CHI DICE DONNA DICE DANNO

di Francesco Monteleone

La parola ‘donna’ etimologicamente deriva da domina, termine latino che significa ‘padrona’; perciò se la donna è stata considerata nel passato ‘domina’ vuol dire che essa ha avuto grandi responsabilità in molte antiche culture del Mediterraneo.

Purtroppo il rapporto col potere di uomini e donne è sempre stato squilibrato in favore dei primi; sarebbe ora che l’uomo fosse più umile, che cedesse una parte dei suoi privilegi alle donne, le quali si sono enormemente emancipate culturalmente ed economicamente e nelle decisioni importanti dimostrano meno scaltrezza, più serenità e minor opportunismo.

A volte, leggendo i libri di storia, scopriamo figure femminili che hanno amato il potere e la ricchezza molto più degli uomini, e la cosa ci attira e ci stupisce. Qualcuna finisce nelle riviste storiche o diventa protagonista di film appassionanti (per esempio “La Favorita”) altre si eclissano nel buio della memoria. Noi, che siamo viaggiatori del passato, ne abbiamo individuata una molto speciale e non possiamo tenercela in punta di lingua.

Quante volte avete sentito dire il motto “Chi dice donna dice danno”?

Gli uomini lo scandiscono in famiglia, per penalizzare mamme, zie e sorelle; in comitiva per prendere in giro un’amica o la fidanzatina, oppure gridano con rabbia “chi dice donna dice danno” verso il gentil sesso, per attribuirgli le responsabilità di un incidente non voluto.

 Donna-danno è un anagramma spiritoso, inventato a metà ‘600 a Roma, quando fu scritto e attaccato su Pasquino, la più famosa statua parlante della città eterna; ma quella facezia in pochi la conoscono per intero.

 Perciò, qui sveleremo il segreto di quel famoso motto di spirito e racconteremo di una donna avida, ambiziosa, insensibile, passata alla storia per la sua capacità di superare tutti gli ostacoli e ottenere un potere straordinario.

«Chi dice donna, dice danno / chi dice femmina, dice malanno / chi dice Olimpia Maidalchina, dice danno malanno e rovina»; questo è il testo integrale, del quale noi utilizziamo solo la parte iniziale; fu un avvertimento pubblico a Papa Innocenzo X, per fargli sapere che il popolo romano odiava suo cognata.

Dunque, chi fu Olimpia Maidalchini

Donna Olimpia nacque a Viterbo il 26 maggio 1591.

Il padre voleva che la giovane figlia precipitasse in un convento con le altre due sorelle, perché l’eredità della famiglia doveva essere consegnata al figlio maschio. Olimpia, per sottrarsi al controllo monastico, accusò il suo direttore spirituale di averla molestata sessualmente, trascinandolo in uno scandalo che costò all’ecclesiastico la sospensione a divinis.

Così Olimpia sposò, in giovane età, Paolo Nini, un ricco borghese che utilmente la lasciò vedova, dopo solo tre anni di matrimonio.

Nel 1612, aveva 21 anni, Olimpia si affidò a un secondo marito, Pamphilio Pamphilj, (1564-1639) un nobile romano più vecchio di lei di 27 anni.

Olimpia afferrò a volo l’occasione unica di introdursi nel giro esclusivo dell’aristocrazia; inoltre il fratello di suo marito, Giovanni Battista, era un brillante avvocato di curia e quando morì Urbano VIII, Giovanni Battista Pamphili diventò papa con il nome di Innocenzo X.

I testimoni del tempo dissero che Donna Olimpia fu la principale artefice dell’elezione a Papa di suo cognato. Quando Innocenzo X si insediò al Vaticano, Olimpia divenne la dominatrice indiscussa e assoluta della corte papale.

Fu soprannominata “la papessa”. Chiunque voleva contattare Innocenzo x Pamphilj, doveva passare dalla cognata, sapendo che la mediazione sarebbe costata salatissima. Tutta Roma si accorse della Papessa; si sparlava di lei dicendo che era molto più legata al cognato che al marito, che era avida, presuntuosa, tirchia. Donna Olimpia gestì traffici enormi, accordi straordinari; favorì chi la serviva o poteva essergli utile e accumulò enormi ricchezze.

Nel 1639 La Pimpaccia (altro soprannome di Olimpia) per la seconda volta, rimase vedova. Per farsi consolare dal cognato papa Innocenzo X, Donna Olimpia ricevette, nel 1645, il titolo di principessa di San Martino al Cimino, le terre e l’abbazia di San Martino al Cimino e tante altre proprietà che ci vorrebbe più inchiostro per elencare. Ecco realizzata l’ammirevole scalata sociale della volitiva figlia di un appaltatore viterbese, originario di Acquapendente. Naturalmente Olimpia, prima di tutto, sistemò suo figlio Camillo Pamphilj, facendolo cardinale, ma da lui ebbe forse il dispiacere più grande. Infatti il cardinale Camillo Pamphilj conobbe Olimpia Aldobrandini, giovane vedova del principe Paolo Borghese e nonostante il parere contrario della madre, si fece dispensare dal papa e la sposò. Così Innocenzo X fu circondato da Olimpia Maidalchini, la papessa, e dalla moglie di suo nipote Olimpia Aldobrandini. Le due Olimpie ebbero scontri olimpici, ma tra di esse prevalse sempre la Pimpaccia.

Innocenzo X morì il 7 gennaio 1655 e dopo aver dato tanto a quella donna opportunista non ebbe da lei nemmeno un funerale decente. Olimpia scappò in fretta da Roma, portandosi dietro casse piene d’oro e non volle partecipare alle spese mortuarie di suo cognato, dicendo che era una ‘povera vedova’. La Curia romana tentò di rientrare almeno in parte in possesso delle ricchezze accumulate da Donna Olimpia a spese dello Stato pontificio, ma fu tutto inutile.

E ora se avete avuto la pazienza di leggere fin qui, accettate un consiglio. A via del Corso a Roma c’è il museo privato della famiglia Panphili: è un giacimento pazzesco di capolavori, un museo di famiglia tenuto perfettamente dagli eredi e visitato da migliaia di turisti di tutto il mondo.

Non perdetevelo. Riconoscerete Innocenzo X nei busti del Bernini e nel meraviglioso dipinto di Diego Velázquez, ma soprattutto riconoscerete la Papessa, donna Olimpia e vi assicuro che non la dimenticherete mai più.

La morale? Dopo aver fatto tanto, nel 1657, Donna Olimpia morì in esilio, consumata dalla peste, nelle sue tenute viterbesi di San Martino al Cimino, lasciando in eredità 2 milioni di scudi.

Ella fu sepolta sotto la navata centrale dell’abbazia di San Martino al Cimino.

La statua parlante di Pasquino l’aveva colpita più volte, ma la Pimpaccia seppe resistere alle implacabili accuse del misterioso poeta satirico, del quale oggi ci rimane una battuta diventata tristemente sessista: Chi dice donna, dice danno / chi dice femmina, dice malanno …

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