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Francesco De Gregori, Dante Alighieri e la pizzica salentina

Francesco De Gregori, Dante Alighieri e la pizzica salentina

 di Trifone Gargano

Un anno speciale il 2005 per Francesco De Gregori. Ben due eventi musicali danteschi, infatti, si collocano nella produzione discografica del cantautore pescarese per il 2005: la realizzazione del cd Pezzi (nel quale il primo brano, Vai in Africa, Celestino, e il sesto, La testa nel secchio, sono, rispettivamente, ispirati al canto III dell’Inferno e al canto XVII del Paradiso), e la partecipazione come ospite d’onore al concerto di chiusura della «Notte della Taranta», a Melpignano (Le), con la proposta di una canzone dantesca inedita, Nel mezzo del cammin di nostra vita, scritta sui ritmi della pizzica salentina, con i testi attinti da diversi canti dell’Inferno (I, VII, XXVI), e del Purgatorio (III, VI).

 La canzone Vai in Africa, Celestino, con la quale si apre il cd Pezzi, è davvero sorprendente. Innanzitutto, perché capovolge il pregiudizio comune (che nasce proprio dai versi danteschi) secondo il quale papa Celestino V sarebbe stato un ‘vile’, perché rinunciò alla carica di papa per tornare a fare l’eremita, lasciando quindi campo libero ai maneggi del futuro (e corrotto) papa Bonifacio VIII, che tanto danno recò a Dante, a Firenze (e alla Chiesa)!
Se è vero, infatti, che l’anima di quel dannato che Dante dice di riconoscere nella gran folla (senza volto) degli ‘ignavi’ del canto III dell’Inferno è da identificarsi con papa Celestino V («Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, / vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto.», vv. 58-60), allora è chiarissimo che il luogo comune (negativo) sulla figura di Celestino V nasce proprio con Dante, e dura fino ad oggi (l’espressione dantesca «colui che fece per viltà il gran rifiuto» infatti è entrata nel linguaggio comune, quasi come un proverbio, un modo di dire, ad indicare vigliaccheria, mancanza di forza e di volontà). Pochissimi altri scrittori, nel corso della storia, hanno fornito di Celestino V una visione diversa da quella dantesca, positiva. Lo fece Francesco Petrarca, subito dopo Dante, nel De vita solitaria, opera nella quale il poeta di Laura rovesciava il (pre)giudizio dantesco sul papa eremita, tessendone un elogio, giudicando cioè la rinuncia al pontificato come esempio di «grandezza d’animo» e non di «viltà»! Molto probabilmente, Petrarca, anche in questa circostanza (come in tante atre), è mosso più dal gusto di opporsi a Dante, contestandone il pensiero, che da un’autentica e seria valutazione umana e religiosa di papa Celestino V.
E’ con il III canto dell’Inferno che inizia la discesa vera e propria di Dante lungo l’abisso infernale, dopo i primi due canti, sostanzialmente, introduttivi del poema. Varcando la porta eterna, Dante si trova nell’Antiferno (o Vestibolo). L’iscrizione che campeggia sulla porta eterna ricorda, a chi la varca, l’inesorabilità della condanna divina: oltre quella porta, infatti, si trovano le anime dannate per sempre!
Il primo gruppo di peccatori (del canto III e dell’intero Inferno) è costituito dagli ignavi, cioè da coloro che in vita non presero mai posizione. Gli ignavi, infatti, qui, sono puniti in modo piuttosto duro, per legge di contrappasso: mentre in vita rimasero sempre indifferenti, adesso sono continuamente in movimento (inseguono un’insegna, una bandiera senza senso) e vengono punti da vespe e da mosconi, fino a sanguinare, con orribili vermi che raccolgono, ai loro piedi, il sangue versato.
Si tratta di una tipologia di peccato (quella della ignavia), in realtà, non contemplato dalla teologia cristiana: i pusillanimi (o ignavi), infatti, non prendendo in vita mai alcuna posizione, vissero senza meriti, ma anche senza demeriti; dunque, non degni di un premio, ma, a ben guardare, nemmeno degni di una punizione! Dante, invece, li punisce, ed anche piuttosto severamente, per questa loro indolenza, per questa loro mancanza di volontà. Dante, cioè, giudica gravemente il venir  meno ad una prerogativa tipicamente umana: quella della scelta responsabile e consapevole, il prendere posizione per qualcosa o per qualcuno, il non restare indifferente dinanzi alle cose della vita! Ad ogni modo, Dante, li colloca non nell’Inferno vero e proprio, ma in questa zona intermedia (nel vestibolo). Il suo disprezzo per gli ignavi, però, è così forte che non ne nomina nessuno, con la sola eccezione per un’anima (vv. 58-60: «colui / che fece per viltade il gran rifiuto»), la quale, molto probabilmente, è da identificare con il papa Celestino V (ma l’identificazione non è affatto certa), che, addirittura, unico caso nella storia della Chiesa, nel 1294 si dimise dal soglio pontificio, lasciando campo libero ai maneggi del cardinale Benedetto Caetani, eletto papa, in quello stesso anno, con il nome di Bonifacio VIII (ed è questa, molto probabilmente, la vera accusa che Dante rivolgerebbe al papa Celestino V, se l’identificazione tra il dannato e il papa fosse accoglibile). Del resto, lo stesso Virgilio, al v. 51, rafforza questo sentimento di disprezzo nei confronti di questi dannati, invitando Dante a non ragionar di loro, ma a limitarsi a guardare e a passare oltre!

