere alla natura, che subito mi accontenta: vedo una rosa, bellissima, imponente, rossa, sembra indistruttibile. Diceva Shakespeare: “Cosa c’è in un nome? Quel che chiamiamo rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe sempre lo stesso dolce profumo.” E, tuttavia, dopo qualche giorno, rimane cenere e sospiro di una tenerezza che non c’è più.
Forse, alzando gli occhi al cielo, qualcosa cambierà: vedo le stelle e il sole, mi sembrano davvero piccoli, ma la grandezza non deve essere necessariamente un attributo dell’eternità. Eppure nella notte il sole si nasconde, le stelle spesso sono coperte dalle nuvole. La visibilità costante deve essere una virtù dell’eternità, altrimenti rischio di…dimenticarmi dell’eternità in questione. Così ho deciso.
Sanremo misogino
di Carmen Trigiante
Povera donna nello show musicale più atteso dell’anno. Alla fine della penultima serata, non solo i ringraziamenti le vengono negati, ma perfino il solito mazzo di fiori, che resta stretto stretto tra le braccia di Morandi. Ben sappiamo che negli ultimi anni siamo riusciti a sfoggiare al peggio la nostra mediocrità maschilista in tutto il mondo, ma che abbiamo perso anche quel savoir faire che per lo meno ci dava una parvenza di civiltà, questo proprio non lo si può tollerare. Lungi me l’idea che il delizioso Moranti o tanto meno il bravo Papaleo siano due misogini, ma il risultato di un’impostazione sbagliata, ahimè, è stato davvero di pessimo gusto. Sarà per gioco, sarà per provocazione, fatto sta che l’unica figura femminile, stretta e imbarazzata nelle retrovie di un palco dominato da uomini, si è totalmente eclissata all’ombra dei due “mattatori”, nonostante i dieci centimetri di altezza con cui li sovrastava e il vestito ben più scintillante. Mi chiedo: è proprio questa l’immagine che vogliamo dare della donna nel mondo? Silente, imbarazzata, indecisa perfino se vestire o no un sorriso troppo contestato nei giorni precedenti, incapace o impossibilitata anche a leggere il gobbo con le presentazioni degli artisti. Certo, Sanremo non è mai stata la fiera delle pari opportunità, e il barlume di speranza che aveva fatto intravedere l’edizione della Clerici si è spento con Belen e la Canalis, declassate a vallette, ma per lo meno accettabili perché danzanti, canticchianti, in un’espressione, parlanti. Che dire adesso? Le parole non bastano per esprimere quella che dovrebbe essere l’ennesima umiliazione per tutto il mondo femminile. E non per colpa della povera malcapitata in questa edizione di uomini, ma perché siamo andati a prenderla da chissà dove, nel tentativo di internazionalizzarci e magari pure “globalizzarci”, e poi siamo riusciti a fare una figura da tribù di trogloditi.
Continua a leggere l'articolo“Hugo Cabret” di Martin Scorsese
di Francesca Vitale
Partiamo dal presupposto che Hugo Cabret è soprattutto un film per cinefili. Ahimè devo dire che le campagne pubblicitarie delle grosse produzioni solitamente finiscono per tralasciare aspetti a volte molto importanti del film che stanno promuovendo, a favore di quelli più commerciali e di facile presa. C’è da chiedersi però se effettivamente chi promuove questi film e ne studia le campagne di marketing veda il film stesso oppure si affidi a qualche breve trailer trovato online, così giusto per farsi un’idea. Vero è che in alcuni casi anche chi si affida alle testate giornalistiche di settore, credendo di essersi affidato a fonti autorevoli, viene un po’ fuorviato da recensioni talmente banali e superficiali che offendono l’intelligenza di chi poi il film lo va a vedere. Perciò il mio umile consiglio è quello di leggere anche e soprattutto le recensioni degli appassionati in rete, che oltre ad essere più coerenti e dettagliate , non sono soggette ad alcuna logica di mercato e dunque sono SINCERE. Unico inconveniente: non troverete mai le recensioni prima di qualche giorno dopo l’uscita del film nelle sale, perché l’appassionato scrive dopo che il film se l’è andato a vedere a proprie spese e nel proprio tempo libero, e non può dunque partecipare alle anteprime riservate alla stampa.
