DOLOR Y GLORIA, DI PEDRO ALMODÒVAR, 2019

di Dino Cassone

Chi ama da sempre Almodòvar e il suo universo cinematografico, potrebbe restare spiazzato durante i primi minuti del suo ultimo film “Dolor y Gloria”. Bastano però quei pochi minuti a farci capire che il tempo passa, inesorabile, per tutti. E si cambia. Così, lo stile irriverente e melò dei primi anni (pensiamo a “La legge del desiderio”, “Matador” “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” o “Tacchi a spillo”), lascia lo spazio ad uno stile asciutto, più introspettivo. Pedro, alla soglia dei 70 anni diventa adulto insomma.

Protagonista della storia è Salvador Mallo, un regista alle prese con una crisi esistenziale più che creativa, succube di malesseri di ogni tipo che partono tutti dalla sua psiche minata, anche grazie alle maglie malefiche dell’eroina in cui sceglie di farsi catturare. Un film rinnegato per colpa di contrasti con l’attore protagonista, rivalutato e riabbracciato dopo 30 anni come un figliol prodigo, il teatro come ancora si salvezza, un amore del passato che gli ha condizionato per sempre la vita e la carriera, ed infine, i dolcissimi ricordi dell’infanzia che lo porteranno alla salvezza.

Omaggio spassionato al Cinema quello del regista spagnolo, con infiniti riferimenti alle icone senza tempo, sue e di tutti noi cinefili: da Marylin ad Anna Magnani (in una sequenza si vede il dvd di Mamma Roma di Pasolini) passando per Natalie Wood, dalla Loren ne “La Ciociara” (come non ricordarla nella strepitosa interpretazione di Penelope Cruz?) a Fellini, con un immenso Antonio Banderas nei panni dell’alter ego Salvador. Senza dimenticare l’ennesimo omaggio a Mina la tigre, che appare in un video vintage mentre canta la bellissima “Come sinfonia”. A completare il formidabile cast, nuove e vecchie conoscenze del mondo almodovariano: Julieta Serrano, Cecilia Roth, Nora Navas, Asier Exetendia, Leonardo Sbaraglia, Raul Areval e il conturbante Cesar Vicente, che rappresenterà “il primo desiderio” del piccolo Salvador nonché dello stesso Pedro.

Un film dai colori scintillanti grazie alla fotografia mozzafiato di Josè Luis Alcaine, dove a dominare è la sensazione crepuscolare di Almodòvar regista adulto che comincia a fare i conti con l’ineluttabilità del tempo che sta per finire e con le amarezze che si è portato dentro per una vita intera, che così bene ha mascherato in metri e metri di pellicole trasgressive.

Una su tutte, il complicato rapporto con sua madre, radice inestirpabile della sua vita e del suo cinema. «Non sei stato un buon figlio…» gli dice duramente sua madre ormai vecchia (e la Serrano le dona una luce divina, recitando soprattutto con gli occhi), infastidita di essere sempre citata nei film e ostinata a non accettare, fino alla fine, il mondo arcobaleno di suo figlio.

Quel figlio che, per nostra fortuna, non si è mai arreso e ci ha regalato pagine di Cinema memorabile.

(visto al Cinema Teatro J.F. Kennedy di Fasano – Brindisi)

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