scritto da filosofi, seminando incertezze

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Il ‘Rota’ di Nicola Scardicchio

Il ‘Rota’ di Nicola Scardicchio

di Francesco Monteleone

Il 3 dicembre 2011 ricorre il centenario della nascita di Nino Rota. “Che cosa è, allora, il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so…” Sono andato a leggere uno dei libri più belli di sempre e ho trovato il suggerimento filosofico più adatto per introdurre questa intervista. Come insegna Sant’Agostino ‘il passato’ non esiste più, purtroppo. Però esiste ‘il presente del passato’, un tempo che esiste nell’anima e che si chiama ‘memoria’. Ebbene, per ricordare uno dei compositori più geniali di musica, soprattutto per il cinema, ho intervistato il suo allievo, altrettanto colto e raffinato, ma soprattutto più amabile. E siccome “il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce” non capisco perché in questa ingrata città il maestro Nicola Scardicchio non dirige, ancora, il Conservatorio di Bari.

Maestro, secondo lei l’anima è mortale o immortale? E perché?

Io sono persuaso del fatto che tutto ciò che ci circonda ha una sua tendenza a sussistere, nonostante l’esaurirsi di funzioni che paiono essenziali ed irrinunciabili. E la stessa natura ci mostra che essa stessa tende a conservare ciò che possiede o ha quantomeno acquisito una dimensione degna di attenzione. Possibile che l’intelletto e tutto quanto ad esso connesso – personalità, talento, carattere ecc… – possano andare perduti? È antieconomico e antinaturale. Qualcosa resta, io credo… quanto consapevolmente ed in che misura resti, è più difficile dirlo; forse se uno tesaurizza una personalità degna di questo nome, potrebbe essere capace di serbarla in una sorta di personale ricettacolo preservante la dispersione post mortem e recuperabile in una vita successiva.

Nino Rota era cattolico?

Sicuramente, come ogni italiano del resto, Rota avrà risentito dell’impostazione cattolica e di tutto l’humus in cui visse, che è del resto l’unica impostazione che questo popolo meraviglioso e cialtrone ha e riconosce (e questo vale anche per coloro che si professano atei o agnostici). È una marchio inevitabile. Certamente il musicista confrontava le proprie idee di spiritualità con i principali insegnamenti religiosi, cattolico compreso. Ma dire che fosse supinamente cattolico, non credo sia appropriato. Il cristianesimo cattolico era piuttosto uno dei termini di confronto spirituale per un uomo dalle convinzioni e prospettive spirituali ben più profonde, più intese allo Gnosticismo che ad un credo particolare.

Lei legge i filosofi?

Abbastanza, specialmente approfondisco quanto più posso la lezione platonica. Platone secondo me andrebbe considerato come il basamento di tutto il pensiero occidentale, come sintesi di ciò che lo precedette e, soprattutto come ispiratore di ogni genere di riflessioni sull’Essere, al di là delle apparenze e delle caducità ed oltre i limiti stessi del riferimento alle proprie stesse formulazioni metodologiche e dottrinarie.

C’è un rapporto fecondo tra musica e filosofia?

Certo: così come tra filosofia ed ogni specie di prodotto della mente umana funzionante. Particolarmente ciò avviene con la musica, che mi pare una scrittura di sentimenti su una carta da musica che non è quella delle cartiere ma tout-court dello svolgersi stesso del tempo…. insomma è tempo ascoltabile. Per questo motivo ritengo che cattiva musica sia deleteria: non per questioni futilmente estetiche, ma in quanto ‘furto’ o ‘sperpero’ di tempo. La buona musica, in gradazioni di diverso spessore ed impegno, rappresenta forme di pensiero espresso attraverso i suoni e quindi può avere anche risvolti filosofici: come non pensarlo se ci si riferisce al fenomeno monumentale della musica sacra d’ogni tempo, o di musica legata a fatti, pensieri o concezioni filosofiche. Il Mahler della terza sinfonia ha riferimenti e canto su testi dallo Zarathustra di Nietzsche, ispiratore anche del famoso poema sinfonico di Richard Strass Alsosprach Zarathustra. Ma allora perché non pensare all’Illuminismo mozartiano massonizzante o al kantianesimo ed all’imperativo categorico che informa di sé la grande musica beethoveniana! Ma gli esempi sarebbero troppi, a partire dal neoplatonismo ficiniano di cui già troviamo tracce nel monteverdiano Orfeo.

Rota amava la filosofia?

In relazione a tutto quanto detto sopra, certamente sì.

È vero che Rota era un esperto di esoterismo?