Università per classi
di Carmen Trigiante
Non si paga coi soldi l’istruzione, ma col sudore della mente. Non è più nutrito l’animo di chi studia su computer all’ultimo grido, ma quello di chi sforza gli occhi al chiarore della lampadina che si affaccia dal comodino, nel silenzio di una notte ricca di fervore dopo una giornata sbattuta a guadagnarsi il pane. Vogliono toglierci questo. Vogliono dirci che chi ha i soldi per pagarsi l’università migliore, vale di più. Vogliono sputare in faccia ai sacrifici, ai sogni, per distruggere definitivamente ciò che questa società classista sta sbranando: la speranza. Perché restare a guardare senza sprecare una parola su questo scempio? Perché non unirci alla protesta pacifica e accorata degli studenti che vedono schiacciare l’unica cosa che ancora non gli era stata tolta? L’illusione che l’amore per il sapere potrà un giorno cambiare le cose è sacrosanta, intoccabile, irrinunciabile, se non si vuole cadere nella depressione sociale, che graverebbe sulle nostre teste con più veemenza di quella economica. Tasse più alte; eliminazione dei benefici per i meno abbienti, sostituiti da prestiti erogati agli studenti e restituibili semmai ci si introdurrà in un mercato del lavoro precario e senza prospettive; abolizione del valore legale della laurea, con conseguente discriminazione tra università private di serie A, e università per poveri, di serie B.
Parliamo, scriviamo, urliamo che tutto questo non è corretto, ma è sporco, violento, ingiusto e profondamente triste. Scriviamone tutti, perché sulla passione per la cultura si fonda il futuro, sulle parole che la difendono si fonda il presente. Se ci lasceremo sfuggire questa occasione, saremo complici di un terribile delitto.
Continua a leggere l'articolo“Grazia e furore” (2011) di Heidi Rizzo
di Francesco Monteleone
Fabio e Gianluca Siciliani sono due Muay Thay figther di Lecce. Accostati l’uno all’altro si fa fatica a distinguerli, anche perché sono fratelli. Dalla fanciullezza in poi hanno vagato in un’unica direzione morale: aspirano a rimanere buoni, in nome del loro padre defunto. Vogliono conservare l’armonia in famiglia, assistendo la madre e crescendo i figli. Riescono ad annientare le paure del futuro rimanendo vicini. Non appaiono tracotanti, né occupano le prime posizioni in società. Sono due giovani non alienati, che esprimono simbolicamente le loro capacità dinamiche con gomitate, calci e sfinimenti. Perché sono due picchiatori olimpici, due combattenti della boxe thailandese che forse è meglio non fare arrabbiare mai.
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Bif&st 2012 (Bari International Film Festival)
di Francesco Monteleone
Si chiamerà “Festival Carmelo Bene”, si svolgerà da sabato 24 a sabato 31 marzo, costerà 1 milione di euro + IVA, offrirà 8 anteprime cinematografiche al teatro Petruzzelli di Bari, avrà come presidente onorario Ettore Scola. Serena Dandini condurrà, insieme alla Lino Patruno Jazz Band, la serata finale per la consegna dei premi attribuiti dalle giurie ai film di lungometraggio. E dentro queste evidenze ci sono decine di proiezioni che sicuramente faranno superare gli 80 mila biglietti comprati mediamente in ognuna delle edizioni passate.
