“E ora dove andiamo?” di Nadine Labaki
di Luciano Aprile
Dai!, si va a vedere questo film libanese (anzi franco-libanese).
La regista è quella bellissima donna che ha già girato e interpretato (oltre che sceneggiato) “Caramel”, qualche anno fa. Ma mentre quell’opera era ambientata a Beirut, con epicentro un salone di bellezza intorno al quale orbitavano alcune storie di donne, questo è girato in un villaggio di montagna e ha per tema il conflitto religioso fra cristiani e musulmani.
Dunque il tema è profondo. La regista aveva già, in “Caramel”, evidenziato un tocco sapiente nel mostrare agli occidentali che la vita delle donne a Beirut, metropoli inquieta e dal passato tragico, mescolanza colorata di Europa e medioriente, crogiolo di tradizioni e incrocio di religioni, non è diversa in fondo da quella rappresentata da sit-com come “Sex & city” o “Desperate housewifes”. Per cui se lo scenario ora è quello di un villaggio sui monti del Libano, racchiusa metafora di conflitti ancestrali (l’odio religioso, le recenti guerre civili, i Cristiano-Maroniti, Hezbollah ecc…) il film non potrà che essere serio e impegnato, magari nello stile “leggero” della bella regista.
In più (anche se potrebbe non voler dire niente, vedi i botteghini italiani!) il film risulta essere in testa alla classifica degli incassi in Libano.
Alla luce di ciò, abbacinato da queste fantasie ingenue da epica del cinema, inforco il mio ronzino, allerto il mio personale Sancho Panza, che ha più buon senso di me ma si lascia accompagnare con fiduciosa remissività a vedere i film che scelgo io, alla luce dello stereotipo (falso, come tutti) che io sia ‘competente’ di film, vado. E, come Don Chisciotte, è giusto che io venga spietatamente disilluso!
Il film comincia con una scena da musical: un gruppo di donne vestite di nero avanza cantando verso la cinepresa, con movenze armoniose (tipo il ‘Quarto Stato’ di Pelizza da Volpedo). Quasi una coreografia alla Pina Baush. Lo scenario è un cimiterino di montagna (anzi due: quello cristiano e quello musulmano)denso di polvere, di vento e di povere croci di legno.
Il tema imbanditoci dalla sequenza iniziale è dunque l’odio religioso e i lutti che ha prodotto. Il fanatismo cieco dei maschi, pronti a massacrarsi per un nonnulla, mentre le donne soffrono, piangono, cucinano, ricordano i morti, sognano l’amore ma sono realiste e pacate e sanno le difficoltà dell’integrazione reciproca. Sono materne e protettive, curano la quotidianità fatta di misere cose, gestiscono saggiamente persino la povertà. I maschi invece, eterni bambini mal cresciuti, giocano a carte perennemente, avvolti da una nuvola di fumo. L’unico uomo degno di rispetto sembra essere il vecchio pastore che, all’inizio della storia, raccoglie e riporta sulle sue braccia al villaggio, i resti straziati della sua capra più cara, capitata su una mina antiuomo, retaggio di chissà quale guerra recente. La capra servirà, arrostita, a dare lustro ad una mangiata collettiva, una festa, durante la quale però l’unica televisione del villaggio dà la notizia di un ritorno delle violenze religiose reciproche. Le donne, con prontezza, decidono di dissimulare questa realtà incombente per mantenere la pace della comunità. Su questa idea e su questo fondamento proto-femminista e manicheo, cioè gli uomini infantili, rozzi, fanatici, sanguinari e le donne mature, sagaci, fantasiose e generose, si fonda la struttura sintattica del film.
Dunque un film buonista: buoni e saggi sentimenti di convivenza e tolleranza contro qualunque fanatismo etnico-religioso. Bello! Non fosse che Nadine è una donna colta di Beirut e nessuno sforzo sembra aver fatto per entrare nelle dinamiche antiche e tremende di un mondo arcaico e spietato come quello di un villaggio di pastori.
Dunque un film femminista, non fosse che le donne protagoniste di questa storia, pur di distrarre e disorientare il mondo maschile, invitano a raggiungere il villaggio, a pagamento, uno scombiccherato drappello di donne d’avanspettacolo ucraine, di cui hanno avuto notizia da un volantino sequestrato ad un adolescente arrapato. Una manciata di donne ucraine, bionde e puttane, volgari e insignificanti, come nei peggiori stereotipi sulle donne dell’est. Nessuna umanizzazione di queste figure, nessuna riflessione di qualche tipo su questo squallido reperto del maschilismo globale!
Non bastasse la trovata ‘sessuale’, ci penseranno i dolci, sapientemente mescolati con hashish, dalle abili mani delle matrone, a ottundere le già poco sveglie menti dei maschi.
Che altro c’è? A me è piaciuta la faccia espressiva di alcune bellissime capre che girano per il villaggio. La loro interpretazione, a conti fatta, risulterà superiore alla media di quella degli attori.
E poi? Due o tre inserti musicali senza alcun senso della coerenza e buttati a casaccio dentro la sceneggiatura del film. Due o tre lunghi, noiosissimi pianti di madri distrutte dal lutto. Spruzzate qua e là, come spezie indigeste, alcune battutacce spiritose, prelevate da chissà quale sperduto senso dell’umorismo mediorientale.
E noi? A soffrire! Sprofondati, letteralmente (dalla noia!) in queste umili e polverose poltroncine di un cinemino della periferia occidentale! Il finale, che non rivelo per un senso invincibile di correttezza verso l’eventuale spettatore ignaro, chiude come l’inizio (che idea originale questa della circolarità conchiusa della narrazione filmica!): un corteo di donne e di uomini con delle bare sulle spalle avanza verso la cinepresa. Di fronte ai due cimiteri, gli uomini si fermano e domandano: “E ora dove andiamo?” E io la risposta ce l’avevo già. Pronta. E l’ho proferita ad alta voce, nella sala quasi deserta: “Ma andate affanculo!!!” Ovviamente…
