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LA VIRALE STUPIDITA’ DEGLI ITALIANI

di Carmela Moretti

Se volessimo racchiudere in uno slogan lo spirito di questo febbraio potrebbe essere: “Fuori la politica da…”
Che già detta così suona come una cazzata, figuriamoci se completiamo l’enunciato.
Andiamo per ordine, in questa disamina che sin dall’incipit fa accapponare la pelle.

All’indomani della vittoria dell’italo-egiziano Mahmood alla 69esima edizione del Festival di Sanremo, abbiamo letto e sentito di tutto, una sorta di “febbre della stupidità” si è diffusa come la peste del 1348 e ha contagiato centinaia e centinaia di uomini e donne sul web, per le strade, in tv, in Parlamento.

Inspiegabile, una vera epidemia. Ecco alcuni tra i commenti più dotti: “Ha vinto l’Islam, vergogna!”, “È stato il Festival della canzone africana”, ma su tutti il più sorprendente è il seguente: “È stato un brano votato dalle banche”. Questi ultimi, se ci fosse, vincerebbero il “Guinness dei primati dell’ottusità”, perché hanno dimostrato di essersi fermati appena appena ad ascoltare il titolo della canzone in questione, per l’appunto “Soldi”, che proprio di soldi non parla e che piuttosto fa riferimento al controverso rapporto tra il cantante e suo padre – egiziano, lui sì, ma suo figlio Alessandro Mahmoud è italianissimo, perché altrimenti ci viene in mente, così d’emblée, uno dei punti del Manifesto della razza del 1938, “I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo”, e ci viene una smorfia di terrore sul volto al solo pensiero.

Chiaramente, accanto a questi commenti, si era sollevato un coro di voci che quasi chiedeva la testa del Baglioni decollato sul piatto d’argento, al suon di “fuori la politica da Sanremo”. Fuori un corno (scusate per certi scatti d’ira, ma è la bile che sale al cervello). Niente di ciò che rappresenta lo spirito di un Paese può essere avulso dalla politica. Significherebbe ritenere la politica solo un affare di palazzo, qualcosa che viene consumato nelle quattro mura del Parlamento, ma non si gridava fino a qualche tempo fa “la politica al popolo?”.

Secondo episodio. Lunedì 11 febbraio scorso è andato in onda su Rai Uno il nuovo episodio del Commissario Montalbano, tratto da un racconto di Camilleri, la cui penna aveva immaginato una serie di sbarchi di immigrati nell’inesistente Vigata: uomini, donne e bambini, scampati alla morte in mare e ai soprusi degli scafisti, raggiungevano le coste siciliane. Ecco alcuni tra i commenti dottissimi di qualche spettatore troppo sensibile, che purtroppo non ha gradito: “Puntata pro-immigrazione”, “Sta rottura di coglioni della politica, anche nella nuova puntata di Montalbano. Non bastava Sanremo 2019?”.

Be’ certo, perché chi si approccia a una serie tv tratta dalle opere di Andrea Camilleri, il cui orientamento politico e ideologico è ben noto da decenni per volere dello stesso scrittore, si aspetta di vedere una scena in cui magari un barcone li riporta a casa questi stramaledetti profughi. O piuttosto, si chiede a un intellettuale come Camilleri, le cui pupille offuscate vedono decisamente meglio delle nostre, di mettersi il bavaglio? Questa sarebbe la vera vergogna.

Ma prima ancora di Sanremo e Montalbano era stata la volta del “fuori la politica dai giornali”, perché la penna dei giornalisti deve essere pulita, obiettiva, informe, in una parola mediocre.

E in principio era stato un semplice e pericolosissimo – lo ricorderete – “fuori la politica dalla scuola”, perché un insegnante non deve avere un pensiero, non deve riconoscersi apertamente in certi valori, non deve esprimere un orientamento, non deve fare confronti inevitabili tra quel che accadde “ieri” e quel che accade “oggi”, non deve denunciare certe storture e certe brutture, non deve schiarire le nubi dell’odio e della pochezza culturale e morale.

Be’, sapete cosa vi diciamo? Fuori la politica un corno. Chiunque abbia la capacità di non pensare e dire scemenze ha l’obbligo morale di fare politica contro la stupidità di certi italiani. Ovunque. Nelle case, nelle strade, nelle scuole, nei giornali, in tv e al cinema.

Persino nelle chiese, se occorre.

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