Uno studioso su basi assolutamente scientifiche, piuttosto che esperto (termine che potrebbe essere per la sua ambiguità, riferibile anche a curiosità o a certe mode oscillanti tra new age e fenomeni più inquietanti come Scientology o e tutte quelle sette che nascono dalla mancanza di baricentri intellettuali e spirituali che fa pensare che quando si smette di credere in Dio si comincia a credere a qualunque cosa).

Qual è la differenza tra esoterismo e magia?

La magia come generalmente la si considera sarebbe una specie di raccontino per bambini più o meno cresciuti, in cui si verificano eventi sfuggenti alla ragione ed alle leggi della Natura: volare su una scopa, trasformare le cose con una bacchetta magica, combattere contro i draghi, secondo la ben nota formula Harry Potter. Invece se la si consideri sotto il profilo filosofico ed etimologico si potrebbe osservare che la radice indeuropea mag, indica la capacità di fare, da cui l’inglese to make, o il tedesco machen. Sarebbe allora la conoscenza di ciò che permette la realizzazione della volontà individuale possedendo e non ignorando o rivoltando come calzini spaiati e bucati le leggi naturali o ciò che la ragione indica. Allora possiamo considerare che forse anche Harry Potter ha un senso: tutto ciò che avviene si realizza con lo studio e la fatica. I maghetti in erba devono seguire studi severi ed implacabili per dominare se stessi ed i poteri, che sono metafora delle profonde capacità dell’individuo, nonostante doti eccezionali. Anzi proprio le doti eccezionali possono portare alla malversazione, alla prevaricazione ed al male, narrato sotto forma di riferimento alla magia nera. Il cattivo mago è colui che si serve delle proprie capacità per nuocere ad altri. La necessità di studio, applicazione e di un’etica adamantina riscattano allora ciò che comunemente si intende per magia da una considerazione fatua e superficiale. In quanto conoscenza di ciò che la magia considera da esplorarsi anche in campi non ancora indagati sufficientemente la rende una delle branche dell’esoterismo, inteso come atteggiamento di ricerca riservato a chi è particolarmente interessato a ciò che pur evidentemente e provatamente esistendo (ovviamente evitando come la peste ogni sciocchezza e ciarlataneria), ancora aspetta di essere conosciuto secondo i parametri ed i codici scientifici. Solitamente la riservatezza, dato che esoterico è ciò che viene coltivato da specialisti in tali campi di ricerca, tende ad evitare che una ricerca su cose non bene conosciute ed identificate sia svolta da menti labili che potrebbero esserne indotte a perdita di lucidità e di raziocinio. Quindi tra magia ed esoterismo non v’è differenza, nel senso che la magia è una delle branche dell’esoterismo.

È vero che Rota ha accumulato libri preziosi, ora consultabili ai Lincei?

Nino Rota ed il professor Vinci Verginelli, poeta ed umanista di eccezionale vigore intellettuale, raccolsero per tutta la vita testi in cui gli antichi filosofi indagavano le leggi di Natura sotto la metafora dell’Alchimia. La splendida e preziosa raccolta giace presso la sede romana dell’Accademia dei Lincei.

Perché quella biblioteca non è rimasta a Bari?

Perché Verginelli e Rota custodivano nella casa romana di quest’ultimo quei libri ed il professore poco prima della sua dipartita la lasciò ai Lincei affinché la raccolta ricevesse custodia e cura adeguate.

Rota temeva la morte? Come se la immaginava?

La meditazione sulla morte è suprema filosofia diceva Platone e credo che chiunque sia portato, prima o poi, a riflettere su questo inevitabile traguardo della vita. Rota era fermamente convinto che con la morte non finisse tutto, ma solo una fase della progressione dell’individuo verso la divinizzazione di se stesso e, nell’intenderla in tal modo non solo non la temeva, ma ispirava tutta la sua vita e le sue azioni a che il fatale traguardo non lo trovasse impreparato o debitore.

Che cosa era ‘l’amore’ per Rota?

L’amore inteso non come cosetta da rotocalco era per Rota quello che si intravvede negli scritti classici: un agente universale, suscitatore e realizzatore di quanto di più nobile e sacro all’uomo sia dato di poter comprendere e gestire.

Maestro, se ‘Giovannino’ vivesse lei che cosa gli organizzerebbe per la festa dei cento anni, sapendo di farlo felice?

Gli farei vedere dall’alto di un balconcino la massa enorme di tutti coloro che in diverse guise e misure sono stati felicemente ‘contagiati’ dalla sua personalità, lasciando a lui la scelta di quelli da incontrare, sempre separatamente, come suo costume. Magari gli farebbe piacere sentire eseguire della buona musica, magari anche un po’ della sua, ma…. senza esagerare!

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