“NON SI SEVIZIA UN PAPERINO”: UN CASO DI CRONACA NEL PRIMO THRILLER ITALIANO

di Carmela Moretti

Da settembre 1971 a giugno 1972, una storia di un’indicibile efferatezza catapultò Bitonto nelle pagine dei più grandi giornali nazionali. Cinque bambini in tenerissima età, tra 1 mese e i 5 anni, furono ritrovati morti in una cisterna nel centro storico della città pugliese, in un quartiere detto dei “truscianti” (da truscio, che in dialetto significa stracci, a indicarne la miseria e la povertà degli abitanti).

Di questi episodi, che sconvolsero l’intera cittadinanza, oggi rimangono qualche ricordo inenarrabile -a Bitonto si fa ancora fatica a parlare di quelle assurde giornate- e le pagine di alcuni quotidiani locali e non, tra cui durissimo è l’articolo apparso su “La stampa” il 7 giugno 1972.

Proprio in quegli anni, alla strage degli innocenti di Bitonto s’inspirò – senza mai farne esplicitamente riferimento – il regista Lucio Fulci nel film “Non si sevizia un paperino” del 1972, considerato a giusta ragione uno dei primi thriller italiani. Le riprese si svolsero quasi tutte all’aperto tra Sant’Angelo di Puglia e Manziana, a partire dal 2 maggio di quell’anno, dando vita a un lungometraggio di ottima qualità e sempre coinvolgente.

Siamo ad Accendura, un paese immaginario del Sud Italia, in cui la popolazione vive ancora annebbiata da superstizione e pregiudizi. A sconvolgere la quiete della cittadina sopraggiungono gli omicidi di cinque adolescenti, scatenando una brutale caccia al colpevole, che compromette le indagini della polizia. Solo alla fine, grazie alla collaborazione di un perspicace giornalista (interpretato da Tomas Milian) e di una giovane seducente (la bellissima Barbara Bouchet), si scoprirà il vero assassino. Che, come accade sempre in queste oscure vicende, è il più insospettabile del paese.

Quasi a distanza di 47 anni dall’inizio delle riprese in Puglia, “Non si sevizia un paperino” è un film che convince ancora, confermandosi una piccola perla della cinematografia italiana per la storia e per la sua capacità di attraversare tutti i generi. C’è parecchio neorealismo nella raffigurazione del paese e dei suoi cittadini, ma insegue anche il genere giallo nella ricerca dell’assassino, ha la suspense di un thriller e non mancano pochi ed efficaci risvolti horror.

La violenza sui minori, ovviamente, è la principale tematica affrontata da Fulci, a cui se ne aggiunge un’altra più sottile e impercettibile: la condanna delle superstizioni e di una fede che acceca.
Ha la forza di una tragedia greca, infatti, la scena in cui la maciara del paese (interpretata da una straordinaria Florinda Bolkan) viene considerata colpevole e brutalmente assassinata dal popolo con catene e bastoni.

In sottofondo, la radio trasmette la voce calda di Ornella Vanoni nel brano “Quei giorni insieme a te”, sulla ritmata colonna sonora del maestro Riz Ortolani.

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