“J. Edgar e il preferito illogico” di Clint Eastwood
di Francesca Vitale
Ognuno di noi ha il preferito di qualcosa. Il piatto preferito, il colore preferito, il fiore preferito, ecc. Ma ci sono vari livelli di preferenza: a volte il motivo è da ricercare in una semplice vicinanza al nostro gusto, nel senso concreto del termine, come accade per il cibo o il profumo per esempio. Ma vi è capitato mai di avere un preferito che è tale in virtù di non si sa cosa? Che ci piace così, a pelle, senza una ragione apparente. Che molto spesso non rientra affatto nei personalissimi canoni di preferenza che applichiamo a tutto ciò che sottoponiamo ad un’analisi di qualche tipo. Ecco, i film di Clint Eastwood sono questo per me. Fanno parte della categoria dei preferiti illogici. Conseguenza di ciò è che vado a vedere tutti i film di Eastwood e finisce sempre che alla fine, quando mi alzo dalla poltrona del cinema, il mio giudizio viene offuscato da questa preferenza assolutamente di parte, nonostante i miei sforzi per rimanere il più possibile obiettiva, come faccio sempre.
Tuttavia qualche cosa ve la voglio dire su questo film, sperando che, come tutte le persone dotate di sensibilità spiccata, possiate comprendere il meccanismo del preferito illogico, perché dopotutto, diciamoci la verità,per ciascuno esiste uno “scheletro nell’armadio” della cultura, magari una passione per i film sugli alieni o un innamoramento seppur temporaneo per i romanzi di Federico Moccia. Certo è che i film del grande vecchio del cinema americano hanno decisamente i loro meriti artistici, lasciatemelo dire, innegabili.Limitando l’esempio ai film degli ultimi 10 anni, vediamo due facce di Eastwood: da un lato ci sono film come A Million dollor baby, Changeling e Gran Torino,costruiti con una maestria stilistica d’altri tempi, interpretati da attori che sembrano nati per quel ruolo e con una visione intimistica d’insieme che tocca l’animo nel profondo. Dall’altra ci sono film come A letters from Iwo Jima e Flags of our father e come J. Edgar appunto,che sono estremamente … in una parola? Americani. E non solo perché parlano di vicende che fanno parte della storia Americana, ma perché lo stesso modo in cui vengono narrati sembra autolimitare la godibilità del film a chi conosce gli argomenti trattati se non addirittura a chi gli ha vissuti: qualche anno fa i critici italiani si divertivano a definire i film sopracitati film da reduci. Non sono pienamente d’accordo con questa definizione, forse un po’ troppo pleonastica, tuttavia è innegabile che ci sia un fondo di verità in questo.
Prendiamo J. Edgar. Teoricamente il film è di tipo biografico. Certo, la storia è raccontata dalla voce quasi onnisciente del protagonista, e le scene in cui egli non è presente si contano sulle dita di una mano. La narrazione non segue un ordine cronologico ma usa la tecnica più vecchia del mondo, quella del dejuavù o flashback che dir si voglia. Questo però non fa che rendere la trama già di per se complessa, ancora più difficile da seguire. Voglio dire, J. Edgar Hoover è stato direttore dell’FBI per ben 48 anni e sotto 8 presidenti degli Stati Uniti, e il suo operato va ad inquadrarsi tra la caccia ai gangster e l’omicidio di Kennedy, passando per personaggi illustri come John Dillinger e Martin Luther King. Va da sé che intersecare numerosi avvenimenti di tale portata e far comprendere il ruolo che il protagonista ha avuto in questi è un compito difficile anche senza saltare dalla visione di un Di Caprio giovane e un Di Caprio anziano, che già così è abbastanza destabilizzante di suo, a causa di un trucco non così credibile purtroppo. Oltre alle difficoltà narrative, c’è anche qualcos’altro ahimè, che non mi ha convinto. Il fine ultimo di un film biografico non è forse quello di colmare lacune storico/culturali e incentivare lo spettatore a sapere di più su quel personaggio? Insomma, per semplificare la questione, se alla fine della visione tornate a casa e fate una bella ricerca su Google su quel personaggio o sul contesto storico in cui è vissuto, direi che il film ha ottenuto il suo scopo. Non ho cercato J. Edgar Hoover quando sono tornata a casa, non mi ha incuriosito il suo personaggio, troppo ambiguo e troppo prepotente, con le sue manie di grandezza. Non ho avuto voglia di approfondire ciò che di buono lui aveva fatto, come creare l’archivio delle impronte digitali o i laboratori della scientifica, perché nel film ero stata già influenzata negativamente da quello che di sbagliato aveva fatto, come abusare del suo potere per mantenere il suo posto, ricattando politici con le intercettazioni (sempre attuali certi temi eh??) o mandare una lettera anonima a Martin Luther King del genere so cosa hai fatto, per indurlo a rifiutare il premio Nobel per la pace. Le motivazioni per cui Hoover commette certi atti non sono approfondite, lasciando lo spettatore un po’ sgomento, perché dopotutto anche se un po’ megalomane, J. Edgar amava la sua patria e la voleva difendere, anche se era ossessionato dai comunisti e dagli afroamericani. A queste perplessità si aggiunge il fatto che molti avvenimenti vengono dati per scontati,e non approfonditi a dovere, dando appunto l’impressione di vedere un film pensato solo per gli americani.
Nonostante tutto il film è godibile, Vanessa Redgrave è bravissima come sempre, Di Caprio fa del suo meglio per essere credibile nella vecchiaia, anche se le sue capacità vengono sempre un po’ sminuite dal suo doppiatore, che lo fa sembrare lo stesso personaggio in tutti i film, mentre in lingua originale l’espressività vocale dell’attore sorprende. Il momento topico del film? Quando il suo presunto “compagno” Clyde Tolson, gli fa notare quanto egli stesso non si renda conto di aver raccontato nella sua stessa autobiografia, che poi è la voce narrante del film, un bel po’ di frottole per gonfiare la sua figura di direttore del Bureau. Brevemente vengono sconfessati alcuni momenti più importanti del film, abbattendo anche l’ultimo briciolo di simpatia rimasta nello spettatore. La morale però è forte: la versione della storia dipende sempre da chi la sta narrando. Sarà una morale già sentita, ma ha sempre il suo fascino. E poi, ve l’ho detto, sono illogicamente di parte!
