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MIDDLE ENGLAND, di Jonathan Coe, Feltrinelli, 2018

di Luciano Aprile

Considero da tempo Jonathan Coe uno di quegli scrittori che con i suoi romanzi ci racconta la sua patria, la Gran Bretagna, più e meglio di quanto non facciano i libri di storia o i trattati di sociologia. Il suo undicesimo e penultimo romanzo uscito circa tre anni fa si intitolava appunto, con la solita autoironia che caratterizza la sua scrittura e le sue opere, “Numero undici”: perché in realtà il numero undici è anche quello di Downing Street a Londra, in cui risiede ufficialmente il Cancelliere dello Scacchiere (mentre al numero 10 ha sede il domicilio del Primo Ministro). E i romanzi di Coe sono sempre profondamente politici

L’ultimo romanzo, uscito nel 2018 si intitola “Middle England” ed è stato annunciato come l’ultima tappa di una trilogia di titoli  la cui prima ‘puntata’ fu “La banda dei brocchi” (The Rotter’s Club”, 2001) ambientato nel cuore degli anni ’70, nel ’77 per la precisione, seguita da “Il circolo chiuso” (“The closed circle”, 2004), in cui alcuni dei protagonisti di Rotter’s Club continuano a incrociare le loro vite un bel po’ di anni più in là, una ventina almeno.

In quel primo romanzo di questa ormai compiuta ‘saga’ amicale, si racconta di un quartetto di ragazzi che, provenendo da un background sociale medio-basso, grazie alla scuola si lasciano alle spalle un mondo culturalmente angusto e umile e si slanciano, attraverso il giornalino scolastico, la politica, le letture e i film, verso una crescita e una formazione di spessore: studiano a Oxford e a Cambridge, ascoltano musica e frequentano un genere, il progressive, che è una delle forme più colte ed evolute della musica inglese di quegli anni. Si innamorano di un gruppo in particolare, espressione di quel ‘Canterbury Sound’ che annoverava anche genmte come i Soft Machine di Robert Wyatt, i Caravan e i Matching Mole: gli Hatfield and the North i cui membri avevano anche fatto parte di quelli sunnominati. Il primo album degli Hatfield si intitolava “The Rotter’s Club” (da noi tradotto come “La banda dei brocchi”). Con il sottofondo di quella musica, magari ascoltata anche nei pub in occasione di concerti dal vivo che restano infiffi nella loro memoria, le vicende dei quattro ‘brocchi’ si incrociano con le vite di altri ragazzi e di altre ragazze: si accendono storie sentimentali anche,ma ogni accenno romantico alla commedia delle vicende esistenziali subito si annoda ai drammi e alle contraddizioni sociali e politiche del proprio tempo. Così era nel primo romanzo e così è nell’ultimo, “Middle England”; è lo stile precipuo di Coe, la sua qualità maggiore. Sullo sfondo delle vite qualunque dei giovani protagonisti, quando erano adolescenti, le bombe dell’ Ira, le contraddizioni di una società multirazziale, aperta ma che prepara i drammi che faranno svoltare la storia d’Albione (la guerra delle Falkland, l’avvento della Tatcher stanno per arrivare). Nel giugno del 2005 gli Hatfield and the North vennero a Fasano, per suonare, unica data italiana di un’inattesa reunion. Con loro c’era, come fosse un membro aggiunto del gruppo, Joathan Coe che parlò dal palco come se il suo contributo di narratore facesse ormai parte di una storia, la storia di quella splendida e sfolgorante epoca musicale, e come se quel gruppo fosse esso stesso un pezzo della storia di una generazione, che era stata ‘giovane’ in quegli anni. Dev’essere stato questo spirito di appartenenza non tanto e non solo ad una geografia, la Britannia, o ad una società, quanto ad una generazione che fu innamorata della letteratura e della politica, del cinema e della musica e ne fece colonna sonora di un modo di vivere, una cifra esistenziale sincera e appassionata pur dentro le sue tante e inevitabili contraddizioni, quelle che condurranno quell’epoca alla sua naturale estinzione al suo invecchiamento naturale (com’era già successo per la Beat generation in America). Ma sono , ci dice Coe,una vicenda e un’ epoca che meritano di essere non solo ricordate ma rammemorate con tenerezza e rispetto oltreché con riconoscenza. Ed è questo che Coe si è incaricato di fare.

