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IL RACCONTO DEI RACCONTI, di Matteo Garrone, 2015

di Luciano Aprile

Le etichette che sono state applicate a questo film (la più gettonata ‘Fantasy-horror’), come del resto tutte le definizioni tendenti a impacchettare e relegare dentro il recinto angusto di un ‘genere’ ogni e qualunque opera, letteraria o cinematografica che sia, non ci aiutano affatto a giudicare o valutare il film. Occorre altro (un criterio su tutti: se ci si è appassionati o annoiati, commossi o irritati). Eppure è abitudine comune quella di incorniciare un film, prima di andarlo a vedere o raccontandolo agli amici, dentro una definizione secca, una tipologia conclamata, magari sentenziando: “ma, sai, a me non piace proprio il genere”.

Bisognerebbe disperdere questo assembramento di termini (film horror, o di fantascienza, o di fantasy, o di guerra, o d’amore etc…) o magari semplificarlo, ridurlo alla semplice dicotomia di base: “reale o immaginario?”. Tutti capiscono al volo la distinzione tra una storia verosimile (o addirittura ‘vera’, come nei film di argomento  storico) e una di invenzione o fantastica. Ma, a ben vedere, anche questa opposizione che appare netta, non lo è poi così tanto. Perchè, come scriveva Jean Paul Sartre, ne “L’ immaginario” (1940) “…benchè per la produzione di irreale la coscienza possa apparire momentaneamente liberata dal suo ‘essere-nel-mondo’, è invece proprio questo ‘essere-nel-mondo’ quel che costituisce la condizione necessaria dell’immaginazione”.  Sartre chiamava, definiva, ‘ESSERE’ le cose del mondo, nella loro durezza, concretezza, ottusità e infine ‘vischiosità’; e chiamava ‘NULLA’, LA COSCIENZA con il suo potere ‘nullificante’ (l’ IMMAGINAZIONE), cioè il potere di tenere a distanza la realtà, di liberarsene, di negarla, appunto. Magari inventando o costruendo oggetti ‘in margine’ alla totalità del reale. Ma questo potere della coscienza di trascendere il reale, il mondo così com’è, può essere esercitato solo in quanto si rimane nel mondo, perchè è in esso che risiede la motivazione dalla quale è scaturita l’esigenza di ‘fuggire’ dal mondo.

Detto questo: qual è la motivazione forte, esistenziale, o storico-critica, o politica che sottende la creazione di un’opera come quella di Garrone ?

Alcune ‘invenzioni’ a cui attinge, provengono da un immaginario grottesco-fantastico (il drago, la pulce gigante) che affonda le sue radici nella notte dei tempi e nel Medioevo (le saghe nordiche,  i bestiari), e poi dalla narrativa ‘bassa’ di un Rabelais e appunto di Giambattista Basile, (dal cui “Lo cunto de li cunti”, dall’umore terrigno e sanguigno, sono state tratte le tre storie che alimentano il film) e percorrono la storia della cultura, iconico-letteraria fino a noi. Poi ci sono le regine, i re e i principini, gli indovini e le vecchie streghe, gli orchi, figure a pieno titolo fiabesche e popolaresche che, attraversando le epoche sono riaffiorati nelle forme moderne e postmoderne del fantasy di oggi, arricchiti dalle potenzialità mutagene e teriomorfiche del digitale. E’ in questo sottomondo di figure simboliche che risiedono anche gli ‘archetipi’, quelli che C.G. Jung considerava la radice profonda della specie umana e della sua potenza immaginifica.

Poi c’è l’horror con il suo repertorio di figure e situazioni: in questo film si scorticano corpi (vengono in mente “Carrie, lo sguardo di Satana” o “Zombi”) si mangiano enormi organi sanguinolenti di draghi (ma non era stato cotto, il cuore?), si cade nelle grinfie di un orco-Frankenstein che sembra uscito da “Non aprite quella porta”, e per fortuna poi sgozzato con profluvio di sangue. E si intrattengono rapporti ambivalenti con bestie irreali che somigliano un po’ a quelle de “Il pasto nudo” di Cronenberg.