“VaRAIty” di Giuliano Ciliberti e Mirko Guglielmi
di Francesco Monteleone
A fare le donne sono meglio gli uomini, in teatro. Scusate il paradosso, gentili lettrici, ma dopo aver visto ‘VaRAIty’, lo spettacolo firmato da Giuliano Ciliberti e Mirko Guglielmi ci viene dal cuore di riconoscere ai maschi naturali una straordinaria capacità di mimesi del gentil sesso. Le interpretazioni di Eleonora Magnifico, en travesti, sono arte e divertimento allo stato puro. E il cantante che incassa simpatia, i ballerini più reattivi di tigri ferite rendono lo show in questione un incrocio senza limiti di bellezza e bravura.
Spieghiamo meglio. Da 13 settimane il capocomico Nicola Pignataro ha affidato il teatro Purgatorio, il venerdì, a un giovane attore di compagnia, Giuliano Ciliberti, che conosce la storia della RAI meglio di tanti raccomandati di Viale Teulada. ‘Ogni intuizione è legata un sentimento’ dicono i sofisti. L’amore per la tv nazionale ha fatto nascere in Ciliberti e in Mirko Guglielmi la voglia, a lungo soffocata, di ribaltare sul palcoscenico teatrale i migliori ricordi degli italiani cresciuti a pane, mortadella, Studio 1, Carosello e Canzonissima. Insomma un’ operazione difficilissima, ma commovente. Così sono stati messi in opera 91 minuti di varietà, a un prezzo che sfida la crisi, per un pubblico che, in ogni replica, fermenta le proprie preferenze cantando, fotografando, applaudendo a scena aperta le esibizioni dei giovani interpreti. ‘Questo è un appuntamento che ci riporta in bianco e nero’, dice il presentatore all’inizio. Infatti il suo novellare riguarda soprattutto le più belle pagine di spettacolo che la RAI ha donato agli abbonati, quando la tv di stato era unica e i suoi autori funzionavano. Non è facile che qualcuno possa manomettere i ricordi altrui e ravvivarli con un’emozione più grande. Eppure è proprio quel che accade agli spettatori di ‘VaRAIty’, seduti e a bocca aperta sotto il sipario, in penitenza, a spiare i campioni del divertimento.
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Le amiche di Sex and the City
Il convegno di Genova è stato il gesto inaugurale di questa innovativa chiave di lettura dove confrontare studi, riflessioni e autrici con un’assise di lettrici e lettori.
Video a cura di Federica Fabbiani e Marzia Vaccari - women.it
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“A.C.A.B.” (All cops are bastars) di Stefano Sollima
di Francesco Monteleone
“Celerino figlio di puttana, celerino figlio di puttana…” La prima inquadratura notturna di “A.C.A.B.” è una scelta drammaturgica perfetta, un inizio emozionante per 5 storie di vita difettate. Piefrancesco Favino detto ‘cobra’ è un agente di quelli che vengono pagati per dare mazzate o prenderle, senza sapere i perché. Canta a squarciagola, in motocicletta, il jingle che si sente rivolgere ogni giorno per strada da tutti i reietti dell’umanità: disoccupati, migranti senza permesso di soggiorno, neonazisti, ultras del calcio, xenofobi, sfrattati…E mentre corre nella periferia desolata di Roma cosa gli succede? Vi consigliamo di pagare il biglietto del cinema senza temere di addormentarvi come a ‘Benvenuti al nord’.
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“E ora dove andiamo?” di Nadine Labaki
di Luciano Aprile
Dai!, si va a vedere questo film libanese (anzi franco-libanese).
La regista è quella bellissima donna che ha già girato e interpretato (oltre che sceneggiato) “Caramel”, qualche anno fa. Ma mentre quell’opera era ambientata a Beirut, con epicentro un salone di bellezza intorno al quale orbitavano alcune storie di donne, questo è girato in un villaggio di montagna e ha per tema il conflitto religioso fra cristiani e musulmani.
