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DIDATTICA A DISTANZA, NON DISTANTE

a cura del prof. Trifone Gargano

La quarantena imposta dal coronavirus, con la conseguente sospensione delle attività didattiche in presenza, ha portato, da un giorno all’altro, tutte (o quasi) le scuole d’Italia ad adottare la così detta didattica a distanza. Fino al giorno prima, però, l’utilizzo della tecnologia informatica e delle risorse della rete Internet era stato molto (molto) scarso, limitato, scuola per scuola, a uno sparuto gruppo di “appassionati”, di professori nerd, taluni anche non giovanissimi, quasi sempre emarginati, se non additati come “fissati”, e presi pure goliardicamente in giro, da tutti gli altri, per questa loro inclinazione digitale.

D’improvviso, causa coronavirus, la scuola italiana si è scoperta smart. Orde di docenti, quasi sempre del tutto privi di specifica formazione (e alludo a una formazione non meramente tecnologica, ma anche, e, direi soprattutto, metodologico-didattica) sull’utilizzo delle risorse web nelle attività di insegnamento / apprendimento. All’interno di classi virtuali, infatti, con dinamiche “a distanza”, occorre ri-pensare radicalmente tutto, ma proprio tutto. A cominciare dagli spazi, appunto, non più reali, ma virtuali. Non c’è più l’aula, ma il tutto si svolge in un luogo non-luogo, che è immateriale, atomizzato. Con linguaggio letterario, direi classe distopica, perché essa si trova, rispetto al docente che fa lezione, chissà dove, e chissà quando. In tali nuovi ambienti di insegnamento / apprendimento, bisogna ripensare (e subito) la gestione dei tempi, degli strumenti, delle metodologie, dei contenuti, delle verifiche, delle misurazioni, delle valutazioni. Eppure, in poco più di un mese dall’adozione forzata della così detta didattica a distanza, famiglie e studenti stanno subendo tutto, e il contrario di tutto. Confusione e dilettantismo sono sovrani. In assenza di una specifica formazione; in assenza di indicazioni chiare e univoche; in assenza di buone pratiche, da adottare e da condividere come autorevoli; in assenza di buon senso; il Caos regna sovrano. Chiunque, infatti, si sente interprete autentico di questo nuovo modo di fare scuola, e, quindi, si lancia in performance online tanto ridicole, quanto perniciosissime, per gli studenti e per le loro famiglie.

Nonostante alcuni docenti si siano dimostrati consapevoli e attenti, nei confronti della situazione di enorme disagio scolastico, psicologico, umano, economico, relazionale, ecc., in cui gli studenti si son trovati a vivere, chiusi in casa, da un giorno all’altro; tantissimi altri, invece, hanno continuato a confondere l’espressione “a distanza” con l’aggettivo “distante”, dando libero sfogo al proprio ego frustrato. Si tratta di docenti, che, in verità, sono sempre stati distanti, rispetto agli studenti, e al loro mondo familiare ed emozionale.

Nessuno ha scelto questa situazione. Nessuno studente ha scelto, a inizio d’anno, di iscriversi a un corso di studi “a distanza”. Questa situazione è piombata addosso, improvvisamente, a tutti. Come educatori, allora, abbiamo il dovere di farci carico di tutte le situazioni di disagio che le famiglie e gli studenti stanno vivendo in queste settimane. Pertanto, prima di sanzionare le assenze dei ragazzi dalle lezioni “a distanza”; prima di comminare compiti, esercitazioni e verifiche, senza minimamente coordinare il piano delle attività didattiche, all’interno del Consiglio di classe; prima di depositare nella repository della classe virtuale materiali enciclopedici, copiati e incollati chissà da dove; prima di fare tutto questo, il docente non distante deve chiedersi:

  • cosa e come stanno vivendo questa situazione di pericolo i ragazzi, nelle famiglie?
  • quali situazioni di disagio vivono (attività lavorativa di famiglia chiusa, interrotta; cassa integrazione del genitore; reddito bloccato; licenziamento; ecc.)?
  • dispongono veramente di una connessione Internet? Di una stanzetta propria? di un pc personale?
  • ci sono persone in famiglia capaci di aiutarli con il pc, o con il tablet, o con il cellulare?
  • ci sono in famiglia ammalati in pericolo?

La tradizione letteraria, anche in questo, può venirci in soccorso. I Classici possono aiutarci ad avviare una seria e proficua riflessione, per ri-fondare tecniche, stili e contenuti dell’insegnamento / apprendimento. Una classe distopica (o virtuale che dir si voglia) pone a ciascuno di noi (alunno, docente, genitore) sfide nuove. Ecco due esempi: tag-cloud e selfie d’autore.

  1. a) Tag-cloud

Il testo, oggi, assume aspetti multi-codali e iper-mediali. La scuola, invece, resta legata al passato, a pratiche di scrittura lineare, e mono-mediale, coltivando l’illusione, totalmente fuori dal tempo, di formare lettori (e scrittori) per una testualità che, in realtà, non esiste già più.