Poi c’è il tema immancabile del doppio, pilastro della narrativa fantastica di tutti i tempi: i gemelli del sortilegio, le sorelle, brutte-e-streghe alle prese col satiriaco sovrano affamato di sconcezze sessuali (in una piccola scena di sesso, dentro una carrozza, in una delle prime sequenze del film, il napoletano Martone sembra voler omaggiare il porno napoletano di Salieri, ormai ‘classico’), la sfortunata principessina di una delle tre storie, alle prese con due ‘mostri’ che le riempiono la vita e il destino: il genitore, insensibile verso di lei perchè impegnato a fare il ‘padre’ di un mostruoso insetto-gigante (Kafka?), e il marito, autentico bruto la cui dimora è un antro arredato da ossa e carne marcita di animali catturati e sbranati.

E’ stato detto, di questo film, che è una ‘festa per gli occhi’. Certo è bello vedere incantevoli posti che non si è mai visitato (i castelli federiciani di Gioia del Colle o di Monte Sant’ Angelo, o il Castello di Donnafugata in Sicilia con il suo labirinto), paesaggi di bellezza verde e rarefatta magari contaminati col rosso acceso di un drappo che avvolge un corpo bellissimo di una giovane donna. Sembra di essere di fronte ad opere di quegli artisti o fotografi iperrealisti che cercano di stordire lo sguardo attraverso shock cromatici. Ma questi sono ‘colpi bassi’, colpi tirati alla ‘pancia dell’ occhio’, mirando a disconnetterlo dalla sua base necessaria: quella fatta di sensibilità e di intelligenza, che le stanno dietro.

A questo film manca completamente un’idea forte, un’invenzione che connetta l’immagine al reale, il fantastico al mondo-della-vita. Un puro gioco barocco, sfarzosissimo, nel cast, nella scelta delle location, nei costumi, nell’uso del digitale e dunque anche nei costi. Ma, si sa, al cinema si perdona tutto. Come si perdonò a Coppola di aver incendiato un’isola indonesiana per una delle scene di “Apocalypse now”. Però, fatemelo dire, quello era “Apocalypse now” e ce lo ricordiamo ancora. Questo è “The Tale of the Tales” (prodotto raffinato di cinema globale) paragonato, insensatamente, a Fellini (solo perchè italiano?) che al netto di clamore mediatico, passerelle ed eventuali titoli e premi, cadrà nel dimenticatoio delle opere ambiziose, anzi pretenziose, perchè leziose, lussureggianti, vuote. Artificiali.

Peccato, perchè garrone, con “Reality” aveva dimostrato sensibilità ed intelligenza nell’unire il fantastico (inteso come psichico, come ‘sogno’, come ossessione) e la realtà bassa della ‘plebe’ napoletana (la carrozza settecentesca che, nella scena introduttiva, porta gli sposi alla sala per la festa di matrimonio, sintetizza il fiabesco come sogno patetico e il kitsch della festa che ostenta uno sfarzo da poveri), nella storia concreta, ma visionaria e paranoica insieme, di un uomo qualunque che cerca la sua personale fiaba nel successo televisivo del “Grande Fratello”, dentro un mondo vero, quel mondo povero di cultura e di futuro, la Napoli odierna dei quartieri spagnoli, che gli sta alle spalle.

Al di là dei ‘generi’, dunque, (e ripetendoci) per ‘valutare’ un film ci si dovrebbe interrogare su quanto ci si è commossi, appassionati, indignati, inquietati, esaltati; o se invece ci si è annoiati (purtroppo per questo film, per me, vale la seconda che ho detto).

Ma, vedrete, verrano i critici-critici a dirci che è un capolavoro!

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