“Hugo Cabret” di Martin Scorsese
di Francesca Vitale
Partiamo dal presupposto che Hugo Cabret è soprattutto un film per cinefili. Ahimè devo dire che le campagne pubblicitarie delle grosse produzioni solitamente finiscono per tralasciare aspetti a volte molto importanti del film che stanno promuovendo, a favore di quelli più commerciali e di facile presa. C’è da chiedersi però se effettivamente chi promuove questi film e ne studia le campagne di marketing veda il film stesso oppure si affidi a qualche breve trailer trovato online, così giusto per farsi un’idea. Vero è che in alcuni casi anche chi si affida alle testate giornalistiche di settore, credendo di essersi affidato a fonti autorevoli, viene un po’ fuorviato da recensioni talmente banali e superficiali che offendono l’intelligenza di chi poi il film lo va a vedere. Perciò il mio umile consiglio è quello di leggere anche e soprattutto le recensioni degli appassionati in rete, che oltre ad essere più coerenti e dettagliate , non sono soggette ad alcuna logica di mercato e dunque sono SINCERE. Unico inconveniente: non troverete mai le recensioni prima di qualche giorno dopo l’uscita del film nelle sale, perché l’appassionato scrive dopo che il film se l’è andato a vedere a proprie spese e nel proprio tempo libero, e non può dunque partecipare alle anteprime riservate alla stampa.
Perché vi dico questo? Perché non capisco per quale motivo Hugo Cabret sia stato pubblicizzato maggiormente (trailer compreso) come film per famiglie, sfruttando la logica del romanzo di formazione alla Dickens. Hugo il povero orfanello sperduto nella Parigi del novecento come Oliver Twist lo era nella Londra dell’ottocento. Certo forse, e dico forse, il film può rispecchiare questo tipo di trama per alcuni aspetti ma non ha le caratteristiche per esserlo appieno. Perché? Perché questo film è molto di più e se può aver sorpreso e meravigliato i genitori di certo può aver annoiato molti bambini che aspettavano avventure che non arriveranno mai e non hanno potuto cogliere fino in fondo il tema che è realmente il cuore di questo film, l’amore per la settima arte. Insomma, a mio modestissimo parere, la campagna pubblicitaria può aver tagliato fuori tutti quei cinefili che si sa, sono sempre un po’ snob e che non vanno a vedere le storie di ragazzini orfani e delle loro avventure, ma sarebbero andati volentieri a vedere la vera storia del padre del cinema come lo conosciamo oggi, George Méliès. E fatemi dire da studentessa di storia del cinema e fan di Méliès che effettivamente sono pochi gli aspetti romanzati (sulla sua vita intendo), cosa che fa ancora più piacere a qualsiasi estimatore.
Vi dirò qualcosa sulla trama, tanto per chiarire questo concetto. Hugo Cabret è un orfano che vive nella stazione di Montparnasse di Parigi. Figlio di un orologiaio si occupa di mantenere in funzione gli orologi della stazione e nel frattempo cerca di riparare un automa meccanico, unico lascito del padre, convinto che una volta riparato questo svelerà un messaggio da parte dello stesso (l’automa è uno scriba). Cercando di rubare dei pezzi di ricambio dalla bottega di un giocattolaio, il giovane Hugo si imbatterà niente poco di meno in un redivivo George Méliès che, ferito dall’oblio in cui è caduto nel mondo del cinema vive sotto false spoglie. Da qui il ragazzo, aiutato da Isabelle, la figlioccia del regista,cercherà di far riaprire al mondo il vecchio burbero, il quale alla fine lo adotterà e verrà richiamato a far parte della comunità parigina dei cineasti.
Riconosco che la trama vista così, oltre alle similitudini con il sopracitato Oliver Twist fa anche tanto Heidi, dove George Méliès sta al nonno burbero come Hugo sta a Heidi, e ovviamente questo deve aver fatto scattare il meccanismo per cui il film è per famiglie. Tuttavia George Méliès è George Méliès e non un vecchio montanaro qualsiasi: colui che per primo ha intuito il vero potere della macchina da presa, colui che ha inventato il montaggio e il primo film a colori, colui che inventava da sé gli effetti speciali poiché era anche un ottimo illusionista e colui che per primo ha realizzato il connubio tra cinema e letteratura. Ovviamente il piccolo Hugo è solo un tramite, un mezzo sapientemente usato inizialmente dall’autore del romanzo Brian Selznick , per raccontare questa splendida storia. La storia della nascita di un amore, quello per la cinepresa, la storia della nascita di una nuova arte. Tutto questo traspare chiaramente nel film, dove in realtà non ci si affeziona appieno ai personaggi, probabilmente neanche allo stesso Méliès,( interpretato dall’ottimo Ben Kingsley) poiché questi non hanno grandi evoluzioni o spessore psicologico, e in questo modo lo spettatore non partecipa appieno delle loro sorti, perché fondamentalmente non li capisce fino in fondo. Viene insomma a mancare quella componente da romanzo di formazione tipica dei film per famiglie, che pure è presente nel libro, qui messa da parte a causa dell’evidente scelta del regista di incanalare l’attenzione dello spettatore sul mistero, prima quello dell’automa, anch’esso opera di Méliès, e poi quello dell’abbandono da parte dello stesso del mondo del cinema. La tecnica del “giallo”, sicuramente più congeniale alla stile di Scorsese è utilizzata proprio perché in effetti il mistero è il mezzo migliore per destare interesse su un argomento che può apparire noioso e poco interessante agli occhi del target scelto dalla produzione. Il mistero è dilatato fino all’ultimo momento in modo talmente sapiente (parlo di chi ovviamente non conosce Méliès e non aveva già capito chi fosse alla prima apparizione del fotogramma de “Le Voyage dans la Lune”) che lo spettatore è talmente impegnato nelle proprie congetture da non farsi trascinare troppo dal dramma dell’orfanello Hugo che comunque non è così sprovveduto e indifeso visto che aggiusta gli automi e sfugge ai perfidi ispettori ferroviari.

Per quanto riguarda l’aspetto visivo, il film è estremamente curato, è girato in 3D e non convertito in fase di post produzione, (può sembrare scontato ma finora ciò è accaduto solo per Avatar e Coraline) per cui rispecchia l’ideale del cinema in 3D che Cameron aveva profetizzato e cioè parte integrante della narrazione e non mero strumento grafico utilizzato per rendere più intense le scene d’azione (di cui il film è quasi privo tra l’altro). La scenografia è firmata da Dante Ferretti (storico collaboratore di Scorsese nonché ormai collezionista seriale di premi prestigiosissimi) e Francesca Lo Schiavo, freschi vincitori del BAFTA (l’Oscar inglese per intenderci) per la scenografia di Hugo Cabret.
Il film è candidato a 11 nomination all’Oscar, tra cui miglior film e miglior regia e spero che ne porti a casa un bel po’ anche se mi auguro non quello per la sceneggiatura non originale che lasciatemi dire è un po’ povera, fatta di dialoghi brevi e abbastanza banali, ma come dicevo prima, è evidente la scelta di privilegiare l’aspetto visivo e non quello narrativo. La lotta per miglior film e miglior regia sarà dura, ironicamente si scontrerà con The Artist che sta facendo incetta di premi e che sarà un vero e proprio osso duro. Dico ironicamente perché, per chi non lo sapesse, The Artist è un film muto e in bianco e nero. Insomma il 2012 è l’anno degli omaggi ai vecchi film e ai vecchi registi. C’est adorable!
