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LA PROSA «VALENZIALE» DELLA VITA NUOVA

di Trifone Gargano

«In quella parte del libro de la mia memoria, dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica, la quale dice: Incipit vita nova»

Inizia con queste parole il «libello» che Dante scrisse tra il 1292 e il 1294, dopo la morte di Beatrice (avvenuta il 1290, a soli venticinque anni), del quale, comunque, non abbiamo notizie certe, in merito alle date di composizione, e di sistemazione definitiva. Si tratta di un prosimetro (che prendeva a modello sia Boezio, per il De consolatione philosophiae, La consolazione della filosofia; che le vidas provenzali, cioè le biografie dei poeti, e le razos, cioè i testi in prosa che accompagnavano e che spiegavano le loro poesie), nel quale Dante raccolse 31 liriche (rispettivamente: 25 sonetti, 1 ballata, 3 canzoni, 1 stanza e 1 doppia stanza di canzone), accompagnate da prose. Tutta la materia testuale era tradizionalmente articolata in 42 capitoletti complessivi; ma una recente sistemazione critica, operata da Guglielmo Gorni, l’ha fissata in 31 capitoletti. Le liriche risalgono agli anni tra il 1283 e il 1293. Dante, qui, le riprende, le seleziona e le inserisce in una ben precisa trama narrativa. Sono presenti alcune tra le più belle e conosciute poesie dantesche, come il sonetto Tanto gentile, e la canzone Donne ch’avete intelletto d’amore.

Il «libello» ha, dunque, anche valore (e importanza) in quanto ripensamento critico e autoselezione della produzione poetica giovanile. Le parti in prosa, invece, costituiscono il commento agli argomenti trattati e sviluppati nelle poesie, conferendo unità e organicità al libro. Il contesto narrativo dell’opera serve a Dante per ricostruisce la storia dell’evoluzione del suo amore per Beatrice, e per ricavarne un primo bilancio. Al centro di questo «libello», sta, dunque, il suo amore per Beatrice, osservato e interpretato alla luce della sua progressiva trasformazione. Dante vede per la prima volta Beatrice quando la ragazza aveva nove anni; poi, la rivede dopo altri nove anni; infine, la giovane donna muore, a soli venticinque anni. La «vita nuova» del poeta ha inizio dopo il primo incontro con Beatrice, all’età di nove anni; e si rafforza allorquando, in occasione del secondo incontro, dopo altri nove anni, Beatrice gli dona il saluto, riempiendolo di beatitudine:

«me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine»

Il «libello» si chiuderà con la «mirabile visione», cioè con la formulazione del proposito di dedicare a Beatrice un’opera totalmente originale e unica, nella quale cioè Dante dovrà

«apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei […]. Sì che […] io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna» (XLII).

La Vita nuova si svolge tutta all’interno di uno scenario cittadino, benché Firenze non venga mai nominata, anche se sono frequenti i riferimenti a luoghi, o a personaggi della città, fortemente riconoscibili (vie, pellegrini, il «primo amico», i «fedeli d’Amore», le amiche di Beatrice, i parenti, ecc.).

Con l’espressione «grammatica valenziale» si fa riferimento al modello (scientifico e didattico) che si fonda sulle relazioni, cioè sulle valenze, che il verbo crea con i costituenti primari della frase, inizialmente formulato dal linguista francese Lucien Tesnière, intorno alla metà del Novecento, e poi ampiamente sviluppato, perfezionato e diffuso dal linguista italiano Francesco Sabatini, rivoluzionando la comune concezione della frase, e il suo studio.

Per la grammatica tradizionale, infatti, la frase è una unità sintattica fondata sulla presenza di due elementi, e cioè il soggetto e il predicato (in cui, il soggetto compie l’azione, sul quale viene predicato qualcosa). Per Sabatini, invece, gli elementi di una frase ruotano principalmente intorno al verbo, ed è, quindi, su di esso che si deve concentrare l’attenzione (e non sul soggetto), come invece avveniva con l’impostazione tradizionale di analisi e studio della frase. Mi piace ricordare che già nel 1524, Machiavelli, nel suo Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, aveva indicato proprio nel verbo la «catena» e il «nervo» di una lingua.

È il verbo che regola la struttura della frase, e, di conseguenza, esso determina le relazioni sintattiche tra le sue varie componenti. Il che significa che ciascun verbo ha bisogno di un determinato numero di elementi, per saturare il suo significato, elementi che potrei chiamare argomenti del verbo. Proprio questo fenomeno di saturazione del verbo vien detto valenza (attingendo il termine, e il concetto, dalla chimica). Francesco Sabatini, infatti, ha chiarito che:

«La valenza del verbo è la proprietà che esso ha, in base al proprio significato, di chiamare a sé un dato numero di argomenti necessari e sufficienti per costruire un nucleo di frase» [cfr. F. Sabatini, Sistema e Testo, Loescher Editore, Torino 2011].

