“LA SCATOLA DI CUOIO”, DI GIANNI SPINELLI, FAZI EDITORE, ROMA 2019

a cura di Trifone Gargano

Scheda [dal risvolto di copertina]

Alla fine degli anni Cinquanta, in un paesino sperduto della Basilicata, un frate maledetto dal diavolo più che benedetto dal Signore mette su in maniera poco chiara una notevole ricchezza; in più, a casa di don Pantaleo, si sussurra, avvengono cose strane […]. Un giorno, don Pantaleo viene ritrovato morto, accasciato su una scatola di cuoio. Parte subito un’indagine ma nel frattempo l’eredità del religioso – soldi, case e terreni – finisce nelle mani dell’arcigna donna Marta, moglie di un nipote […]. Da qui avrà inizio una sanguinosa battaglia per l’eredità…

 Recensione

La prima qualità di questo libro di Gianni Spinelli, approdo della sua maturità artistica, è la lingua: agile, evocativa, coinvolgente, asciutta. Una lingua duttile, sotto le mani sapienti di uno scrittore maturo e capace cioè di piegare alle sue intenzioni espressive, senza alcun segno di forzatura o di ridondanza retorica, lo strumento linguistico, a cominciare dalla scelta del lessico e, soprattutto, dalla struttura sintattica. Si guardino le frasi minime, il ricorso frequentissimo (e potentemente evocativo) alla punteggiatura, fino a spezzare le frasi e ridurle, in molti casi, a monosillabi, a imitare il parlato più rapido e scattante (così come richiesto da certi passaggi dialogici, ovvero, da talune, magistrali, pennellate di descrizioni d’ambienti, ovvero di personaggi-tipo). La stessa strutturazione della narrazione in capitoletti brevi e ben orchestrati è il segno evidente di un dominio della scrittura e della materia (la fabula) che è dello scrittore maturo (e scaltrito).

Ne emerge, nell’intero romanzo, quella condizione di pluri-linguismo e pluri-stilismo che sono, dopo la teorizzazione di Gianfranco Contini, la cifra più alta (e nobile) della tradizione letteraria italiana, cui questo romanzo di Spinelli si ascrive a buon diritto. Quel pluri-linguismo che fu di Dante (e giammai di Petrarca), e che consente, nella pagina dello scrittore autentico, di dare ospitalità a diverse (e opposte) lingue, a diverse (e opposte) visioni del mondo e dell’uomo. Gli esempi che potrei portare, a dimostrazione di questo autentico caleidoscopio di lingue e di stili, dunque di “visioni”, sono tanti; ma mi limito soltanto a qualche caso, tra i più mirabili:

  • lo stile comico (e la conseguente adozione linguaggio del comico, con la sua grammatica fatta di ripetizioni, di esagerazioni, di esagerazioni, di ricorso al dialetto, e mai come colore macchiettistico), che già si affaccia nelle primissime pagine, per restare fino alla conclusione della intricata e intrigante vicenda di questa misteriosa “scatola di cuoio”): si veda a p. 29, l’episodio incentrato sul piccolo Giorgio, il cui papà, Pasquale, introduce nella “casona” di don Pantaleo: la casa “grande grande”; il frate “importante importante”; la signora “buona buona”; il signore “grosso grosso”; la tavola “lunga lunga”; ecc.
  • lo stile sensuale, che in alcune pagine raggiunge vertici di grande maestro dell’eros, senza mai scadere negli eccessi e nelle volgarità della scrittura ammiccante: si vedano alcuni passaggi nelle pagine iniziali (a p. 9, per esempio, per i sogni proibiti di Antonio, l’ultimo possessore della scatola di cuoio), e le pagine quasi finali del romanzo, sempre con Antonio Forini come involontario protagonista di un vorticoso gioco di seduzione (le pagine del capitoletto 36 del libro, il penultimo); particolarmente pruriginose le pagine 160-61, con i vizi segreti del Provinciale, don Pantaleo (e del suo amico e sodale, il notaio Domenico Delilli); ovvero, le sensualissime pagine 147-48
  • lo stile fantasy, che merge, di tanto in tanto nel libro, specie per le descrizioni della casona di don Pantaleo, altrimenti nota come il “convento”, con le sue stanze misteriose (e nascoste, tutte quelle stanze sistemate nel così detto “Polo Sud” dell’immenso e tetro fabbricato), e la biblioteca, così come appare agli occhi del piccolo Giorgio (alle pp. 30-31); mirabile, per questo stile che definiamo fantasy, alcuni passaggi di pagina 28:

«Il “convento” col tempo diventò un luogo lontano, con gli alberi che crescevano attorno e con i segreti che nessuno voleva scoprire. Fu nascosto dalla natura, nessuno seppe più chio ci abitasse e quella immensa casa sparì dalla memoria degli abitanti di San Clemente che diventavano sempre meno: soltanto vecchi, cani e gatti […]»

