“Grazia e furore” (2011) di Heidi Rizzo
di Francesco Monteleone
Fabio e Gianluca Siciliani sono due Muay Thay figther di Lecce. Accostati l’uno all’altro si fa fatica a distinguerli, anche perché sono fratelli. Dalla fanciullezza in poi hanno vagato in un’unica direzione morale: aspirano a rimanere buoni, in nome del loro padre defunto. Vogliono conservare l’armonia in famiglia, assistendo la madre e crescendo i figli. Riescono ad annientare le paure del futuro rimanendo vicini. Non appaiono tracotanti, né occupano le prime posizioni in società. Sono due giovani non alienati, che esprimono simbolicamente le loro capacità dinamiche con gomitate, calci e sfinimenti. Perché sono due picchiatori olimpici, due combattenti della boxe thailandese che forse è meglio non fare arrabbiare mai.
Sviluppando un’intuizione di Alessandro Valenti la regista salentina Heidi Rizzo ha voluto raccontare la loro vita con “Grazia e furore”, un docu-film di 65 minuti, prodotto dalla Saietta film di Edoardo Weinspeare e Gustavo Caputo, in collaborazione con Rai Cinema, con il sostegno di Apulia Film Commission e del Comune di Lecce. La giovane Heidi non si è fatta trarre in inganno dalle sintesi della sceneggiatura. Per un anno è vissuta tra i due fratelli, potenziando la sua visione di documentarista dell’uomo e dei suoi sogni misteriosi. Dopo essere stato presentato all’ultimo Festival internazionale del cinema di Roma il mediometraggio (grazie a sant’ Oronzo) non è rimasto nascosto nei depositi e il 7 febbraio è stato proiettato a Bari, nella più frequentata multisala della città, il cinema Galleria. Lo hanno visto pochi spettatori, un paio di giornalisti, perché il genio del marketing aveva previsto nessuna promozione dell’anteprima. Evitiamo le polemiche, riprendendo le fatiche della critica. Muay Thay è la boxe thailandese. Una sfida fisica sanguinolenta, traumatica che per il popolo asiatico è un misto di sudore, spiritualità e dovere. Per saperla interpretare, il maestro Sangtiennoi Sor Rungroj ripete che bisogna comprendere e utilizzare il ‘morbido e il duro’.
Il film inizia con un viaggio a Bangkok nel 2009, dove Luca, 74 kg di facoltà muscolari, per la prima volta va a sfidare un lottatore australiano che lo picchia violentemente. Heidi Rizzo descrive con le riprese la modestia di quegli ambienti nei quali solamente la gara tragica viene nobilitata dal coraggio. La dieta con alimenti poco gustosi, l’istruttore che ti sveglia alle 6 del mattino, ti pesa come un animale, ti consiglia di trasformarti da ‘coccodrillo in tigre’, che ti costringe a mentire sul numero di combattimenti già sostenuti, che scherza sul nome dell’avversario: “Luca, devi combattere contro ‘Lulù’, un nome adatto agli splendidi ladyboy (i transessuali thailandesi più esotici al mondo). La camera mobile di Heidi continua a mostrare gli ambienti senza decoro degli spogliatoi, l’ambulatorio del dottore, il colore sofisticato di una bevanda energetica estratta chissà da quale frutto della giungla.
Essere ‘morbidi e duri’ nel combattimento è l’espressione di una attenzione temeraria. Luca non è affatto perfettamente virtuoso. Riceve la sconfitta, sepolta in una confidenza al fratello e alla cognata “Mi ha punto tutto” e la sua mascella scricchiola. Il film non è il racconto di uno Stallone salentino. Il protagonista si rivede a Lecce nel 2010, in famiglia. Porta il cane a spasso, discute con la mamma di identità isopoietica, di Pirandello ecc. Immagina i pensieri altrui, è un curioso della mente che vuole colpire nel giusto…
La regista è risalita a Lecce con la troupe e noi leggiamo altre pagine del diario visivo di Fabio e Gianluca Siciliani. I due fratelli hanno una palestra molto più arredata di quelle thailandesi, insegnano il Muay thay ai compaesani, hanno una vita pacifica e serena. Fabio ha una bellissima moglie (Enrica Didonfrancesco) ex ballerina professionista, che ha rinunciato alla carriera per stare con lui e diventare una mamma che si accontenta di insegnare la sua arte alle allieve leccesi.
Nel 2010 i fratelli tornano in Tailandia. È il giorno del compleanno del Re. Una festa pubblica con qualche soffio di ingenuità popolare, nella quale oltre ai fuochi di artificio si dedicano ai monarchi anche i combattimenti tradizionali. Fabio Siciliani ne vince uno, raggiungendo una nobile meta che è festeggiata da tutti gli amici di sempre. I ritratti della regista riescono a prendere a pugni il cuore. Il film ha costruito un incantesimo; risale ad una sorgente di verità che si sintetizza nelle parole intime del protagonista: “Perché combatto? Perché lottare contro gente fortissima ti fa capire quanto vali.”