A partire, dunque, da questo concetto di valenza, i verbi predicativi italiani possono essere, così, classificati:
• zerovalenti (quei verbi, cioè, che non necessitano di alcun argomento; per es., Piove)
• monovalenti (verbi che necessitano solo del soggetto: Nino passeggia)
• bivalenti (verbi che necessitano di un soggetto, e di un oggetto, diretto o indiretto: Nino mangia una torta)
• trivalenti (verbi che necessitano di un soggetto, di un oggetto diretto, e di un oggetto indiretto: Nino regala un libro a Simonetta)
• tetravalenti (verbi che necessitano di un soggetto, di un oggetto diretto, e di due oggetti indiretti: Nino traduce saggi dal francese all’italiano)
Il verbo, dunque, con le sue valenze determina il nucleo di una frase. Le frasi nucleari (o semplici) possono, allora, essere ampliate, grazie all’aggiunta di circostanti e di espansioni. I circostanti si collegano ai singoli costituenti del nucleo (verbo, o suoi argomenti); le espansioni, invece, si affiancano liberamente al nucleo, senza un legame sintattico specifico con i costituenti.

È il verbo che, in questo modello valenziale, esprime la relazione tra le cose. La rappresentazione lineare della frase, che aveva caratterizzato, da sempre, l’analisi grammaticale, evidentemente, non aiuta a cogliere le relazioni. Al contrario, il modello valenziale, grazie alla rappresentazione grafica della frase, aiuta lo studente a cogliere la simultaneità dei nessi sintattici e dei processi mentali del parlante.
Ne scaturisce, grazie all’opera di Francesco Sabatini, oltre all’innovativa visione della grammatica, anche, direi, soprattutto, una nuova tassonomia delle tipologie testuali (i concreti testi quotidiani che si realizzano nelle più svariate condizioni della comunicazione, tra un emittente e un ricevente). La tassonomia proposta da Sabatini poggia sull’idea che i testi oscillano tra un massimo di rigidità, e un massimo di elasticità:

«Chiamiamo testo un messaggio – orale, scritto o trasmesso – prodotto in una determinata situazione da un emittente, per trattare un argomento, con l’intenzione di ottenere un effetto su un destinatario» [F. Sabatini, Sistema… cit.].

Sabatini, quindi, anziché partire dall’elenco di astratte funzioni del linguaggio, propone la sua tassonomia facendo perno sulla concreta situazione comunicativa tra un emittente e un destinatario, mettendo al centro lo scambio comunicativo. In tale scambio, c’è l’interesse dell’emittente a ottenere dal destinatario la comprensione del messaggio, secondo una scala di cogenza che è più o meno (oppure, nient’affatto) vincolante, nella interpretazione (del messaggio).

La Vita nuova come libretto autobiografico, con gli avvenimenti di rilievo che vengono documentati dalle liriche, le quali, lo ricordo, furono tutte composte prima, in occasioni e circostanze differenti, e che ora il poeta seleziona e raccoglie, facendole seguire (o precedere) da spiegazioni in prosa, in modo da conferire unitarietà al racconto. Centro ideale e narrativo della Vita nuova è costituito da un gruppetto di sonetti dedicati alla loda della donna amata. Dante dichiara pure che il fine stesso del suo amore era proprio la lode della donna. Cantare la beatitudine che la sola vista della donna gli procurava:

«Ne li occhi porta la mia donna Amore»

All’interno dello svolgimento lirico narrativo della Vita nuova, la svolta, tra il saluto della donna e la loda della donna, si manifesta esplicitamente con la canzone Donne ch’avete intelletto d’amore. A questa canzone, come testo fondamentale della svolta, Dante stesso farà riferimento, anni dopo, nel suo incontro con Bonagiunta da Lucca, nel Purgatorio, per fissare il momento della nascita delle «nove rime» (Pg., XXIV, 50). Lode della donna e sua ineffabilità, la sua indicibilità, incamminandosi, così facendo, verso l’alta poesia della Commedia.

Desidero concentrare, adesso, la mia attenzione sulla lingua, sugli strumenti espressivi che il poeta possiede (o che non possiede, nel caso della indicibilità, della ineffabilità), per giungere, quindi, al cuore di questo mio intervento sulla natura «valenziale» della lingua della Vita nuova, della prosa di questo «libello» giovanile di Dante. La lingua del poeta, purificata e dolce, la lingua, cioè, che ha fondato e che ha attraversato lo stilnovo, ha dinanzi a sé limiti invalicabili, per i quali l’unica soluzione è la sola evocazione della luce. A titolo d’esempio, riporto soltanto questi versi del canto XXXIII del Paradiso, come segno della consapevolezza dantesca della indicibilità e della ineffabilità:

e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente (71-2)

