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LE CATACOMBE DI NAPOLI: LA RINASCITA DI UN QUARTIERE SIMBOLO DEL DEGRADO

di Michele Cotugno

Il Rione Sanità. Così chiamato perché nel quindicesimo secolo vi sorse un lazzaretto diventato, nel tempo, l’attuale ospedale di San Gennaro dei Poveri. La zona di Napoli, che ha dato i natali al grande Totò e che è stata più volte protagonista di film, serie televisive e della celebre opera teatrale di De Filippo dal titolo “Il sindaco del Rione Sanità” di recente nuovamente trasposta a cinema.

Una zona che, purtroppo, di problemi ne ha e molti. Alta è l’emarginazione sociale, complice anche uno sviluppo urbanistico disordinato e spesso preda di abusivismo e speculazioni. Alto è il tasso di disoccupazione e di sottoccupazione. Ingredienti, questi, che hanno sempre fornito nutrimento per le fila delle organizzazioni criminali locali.

Eppure, di potenzialità storico-culturali il rione è pieno. Edificato a partire dal sedicesimo secolo, la zona era stata precedentemente un importante luogo di sepoltura, sin dall’epoca greco-romana. E le catacombe di San Gennaro e di San Gaudioso sono lì a dimostrarlo. Non solo. Quei luoghi sono lì a testimoniare l’antichità nascosta sotto quel tessuto urbano disordinato, ma anche lo stretto rapporto con la morte che si è conservato nei secoli successivi e rappresentato, fino allo scorso secolo, dall’antico cimitero delle Fontanelle.


Lì, in quel quartiere degradato, ma ricco di storia, nei cunicoli angusti e freddi delle catacombe, è nata una storia di lotta contro il degrado, contro l’abbandono a cui sembrano, troppo spesso, condannate le periferie. Una storia di lotta, potremmo dire, anche alla criminalità, che dal degrado trae linfa vitale.

A gestire l’accoglienza turistica nelle due catacombe di cui si è già accennato, ci sono i ragazzi della Cooperativa Sociale La Paranza, una cooperativa nata nel 2006, che ha realizzato il progetto di riapertura, dando la possibilità, ai turisti, di visitarle e incrementando, negli anni, il numero dei visitatori. Dai 5160 del 2006 ai 129830 del 2018. Oltre 12mila sono i metri quadrati di patrimonio storico e artistico recuperati e strappati all’incuria, grazie a questo progetto che, nato dall’attività di don Antonio Loffredo, parroco della chiesa di Santa Maria della Sanità, e dall’interessamento di fondazioni private, ha potuto radicarsi con la vittoria di un bando di Fondazione Con il Sud. Più di trenta, invece, sono le persone impegnate nel progetto, per tentare di cambiare il destino del quartiere. Un esempio che, da più parti, ha ricevuto attenzione e apprezzamenti.


Le guide turistiche che assistono i visitatori sono tutti ragazzi del posto, alcuni anche con problemi giudiziari alle spalle, come ci ha spiegato una di loro in una recente visita in quei cunicoli risalenti al II e III secolo dopo Cristo, che rappresentano un’importantissima testimonianza dei primi secoli di cristianesimo a Napoli.

«Siamo nati nel Rione Sanità e qui lavoriamo per cambiare le cose. Mettiamo tutte le nostre conoscenze e la nostra volontà a sostegno di nuove attività produttive, per far crescere la speranza nei giovani» è scritto nel loro sito internet.
Ragazzi che credono che la cultura e il senso di comunità favoriranno una rinascita sociale ed economica del territorio in modo moderno e sostenibile, consapevoli della necessità di rivalutare quelle enormi risorse e decisi a mettersi in gioco al servizio del Rione sanità, «non per cambiare città, ma per cambiare la città».

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