Dunque il tema è profondo. La regista aveva già, in “Caramel”, evidenziato un tocco sapiente nel mostrare agli occidentali che la vita delle donne a Beirut, metropoli inquieta e dal passato tragico, mescolanza colorata di Europa e medioriente, crogiolo di tradizioni e incrocio di religioni, non è diversa in fondo da quella rappresentata da sit-com come “Sex & city” o “Desperate housewifes”. Per cui se lo scenario ora è quello di un villaggio sui monti del Libano, racchiusa metafora di conflitti ancestrali (l’odio religioso, le recenti guerre civili, i Cristiano-Maroniti, Hezbollah ecc…) il film non potrà che essere serio e impegnato, magari nello stile “leggero” della bella regista.
In più (anche se potrebbe non voler dire niente, vedi i botteghini italiani!) il film risulta essere in testa alla classifica degli incassi in Libano.
“The Help” di Tate Taylor
di Francesca Vitale
Era da molto tempo che desideravo vedere questo film. In me la curiosità aumentava giorno dopo giorno, in quel perfetto stato di aspettativa ansiosa che è il preludio di un evento che ha per noi un significato particolare. Insomma, come un bambino che aspetta la vigilia di Natale e nel frattempo si perde in fantasiose congetture su quali tra i regali richiesti gli porterà Babbo Natale, mi sono messa a leggere qualsiasi informazione trovassi sul film: sul regista, sul cast , sulla trama, sul romanzo omonimo da cui è tratto, sui prestigiosi premi a cui è candidato, su qualsiasi altra cosa che aumentasse in me, se ancora fosse possibile, la curiosità e il senso di attesa. Dopotutto diceva il poeta e filosofo tedesco G.E. Lessing (ora scimmiottato da una suadente voce maschile nello spot della Campari) in un suo celebre aforisma: “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere”, e infatti questa fase è quella più piacevole in assoluto perché non soggetta ad alcun tipo di delusione, dal momento che la curiosità, al contrario di molte altre cose, è inversamente proporzionale alle critiche.
Continua a leggere l'articoloCollega giornalista, s’informi
di Francesco Monteleone
‘Richiedente asilo’, ‘rifugiato’, ‘vittima della tratta’, ‘immigrato’, ‘migrante irregolare’…Le migliaia di persone che sbarcano in Italia, salvandosi dalle minacciose traversate del Mediterraneo o che eludono i controlli di frontiera come ombre distese sotto le merci sono comunemente definite ‘i clandestini’. Contro una parola usurata che esprime la nostra insofferente ostilità verso gli intrusi, gli altri, i reietti, il sindacato dei giornalisti italiani ha scelto un glossario più adatto a definire l’identità giuridica e morale di ‘persone senza documenti’. Tanti redattori, cronisti, capistruttura che incrociano il problema dell’ immigrazione volontaria o irregolare a metà gennaio 2012 si sono confrontati a Bari, in casa dell’Ordine dei Giornalisti e dell’Assostampa, nella città che per prima affrontò e accolse i pionieri albanesi della Vlora.
La FNSI e l’UNAR (con 3 anni di ritardo!) hanno deciso un percorso formativo che ora diventerà periodico nelle redazioni di quotidiani, radio e tv italiane. Roberto Natale presidente FNSI, Laura Boldrini portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Massimiliano Monnanni direttore dell’UNAR, Nicola Fratoianni assessore alla cittadinanza sociale della Regione Puglia, il direttore della ‘Gazzetta del Mezzogiorno’ Giuseppe De Tomaso, Stefano Costantini caporedattore di ‘Repubblica’, il vicedirettore del ‘Corriere del mezzogiorno’ Maddalena Tulanti, la direttora di Antenna Sud Annamaria Ferretti, i professionisti e gli studenti della scuola di giornalismo pugliese si imporranno, come azione esemplare, una rigorosa autodisciplina nell’uso di termini più coerenti alla dignità umana.
“I giornalisti, spesso in buona fede, sono riproduttori di luoghi comuni”, aveva affermato risentita Paola Laforgia, la presidentessa dell’OdG pugliese, inaugurando il lavoro di analisi semantica. “è ora che studino il protocollo deontologico per non maltrattare impunemente quelle persone che finiscono in una terra diversa, deprivate di rispetto e identità.”