Si chiude un cerchio, dunque: ma il libro può essere letto a sè così come non deve intendersi tutta l’operazione come un cedimento alla ‘moda’ del racconto seriale. Piuttosto scrivendo questo libro Coe sembra confermare quali sono state le linee di tendenza più importanti del suo ‘mestiere’ di narratore: la memoria, il filo rosso che scorre lungo le vite di un gruppo di ragazzi inglesi la cui adolescenza ha luogo nei fatidici anni Settanta (Coe è nato nei pressi di Birmingham nel 1961) e dura fino agli inquieti giorni di oggi (la crisi politica della difficile Brexit). Sembra quasi che i personaggi creati un giorno da Jonathan, gli risuonino dentro come parti di sè dalle quali risulta difficile liberarsi, e che anzi richiederebbero un approfondimento psicologico certo ma anche storico-critico perchè intanto, intorno alle loro biografie, il mondo è cambiato, anzi è completamente stravolto (soprattutto dalla crisi finanziaria globale del 2008).

L’ultima fatica, “Middle England” riguarda i giorni nostri, dalle olimpiadi londinesi del 2012 alla Brexit del giugno del 2016, al nostro presente più recente e ritrova, ormai ‘invecchiati’ alcuni amici di quel passato, i loro figli e le loro strade, ormai immerse, senza alcuna memoria di quell’Inghilterra dei padri che ancora romanticamente faceva da sfondo alla loro crescita, in una Londra globale, commercializzata, turistizzata, frenetica, con le fabbriche scomparse e con loro la working class e i suoi valori; idem per il Welfare morto e sepolto dai tempi amari della Tatcher. Una Gran Bretagna talmente incarognita e rancorosa, diffidente e autoreferenziale da volersi mettere fuori dall’Europa, per le ragioni più svariate certo, ma soprattutto per una ripulsa verso il volto multirazziale della ‘nazione’, fiore all’ occhiello una volta di una Albione che aveva saputo prima e più di altre grandi potenze defilarsi dalle colpe dell’imperialismo e che ora sente il richiamo di una sopita identità, storica, linguistica, di un orgoglio patriottico che può essere solo bianco e non multicolore come di fatto è la capitale ad esempio. Che però è anche futurista, costosa, difficile, ostica per i ragazzi delle periferie, inarrivabile come le cime dei grattacieli sempre più audaci e ipermoderni della City.

Pertanto il racconto di questo terzo libro della trilogia contiene molta amarezza, rimpianto per una Gran Bretagna diversa se non proprio scomparsa: un sentimento che può risuonare fra le righe della scrittura grazie alle biografie dei personaggi, distribuiti lungo tre generazioni, usando le diverse vicissitudini delle rispettive vite come grimaldello intellettivo per capire le trame profonde della storia contemporanea inglese. Ed è proprio il diverso modo di percepire gli accadimenti sociali e politici (le partecipazioni alle guerre, i fallimenti del laburismo, il terrorismo islamico, il ritorno di una cultura nazionalista dal volto violento e fascista) da parte, di anziani, giovani e meno giovani, nonni, zii, padri e figli (o figliastre) a fare l’importanza di questo libro, a caratterizzarlo come un trattato di psicologia o di filosofia della percezione in forma di racconto, una sorta di instant book sociologico (curiosi e strani sono ormai i mestieri, precari per definizione, di tutti gli ‘attori’ del racconto). Le relazione umane fra i protagonisti risultano segnate dal dissidio fra l’uscire dall’ Europa o  il rimanervi, oppure fra i diversi atteggiamenti nei confronti degli stranieri, provengano essi dal sud o dall’est del mondo che circonda l’isola, la Gran Bretagna, vissuta con nostalgia o con cinismo, o verso l’Europa stessa, sentita con empatia cosmopolita o con diffidenza risentita e aggressiva.

L’episodio reale che indirizza il libro verso la tragedia, sollevandolo da certi umori che, come nello stile consueto di Coe, andrebbero più volentieri verso la commedia intelligente e ironica, è l’assassinio della deputata Joe Cox, europeista, nel giugno del 2016, a pochi giorni del referendum,ad opera di un fanatico della Brexit: un evento traumatico, sconvolgente che però non era stato capace di cambiare gli esiti di quel evento elettorale, che avrebbe portato la Gran bretagna fuori dalla Comunità Europea. Un evento che Coe sembra percepire come tragico, incomprensibile, uno stato d’animo che le odierne vicende della politica inglese, confermano nell’ incapacità di dare un esito a quel risultato popolare.

In questo Coe si conferma un termometro sensibile delle vicende del suo paese e a me pare, insieme a Ian McEwan, Zadie Smith e in parte a Julian Barnes, l’anima sensibile della propria nazione, dei suoi sommovimenti più profondi. Per l’America del nord attribuirei questo merito al grande Philip Roth, senza rivali. La Francia forse trova riscontro dei suoi umori più cupi nell’opera di un autore scomodo e antipatico come Michel Houellebecq. E choi è l’autore in grado di raccontare l’Italia di oggi? Forse farebbe troppo male raccontarla. Uscendo dalla letteratura pura e semplice viene in mente solo il compianto Alessandro Leogrande.

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