  • lo stile militare e investigativo, evidentissimo a pagina 52 e seguenti, e affiorante, qui e lì, anche altrove nel romanzo, con una prova mirabile di (classicissimo) verbale investigativo, redatto dai due carabinieri in servizio a San Clemente (di Matera), il maresciallo Perchizzi Michele e il brigadiere Perri Donato, incaricati, loro malgrado, di svolgere le indagini sul caso della morte di don Pantaleo, il Provinciale; si tratta di una pagina esilarante, e con forte valore “didattico”, proprio di didattica della lingua italiana, da far leggere nelle scuole, con i suoi sotto-linguaggi settoriali esibiti e ben concertati da Gianni Spinelli (esemplare per la scelta del lessico, della sintassi, dell’ortografia, ecc.); da segnalare, pure, le esilaranti riflessioni metalinguistiche nelle quali si avventura il maresciallo Perchizzi, che, durante l’interrogatorio, passa dal “voi” al “lei”, al “tu”, in una pagina degna del grande Totò
  • lo stile culinario, presente in molte pagine del libro, in forma di ricette gustosissime – e da provare – (sciorinate per bocca di personaggi diversissimi tra loro: dalla “serva”, o collaboratrice domestica, Lina Spini, donna tuttofare, al servizio, dapprima di don Pantaleo, e, poi, per brevissimo arco di tempo, di donna Marta, che a pagina 89, illustra con proprietà di linguaggio di un cuoco professionista una sua ricetta, i fusilli con la mollica di pane, che hanno appena deliziato il palato dei commensali di uno dei sontuosi banchetti della casona; all’avvocato Vito Porselli , di Policoro, che si autodefiniva “pessimo legale”, ma “ottino cuoco”, per davvero provetto cuoco, ma pessimo avvocato, che illustra il piatto dell’Acquasala, il cui ingrediente principale è il pane di Matera, ma non uno qualsiasi, quello del piccolissimo forno di Pasqualino, al rione Serra Venerdì); si veda, a tal proposito, le pagine con la ricetta del pranzo di Natale (improvvisamente organizzato e offerto da donna Marta all’intera sua famigliola di voraci fratelli, cognate e nipoti), alle pp.130-31
  • lo stile oratorio, tanto l’oratoria sacra, quanto quella laico-politico-celebrativa (e nel romanzo non mancano mirabili esempi dell’una e delle altre), per bocca del notaio Delilli; dello stesso don Pantaleo (attraverso la lettura postuma, da parte del notaio, di un suo scritto edificante del Provinciale)
  • lo stile giornalistico, con i pezzi di cronaca locale dell’ottimo Nicola Belviso, corrispondente locale della «Gazzetta», e virtuoso dell’invenzione di frottole, calunnie e improbabili intrighi massonico-mafiosi
  • lo stile diaristico (alle pp. 116-18), con le puntualissime (ancorché dolenti e tristi) annotazioni di donna Marta
  • lo stile pubblicitario, che fa capolino, di tanto in tanto, nelle pagine del libro, con echi e riproposte di notissimi slogan pubblicitari di quegli anni, nei quali cioè l’Italia viveva – forse senza rendersene conto – i vorticosi ed effimeri anni del boom economico: «Cynar per scacciare il logorio della vita moderna» (p. 170); questo linguaggio, come pure il riferimento a cantanti pop del momento (Orietta Berti, Iva Zanicchi, Mina, Domenico Modugno, Luigi Tenco, con relativo rinvio a celeberrimi brani, come Io, tu e le rose; Non pensare a me; Ciao amore, ciao; Se telefonando…), o il riferimento ad altri dettagli (o personaggi), come le cravatte Matinella, il bar Gambrinus di Napoli, l’attrice Anna Magnani, l’allunaggio, le prime votazioni per eleggere i rappresentanti delle Regioni, in Italia, la strage di piazza Fontana, e altro ancora, del mondo vero, quello della realtà non virtuale, si rivelano, tutti, funzionali, oltre che allo sviluppo dell’intreccio narrativo del romanzo, anche per agganciare questa storia con il mondo vero, di carne e ossa, e non di carta e bit, nel quale il lettore è immerso; dunque, un ponte tra questo universo (virtual-narrativo creato magistralmente da Gianni Spinelli e il mondo degli anni Sessanta del XX secolo
  • lo stile popolare, fatto di proverbi, espressioni dialettali, modi di dire (e di pensare), che affiorano nella scrittura del romanzo non già come orpelli di “colore”, ma come “punti di vista”, come “griglia” di senso sulle cose narrate e vissute (dai protagonisti della vicenda narrativa, e dallo stesso lettore, che con essi si identifica, e ne condivide gioie e dolori, sentimenti e rancori): un solo esempio, tra i tanti che potrei citare, è a pagina 51, con i linguaggi che vengono orchestrati, in questo caso specifico, da parte dell’autore, e cioè il dialetto lucano, il latino e l’italiano (tre lingue, per una stessa sentenza-visione)
  • lo stile dei tic e delle macchiette (nel romanzo di Spinelli, il personaggio da tic magistralmente tratteggiato è quello di Nicola Belviso, u giornalist, che annuncia sempre clamorosi scoop senza mai portarne a termine nemmeno uno (nel pieno rispetto della regola aurea di un certo giornalismo, che si fonda sul dire senza dire, sull’annunciare un giorno, per poi smentire e capovolgere la notizia il giorno successivo, e così via, in una girandola di pezzi che annunciano, ritrattano, rilanciano, capovolgono, inquinano, ecc. ecc.: si vedano le pp. 36 e 191, con i “dettami” della scuola giornalistica contenuti in quest’ultima paginetta)
  • lo stile notarile, con i tanti (troppi) testamenti redatti, sottoscritti, letti, accolti, contestati, distrutti, ri-scritti, ecc., grazie alla sapiente regia dell’abile notaio di don Pantaleo, prima, e di donna Marta, poi, il dott. Domenico Delilli, unico a guadagnarci, in fondo in fondo, grazie alle laute parcelle professionali); per tutti, si vedano le pagine 162-68, con la lettura dell’ultimo – clamoroso – testamento di donna Marta)
  • lo stile folk-lorico, senza mai scadere nel colore o, peggio ancora, nel coloristico da macchietta turistica, con i riferimenti a leggende e personaggi lucani, riti e figure di un tempo, di un’Italia più povera ma più autentica (si pensi alla signora “delle iniezioni a domicilio”), che sembrano giungerci da un tempo (molto) remoto, ma che, invece, rappresentano, anche per noi lettori di terzo Millennio, il passato prossimo della nostra storia nazionale; si leggano le parole dedicate ad Acerenza, cariche di evocazioni storico-mitologiche (p. 136); oppure , quelle inquietanti, che riguardano chillu paise (alla p. 199 e seguenti), il paese che “non si nomina”, per l’appunto
  • lo stile bibliotenomico, con la scoperta della biblioteca di don Pantaleo, che attira e che respinge, che incuriosisce e affascina, ma che anche atterrisce e allontana (sarà il duplice caso, dapprima, del bambino Giorgio Olivi, che ci finisce per caso, una sera, durante la quale è stato costretto da suo padre, commensale abituale di don Pantaleo, a entrare in quella casona, per partecipare a una cena con i grandi, e che invece, si perde capita per sbaglio nello studio biblioteca, per farvi la scoperta di un librone, dal dorso scuro e rigido, con misteriose e paurose illustrazioni, che lo turberanno per tutta la vita, anche da adulto; ma sarà anche il caso di margherita, la nipote di donna Marta, che per un certo periodo le farà da dama di compagnia, la quale, appena può trova rifugio proprio nei libri della biblioteca di don Pantaleo, alla sua esistenza non felice, scoprendovi Leopardi, Foscolo, la Bibbia, i Vangeli, ma anche libri misteriosi di magia, sull’Oriente e sullo stesso diavolo)
  • lo stile giallistico, che si manifesta apertamente alla pagina 194 e seguenti (ma che pervade tutto il romanzo):

