LO SPOON RIVER DEI PARTIGIANI

di Carmela Moretti

Mi è capitato per caso tra le mani un libellus di poche pagine, con la copertina azzurro cielo. Di quelli che in una libreria domestica rischiano di sparire sotto un faldone di libri ben più imponenti. Eppure, a dispetto della sua apparente semplicità, si tratta di una gemma di rara bellezza, introvabile per altro.

Tito Boeri, ex presidente INPS

Sono epigrafi di partigiani morti per la libertà, scritti sul modello dell’Antologia di Spoon River dal partigiano e poi famoso e stimato neurologo Renato Boeri, padre dell’ex presidente dell’INPS Tito Boeri.

A spiegare l’intento della sua creazione, dal titolo evocativo “Più non torneranno al piano” e pubblicata per la prima volta nel 1949 dalla casa editrice milanese “Meridiana”, è l’autore stesso in un componimento: il dovere di dare voce alle tombe delle montagne, di farsi vivo cantore e “parlare per chi non rimase”.

Così, incontriamo dapprima Bubi, l’innocente, che confessa timidamente: “Credetemi, davvero/nulla ho capito./ Né perché uccisi, né perché m’uccisero”. Sfogliando qualche pagina, si presenta l’Ignoto: “Nulla sapete di me,/se non che ero biondo/e che ridevo molto,/impacciato com’ero”.

Poco più avanti duettano Barba, il socialista e Carlo, il ricco. Il primo si dice contento di essere morto accanto a Carlo, il partigiano ricco, perché così “almeno nella morte ho trovato giustizia”. Ma l’altro risponde amaramente: “No, Barba, per noi è giustizia,/non per loro”.

Prende la parola persino una Spia, che s’interroga sulle ragioni della propria vile scelta: “Fu una specie di inferiorità/che sempre mi staccò dai miei simili./Non credetti di far male”.

Sono bozzetti di una immediatezza travolgente. Con pochi versi, l’autore arriva dritto al cuore e ci porta nella formazione partigiana 7a brigata “Stefanoni”, che operò nel territorio del Verbano-Cusio-Ossola e di cui Renato Boeri fu valoroso Comandante.

Quindi, arriviamo nelle zone più impervie del Mottarone, all’ombra delle betulle e dei castagni, o sulla costa del Lago Maggiore, cinto dalla catena del Monte Rosa velata dalla nebbiolina. Sentiamo su di noi tutta la paura dei rastrellamenti infami, il peso delle privazioni e del freddo pungente, l’orrore per le uccisioni, l’odio per gli oppressori nazisti, l’ebbrezza della libertà da conquistare.

Questa la storia: sulle alture attorno a Stresa, i fratelli milanesi Enzo e Renato Boeri collocarono nel marzo del 1944 una stazione radio con cui trasmettevano agli alleati i bollettini e i messaggi delle formazioni partigiane. Si trattava di un’operazione pericolosissima, perché dopo l’armistizio firmato dal maresciallo Badoglio, tutta la zona da Meina a Gravellona Toce pullulava di nazisti.

Renato Boeri venne, difatti, catturato dai tedeschi pochi mesi dopo e rilasciato grazie a uno scambio con tre prigionieri nemici. Tornato in libertà, non esitò a riprendere la direzione della montagna, per riorganizzare la brigata “Stefanoni” di cui era Comandante e lottare strenuamente per la libertà di tutto il popolo italiano.

Il 12 maggio 1945, il vice-sindaco di Stresa prende la parola, davanti a una folla festante per la vittoria e a tante bandiere che sventolano alle finestre. Accanto a lui, c’è Renato Boeri. È commosso, ha ancora addosso la divisa da patriota e chiude il suo intervento con un monito ben preciso: “Noi ci sentiamo liberi, democratici. Tutte le opinioni vanno rispettate, di qualsiasi tinta e di qualsiasi colore esse siano”.

Ecco, che questo suo messaggio – unitamente al suo impegno e a quello di tanti altri giovani partigiani – arrivi fino a noi e oggi più che mai, nelle tempeste della politica contemporanea, sia faro splendente per il popolo italiano.

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