Molti secoli dopo, precisamente nel 1968, un altro scrittore italiano, Ignazio Silone, scrisse un’opera narrativa in forma teatrale, L’avventura di un povero cristiano, nella quale la figura e l’opera di papa Celestino V (e, in modo particolare, la sua rinuncia al pontificato) vengono rese con positiva attenzione nei confronti del dramma umano e religioso che investì quest’umile eremita nel mese di luglio del 1294, catapultato, per giochi di potere della Curia romana (che in due anni di conclave non era riuscita ad eleggere il nuovo papa), dalle grotte del suo eremo in Abruzzo (sul monte Morrone, nella Maiella) alla cattedra di san Pietro!
Dunque, la canzone di De Gregori, con la sua interpretazione positiva di (papa) Celestino (che, oggi, trova la ragione del suo impegno cristiano nel volontariato svolto in Africa) si colloca lungo tale tradizione storico-letteraria di nobilitazione di una figura troppo semplicisticamente (e partigianamente) consegnato alla memoria collettivo come pusillanime e codardo.

Tutt’altro discorso è quello che si sviluppa intorno al testo della canzone n. 6 del cd Pezzi, La testa nel secchio (musicalmente molto più elaborata ed accattivante della precedente). Essa, infatti, a nostro giudizio è da accostare al canto XVII del Paradiso, il canto universalmente noto come il ‘canto di Cacciaguida’, ovvero il ‘canto della profezia dell’esilio e della missione del poeta’.
La sequenza narrativa più importante (e nota) di questo canto XVII del Paradiso, è, indubbiamente, quella nella quale il trisavolo Cacciaguida, dopo avergli rammentato (e profetizzato) l’esilio e i disagi e i guai ch’esso comporta, consegna a Dante una vera e propria ‘missione poetica’: a suo giudizio, infatti, a Dante sarebbe stato concesso l’alto privilegio di compiere quel viaggio così eccezionale solo perché ne potesse scrivere, senza tralasciare nulla, senza cioè censurare nulla. I lettori di tutti i tempi, chiarisce Cacciaguida a Dante (e a noi), che più si soffermano sul racconto che vede coinvolti personaggi noti (della politica e, in generale, delle istituzioni), devono trarre insegnamento dall’ascolto di queste vicende “esemplari”. Non si tratta, dunque, di assecondare una morbosa (e umana) attenzione per il peccato, quanto, piuttosto, di fustigare i potenti affinché la loro vicenda appaia (agli occhi di legge, ieri, oggi e domani) come ‘vicenda esemplare’, di insegnamento! Cacciaguida tranquillizza Dante, dapprima, solo chi ha la coscienza sporca («fusca») potrà dolersi del suo racconto; quindi, lo ammonisce a non tacere nulla, a raccontare e riferire tutto ciò che visto durante il viaggio ultramondano, rispettando innanzitutto la “missione divina” che gli è stata concessa.
Che è, a ben guardare, questo, il ruolo che l’intellettuale deve sempre svolgere con la sua opera nel proprio tempo, quello cioè di essere coscienza critica della società! Non è difficile, allora, intravedere in alcuni scrittori di oggi (e citiamo soltanto il nome di Roberto Saviano e la sua opera narrativa di denuncia di alcuni vizi e di alcuni mali della società italiana contemporanea, Gomorra, tanto per fare un esempio molto noto e quindi immediatamente riconoscibile) i prosecutori di questa ‘missione poetica’ dantesca!

Orchestra della Taranta

Un duplice (gioioso) omaggio a Dante e alla pizzica salentina è invece la canzone Nel mezzo del cammin di nostra vita, che apre il cd della «Notte della Taranta» del 2005 (con la diretta partecipazione dello stesso Francesco De Gregori al maxi concerto finale della rassegna estiva annuale salentina che si tiene, com’è noto, a Melpignano di Lecce.
La canzone propone due terzine (iniziali) dal canto I dell’Inferno; la notissima terzina del canto VI del Purgatorio sull’Italia «serva»: «Ah serva Italia di dolore ostello / Nave senza nocchiere in gran tempesta / Non donna di province ma bordello»; l’oscura imprecazione contenuta nel canto VII dell’Inferno: «Pape satan pape satan aleppe»; l’invito rivolto all’umanità a non peccare d’orgoglio, che si legge nel canto III del Purgatorio: «State contenti umana gente al quia / Ché se potuto aveste veder tutto / Mestier non era parturir Maria».

Per chi volesse ascoltare:

- l’intera canzone di apertura del concertone finale della Notte della Taranta 2005, Nel mezzo del cammin di nostra vita, consulti il sito web: http://www.youtube.com/watch?v=xLR0Fnu7H3I

- la canzone Vai in Africa, Celestino (tratta da Pezzi del 2005), si consulti il sito web:
http://www.youtube.com/watch?v=gWlZnd5hWCg  (per il canto III dell’Inferno)

- La canzone La testa nel secchio (tratta da Pezzi del 2005), si consulti il sito web:
http://www.youtube.com/watch?v=cKY16Ya1lwQ  (per il canto XVII del Paradiso)

Per chi, invece, volesse approfondire il poema, con la lettura integrale dei canti della Commedia utilizzati da De Gregori nelle sue canzoni, suggerisco di consultare l’antologia dantesca da me curata per gli Editori Laterza: Virtute e c@noscenza (2010), comprese le risorse on-line (videogiochi, cruciverba e altro):

http://www.laterzalibropiuinternet.it/materiali.php?isbn=9788842109433 

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