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“IL DIRITTO DI OPPORCI” E LA PROFONDA INGIUSTIZIA DELLA PENA DI MORTE

di Michele Cotugno

Povertà e appartenenza ad una minoranza etnica. Due fattori che, purtroppo, ancora oggi, sono talvolta indizi di colpevolezza, per una società, un’opinione pubblica più interessata a trovare mostri da sbattere in prima pagina che verità, più interessata a dar sfogo a risentimenti, paure e odi. Se a tutto questo aggiungiamo quella barbarie chiamata “pena di morte”, ecco che abbiamo la storia di “Il diritto di opporci”, in lingua originale “Just mercy”, film uscito nei giorni scorsi al cinema, diretto da Destin Daniel Cretton, con Michael B. Jordan, Jamie Foxx, Brie Larson.

Il film, tratto da una storia, purtroppo, vera, narra le vicende di Walter McMillian, boscaiolo afroamericano che, nell’Alabama del 1989, in base a testimonianze per nulla attendibili, viene condannato alla pena capitale per l’omicidio di una ragazza bianca. Trascorre, nei lugubri corridoi del braccio della morte, ben quattro anni, finché alcuni giovani e coraggiosi avvocati, che sposano la nobile causa della difesa di chi non è economicamente in grado di pagare un buon avvocato, riescono a dimostrare l’infondatezza di quell’accusa. E ad evitare l’ennesimo omicidio di stato.

Il film è un thriller giudiziario avvincente, ultimo di una lunga serie di capolavori cinematografici sull’insensatezza della pena capitale, da “Dead Man Walking” a “Il miglio verde”. Con la differenza che gli eventi raccontati sono, purtroppo, realmente accaduti. McMillian si è fatto davvero ben quattro anni, attendendo la sedia elettrica. Un’esperienza che, probabilmente, ha avuto un forte impatto sulla sua psiche, dal momento che, dopo qualche anno dalla sua liberazione, iniziò a soffrire di demenza senile, fino alla sua morte nel 2013.

Ma il film non racconta solo l’ingiustizia della condanna a morte. Racconta come i pregiudizi possano essere più forti della realtà e racconta come troppo spesso capita che, per motivi di popolarità (lo sceriffo, negli Stati Uniti d’America, è solitamente una carica elettiva e su questo ci sarebbe tanto da discutere) si preferisca accettare una narrazione comoda, anche se palesemente falsa, anche se porta alla morte di un innocente, piuttosto che ricercare una verità più difficile.

Il film denuncia anche l’applicazione della tortura, per estorcere informazioni, per far dire all’interrogato quel che si vuole, senza contare che un individuo, pur di far cessare il dolore, alla fine confessa anche il falso. Principi che dovrebbero essere ormai consolidati sin dal XVIII secolo, quando Cesare Beccaria teorizzò l’ingiustizia e l’inutilità di pena di morte e tortura. Ma, a distanza di poco più di due secoli, in tanti, nel mondo, non lo hanno ancora capito.

 

 

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