«I Fontiuzzi cercavano avvocati di grido, stavano chiedendo ad amici informati, quando ci fu un imprevisto: a San Clemente piombò il commissario della Polizia di Stato di Matera […]»

Insomma, un caleidoscopio di lingue e di stili, ben orchestrati da Gianni Spinelli, autore, lo ripeto, maturo, che, con questo suo ultimo romanzo, dà prova di grande perizia linguistica e narrativa fuori dall’ordinario.

La stessa gestione della trama, il sapiente dosaggio tra intreccio e fabula, è degna di nota (e di plauso). Il romanzo poggia, infatti, su una doppia struttura circolare: la prima riguarda la “scatola di cuoio”, che appare nell’incipit della storia, per poi tornare, prepotentemente, nelle pagine conclusive, e dare, così, una improvvisa sterzata all’intreccio; la seconda riguarda il giallo vero e proprio (con la morte accidentale dell’erede Sebastiano Fontiuzzi, il nipote romano, nell’incendio della casona, e con il ritorno, in quelle stanze, da adulto e da commissario di polizia, del piccolo Giorgio Olivi, per dipanare una matassa che i colleghi carabinieri non erano riusciti a fare).

Caratteri forti, come quello di donna Marta, che Gianni Spinelli ha saputo creare e delineare, dandole forza, corporatura, timbro e sentimenti. Ma anche tutti gli altri, dalle nipoti (Enrica, Lucia, Margherita), agli imbelli e scialbi personaggi maschili (con l’eccezione per don Pantaleo e per il notaio, suo compare e sodale), alla folla anonima, ma pur presente dei compaesani, i farisei, sempre pronti a sentenziare e a dire la propria (anche attraverso il silenzio, o l’assenza).

Ma alla fine, Spinelli inserisce anche un ultimo (e spettacolare) colpo di scena, con il rinvenimento casuale del testamento olografo di don Pantaleo, che ribalterebbe tutto, se non fosse che …

Ecco, il romanzo l’ho letto tutto d’un fiato, proprio perché la scrittura di Spinelli ha saputo tenermi incollato alle pagine del libro, e, qui, dunque, non mi va di svelarne il finale!

Gianni Spinelli

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