I Classici sono quasi sempre stati in lite, rispetto alla tradizione. Si pensi al poeta Bonagiunta da Lucca, che, nel canto XXIV del Purgatorio, riconosce al giovane Dante e agli amici suoi (quelli del «dolce stil novo») la grande diversità, rispetto, appunto, alla tradizione letteraria da lui rappresentata:

«Ma di’ s’i’ veggio qui colui che fore / trasse le nove rime …» (vv. 49-50).

Per far cogliere queste diversità (linguistiche, culturali, filosofiche, ecc.) a uno studente, sono oggi disponibili online alcune webapp come Tagul [https://wordart.com/], che realizzano visualizzazioni grafiche dei testi. L’algoritmo attivato da queste webapp colloca al centro della nuvola testuale (tag cloud), e in primo piano, in tutta evidenza, rispetto al resto, la parola-concetto più importante. App simili possono essere utilizzate, con grande efficacia, in ambito didattico, per la realizzazione:

– di mappe di studio

– di appunti

– di liste di parole di un autore

– di liste di frequenza del lessico di un autore, di un gruppo, ecc.

Le nuvole digitali aiutano lo studente ad accostarsi al classicoa colpo d’occhio”, a partire dal lessico, che caratterizza quella certa opera, o quell’autore, o quell’intera corrente. Qui di seguito, un esempio di tag-cloud riferito alla seconda parte del c. V dell’Inferno dantesco:

Questa metodologia, che utilizza app digitali, rende con grande efficacia didattica il contenuto di un testo. I due esempi manzoniani, che seguono, si rivelano utili, per parte loro, per far cogliere allo studente le differenze di lessico tra il Manzoni poeta cattolico degli Inni sacri, e il Manzoni poeta patriottico. Gli esempi si riferiscono, rispettivamente, all’inno Il Natale e all’ode Marzo 1821:

  1. b) Selfie d’autore: Dante e Foscolo

Con il vocabolo selfie s’intende «autoscatto di sé stessi», destinato a essere immediatamente condiviso sui profili social (Facebook, Instagram, Twitter), realizzato con uno smartphone (ma anche con un tablet, o con una webcam). Il selfie, generalmente, è un primo piano del viso, o un dettaglio del volto, che si vuole valorizzare (occhi, bocca, naso, ecc.). A volte, prevale, nelle intenzioni di chi esegue il selfie, l’idea di valorizzare la location, lo sfondo. Il vocabolo deriva dall’inglese «self» (), con l’aggiunta del suffisso «ie» (come forma contratta di «id est»: questo è; così è).

Un problema identitario pone Dante Alighieri all’inizio del suo viaggio, nel canto primo dell’Inferno, allorquando egli dichiara di essersi smarrito nella «selva oscura», non riconoscendosi più nel suo tempo, nella sua società. Lo smarrimento nella selva indicava questo suo senso di non appartenenza sociale al mondo della «gente nuova», tutta dedita ai «sùbiti guadagni» (XVI dell’Inferno, v. 73). Ora, nel centesimo (e ultimo) canto del poema, Dante conclude il viaggio e ritrova sé stesso, fornendo al lettore un autoscatto (un selfie, per l’appunto), tra i più sublimi e arditi della storia dell’umanità, e della letteratura universale:

«dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ‘l mio viso in lei tutto era messo»,
[Pd, XXXIII, vv. 130-32]

Dante vede la propria immagine nel secondo dei tre cerchi di luce-colore, compiendo uno sforzo visivo fuori dall’ordinario. Egli, dunque, scorge sé stesso nel cuore della Trinità, nel cerchio di Cristo, e indica il prodigio di questo ritrovamento identitario al lettore. Dante, dunque, ha ritrovato (in Dio) il suo mondo valoriale, da opporre alla gente nuova, che tanto disprezza.

Da leggere ugualmente come selfie d’autore il sonetto autoritratto di Ugo Foscolo:

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,

crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,

labbro tumido acceso, e tersi denti,

capo chino, bel collo, e largo petto;

 

giuste membra; vestir semplice eletto;

ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;

sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;

avverso al mondo, avversi a me gli eventi:

 

talor di lingua, e spesso di man prode;

mesto i più giorni e solo, ognor pensoso,

pronto, iracondo, inquieto, tenace:

 

di vizj ricco e di virtù, do lode

alla ragion, ma corro ove al cor piace:

morte sol mi darà fama e riposo.

Nei primi 6 versi, il sonetto è proprio un selfie, dettagliatissimo: mette in luce, infatti, i particolari del corpo (fronte, occhi, capelli, guance, labbro, denti, capo). Nella seconda parte, invece, il poeta fornisce al lettore il selfie interiore, relativo al carattere, alle inclinazioni, e alle più intime e nascoste speranze, dell’uomo e del poeta.

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