Collega giornalista, s’informi
di Francesco Monteleone
‘Richiedente asilo’, ‘rifugiato’, ‘vittima della tratta’, ‘immigrato’, ‘migrante irregolare’…Le migliaia di persone che sbarcano in Italia, salvandosi dalle minacciose traversate del Mediterraneo o che eludono i controlli di frontiera come ombre distese sotto le merci sono comunemente definite ‘i clandestini’. Contro una parola usurata che esprime la nostra insofferente ostilità verso gli intrusi, gli altri, i reietti, il sindacato dei giornalisti italiani ha scelto un glossario più adatto a definire l’identità giuridica e morale di ‘persone senza documenti’. Tanti redattori, cronisti, capistruttura che incrociano il problema dell’ immigrazione volontaria o irregolare a metà gennaio 2012 si sono confrontati a Bari, in casa dell’Ordine dei Giornalisti e dell’Assostampa, nella città che per prima affrontò e accolse i pionieri albanesi della Vlora.
La FNSI e l’UNAR (con 3 anni di ritardo!) hanno deciso un percorso formativo che ora diventerà periodico nelle redazioni di quotidiani, radio e tv italiane. Roberto Natale presidente FNSI, Laura Boldrini portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Massimiliano Monnanni direttore dell’UNAR, Nicola Fratoianni assessore alla cittadinanza sociale della Regione Puglia, il direttore della ‘Gazzetta del Mezzogiorno’ Giuseppe De Tomaso, Stefano Costantini caporedattore di ‘Repubblica’, il vicedirettore del ‘Corriere del mezzogiorno’ Maddalena Tulanti, la direttora di Antenna Sud Annamaria Ferretti, i professionisti e gli studenti della scuola di giornalismo pugliese si imporranno, come azione esemplare, una rigorosa autodisciplina nell’uso di termini più coerenti alla dignità umana.
“I giornalisti, spesso in buona fede, sono riproduttori di luoghi comuni”, aveva affermato risentita Paola Laforgia, la presidentessa dell’OdG pugliese, inaugurando il lavoro di analisi semantica. “è ora che studino il protocollo deontologico per non maltrattare impunemente quelle persone che finiscono in una terra diversa, deprivate di rispetto e identità.” La Carta di Roma fu approvata il 12 giugno 2008 dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti su una sollecitazione della stessa Laura Boldrini, che si era istintivamente opposta al linguaggio intorbidito dei media verso il ‘presunto colpevole straniero’ nella strage di Erba. La parte più importante di quel documento è il glossario. Esso facilita il riconoscimento e la distinzione degli esseri umani che vengono perseguitato per la razza, la religione, la nazionalità o più semplicemente stanno fuggendo dalle penitenze della povertà. Ma non basta. Bisogna evitare che gli stranieri più vulnerabili siano visibili in foto o filmati, non rispettando la loro privacy. Laura Boldrini ha denunciato centinaia di violente persecuzioni fatte alle famiglie d’origine, quando i rifugiati politici sono riconosciuti dalle polizie segrete degli stati antidemocratici. Infine, sapendo di molti scomposti politici italiani che esprimono teorie razziste bisogna sempre chiedersi se è corretto riferire tutto quel che quel essi che dicono o censurare le insulse aggressioni verbali.
Purtroppo i pregiudizi culturali adottati dal giornalismo non riguardano solamente gli esuli o i fuggiaschi. Quanti ricordano che i ROM sono una etnia europea composta da 12 milioni di persone? Quanti sanno che i ROM censiti in Italia non sono superiori a 170 mila, su 5 milioni di stranieri? E perché si presentano come ‘nomadi’ uomini e donne che vivono stanziali nei campi da decenni? Secoli di discriminazione ci fanno credere che la gens di voyage, gli zingari ecc. non hanno documenti, delinquono abitualmente, non rispettano le regole e che sono ostinatamente cartomanti, circensi, giostrai e accattoni. Ebbene, contro pregiudizi così forti i giornalisti, ha spiegato Roberto Natale, devono scrivere la notizia dopo averla accertata. Non devono occultare i fatti, ma saper distinguere il vero dal falso. Nei titoli della cronaca nera sono sufficienti il nome e il cognome delle persone coinvolte, non serve indicare le nazioni di provenienza.
Nella seconda parte della giornata di studi la FNSI ha organizzato una visita al C.A.R.A. di Palese, in compagnia del presidente Nichi Vendola, leader di S.E.L. e teorico della lotta alla povertà. Una ventina di giornalisti sono stati autorizzati dalla Prefettura, dopo qualche resistenza burocratica. Il campo nell’aeroporto militare di Palese ha una vivibilità sopportabile per circa 1200 persone che attualmente provengono da 42 diversi paesi. I 124 prefabbricati sono dignitosi, gli spazi esterni evitano chiassose confusioni, alba e tramonto oscillano dietro sbarre non molto alte, le famiglie hanno una loro intimità, c’è la moschea e la chiesa cattolica, una mensa pulita riesce a nutrire tutti, rispettando anche i digiuni del Ramadan, un campo di calcio disegnato sul cemento non è paragonabile a San Siro, ma garantisce lo stesso divertimento collettivo.

Al C.A.R.A. di Palese i più numerosi sono gli afghani. Le donne nigeriane sono molto più della metà della presenza femminile. Su 53 egiziani 26 sono minori. I tunisini sono transitati in una quantità spaventosa…Le statistiche potrebbe continuare fino a inzeppare la mente di solidarietà e compassione. Ogni faccia è una storia misteriosa. Le voci che si ascoltano attraversando il campo diffondono un’inquietudine poliglottica incomprensibile. Fa freddo, ma qualche ragazza di colore gira ancora sbracciata e si rallegra degli ospiti famosi. Moltissimi migranti sono senza scarpe, hanno le ciabatte. Forse è per rimanere più facilmente scalzi quando risuona l’ora della preghiera a Maometto. Guardarli negli occhi per intuire i loro pensieri è come voler colpire con un piccone un granello di polvere. Mentre Vendola riceve tutta l’attenzione giornalistica e se ne compiace, noi riceviamo un unico sorriso da un nero che ha attaccato sulle sue imposte le figurine Panini della squadra preferita. Ha riconosciuto un suo simile, un nerazzurro interista, può bastare per iniziare a sentirsi fratelli…