Il «libello» giovanile, sotto questo profilo espressivo, rappresenta una tappa importantissima di avvicinamento alle vette della ben più complessa poesia della Commedia. La prosa della Vita nuova, pur svolgendo un ruolo non primario, direi quasi di mero strumento didattico, funzionale cioè alla spiegazione e alla comprensione delle liriche, di fatto, però, assume una dimensione di tutto rispetto, all’interno dello svolgimento della (futura) storia della lingua d’arte italiana. La storia della prosa italiana parte proprio con la Vita nuova, e, subito dopo, anche se con caratteristiche e con finalità totalmente differenti, approda al Convivio, modello di prosa dottrinaria.
Intanto, va precisato che Dante, qui, si sforza di fissare, rispetto alla recente tradizione duecentesca di riferimento, una certa regolarità (di forme e di voci). La prosa di questo «libello» è la sua stessa ossatura, il «nervo», con la funzione di collegare le liriche, spiegandone i contenuti attraverso:
– le «divisioni» (illustrazione tematica)
– le «cagioni» (cause delle situazioni narrative, utili per la comprensione dei contenuti)
Le «divisioni» presentano carattere:
– didattico
– schematico
le «cagioni», invece, presentano carattere:
– narrativo
In entrambe le situazioni comunicative, però, si riconosce, nella costruzione della frase e del periodo, la tendenza tipicamente medievale al parallelismo, cioè, quella tipica tendenza scolastica ad accostare, mediante il ricorso alla coordinazione, proposizioni che sono state concepite in modo sostanzialmente analogo, per sintassi e per misura. Pur con l’evidente prevalenza della coordinazione sulla subordinazione, il periodo del «libello» dantesco si raccoglie, di norma, intorno a un «nucleo» centrale, che è quindi l’immagine principale, sulla quale il lettore concentra la sua attenzione. E questo procedimento dantesco si muove nella stessa direzione dell’odierna idea valenziale:

«Il nucleo della frase è l’insieme costituito dal verbo e dai suoi argomenti. Il nucleo è la struttura portante della frase»

Una visione non lineare ma spaziale, radiale, della frase e del periodo, per una grammatica «vista», a colpo d’occhio, non più, dunque, solo spiegata a parole. Sempre Sabatini chiarisce che:

«Il verbo è l’elemento dinamico che, con il suo significato, mette in moto nella nostra mente il meccanismo centrale della frase»

Nella Vita nuova, dunque, rispetto al nucleo centrale del periodo, le determinazioni temporali, o causali vengono annunciate e introdotte da nessi sintattici del tipo «Poi che», «avvenne che», «dico che», «quando». Eccone alcuni esempi:

«Poi che furono passati tanti die, che appunto erano compiuti li nove anni appresso l’apparimento soprascritto di questa gentilissima …»

«Dico che quando ella apparia da parte alcuna, per la speranza de la mirabile salute nullo nemico mi rimane …»

«Appresso la battaglia de li diversi pensieri avvenne che questa gentilissima venne in parte ove molte donne gentili erano adunate …»

«Avvenne poi che passando per uno cammino lungo …»

Nel modello valenziale di Sabatini, quelle che ho indicato vengono dette «espansioni», di tempo, di luogo, di modo, di fine, ecc.; cioè, tutti quegli elementi che ampliano le informazioni fornite dal nucleo centrale, aggiungendo ulteriori notizie, rispetto all’evento raccontato dal verbo.

Lo sforzo compiuto da Dante, nell’organizzazione visiva, radiale, valenziale, della frase e del periodo, è il segno della direzione sperimentale che il poeta stava iniziando a percorrere, e che lo avrebbe condotto, di lì a poco, alla prosa ragionativa del Convivio.
Nella stagione della Vita nuova, comunque, la prosa resta ancora tutta legata ad una funzione ancillare, non autonoma, rispetto alle liriche, per le quali s’impegna a fornire una intellegibile parafrasi.

Per chi volesse approfondire:
• testo della Vita nuova:
https://it.wikisource.org/wiki/Vita_nuova
testo del sonetto Tanto gentile…:
https://it.wikisource.org/wiki/Rime_(Dante)/XXII_-_Tanto_gentile_e_tanto_onesta_pare
• testo della canzone Donne ch’avete…:
https://it.wikisource.org/wiki/Rime_(Dante)/XIV_-_Donne_ch%27avete_intelletto_d%27amore
• testo del sonetto Ne li occhi porta la mia donna Amore:
https://it.wikisource.org/wiki/Rime_(Dante)/XVII_-_Ne_li_occhi_porta_la_mia_donna_Amore

• scheda didattica sul Convivio:
http://www.treccani.it/enciclopedia/convivio_%28Enciclopedia-Dantesca%29/
• scheda sulla grammatica valenziale:
http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato/valenziale.html

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