Santippe una martire della filosofia
La stragrande maggioranza dei filosofi non ha mai contratto matrimonio e intuirne le ragioni è semplicissimo. Quale donna avrebbe potuto sposare Schopenhauer o Kierkegaard o Nietzsche senza cadere in un forte stato depressivo? La povera Santippe saprebbe dirci qualcosa in merito; odiata e bistratta da tutti i benpensanti, è in realtà una “martire” della filosofia.
Santippe ne aveva abbastanza della filosofia e le minacce ai suoi tre figli ne sono una prova manifesta. “Guai a voi se vi mettete in testa di occuparvi di virtù, sapienza e autodominio”, disse una sera ai tre figli, pronta a lanciare sui loro volti il setaccio che stava adoperando in cucina. Socrate si era rivelato un pessimo “affare”; era vecchio, non si interessava alla famiglia e trascorreva le sue giornate fuori casa a parlare di cose dai nome strani come dialettica, maieutica e intellettualismo etico. Così lei, come ogni donna risentita, lo castigava con solenni punizioni.
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Santippe: Tu muori innocente…
Socrate: E tu volevi che io morissi colpevole?
Non credo esista niente di più filosofico che questo brevissimo dialogo tra due coniugi esemplari. Ho letto e riletto, in 50 anni di studi, migliaia di pagine dai sussidiari elementari a Tex Willer, da Dylan Thomas a Amélie Nothomb, da Cartesio a Heidegger, Semerari e Galimberti. In nessuna c’era sintetizzato tutto il senso della vita, come nell’aneddoto di Diogene Laerzio: Ad Atene, nel V secolo a.c. Santippe, moglie di Socrate, avvisa il marito che sta morendo, in anticipo. Nella vita è obbligatorio morire, ma si può farlo naturalmente o per violenza altrui. E perché si deve morire per mano altrui, senza una colpa morale? Socrate risponde con una battuta comica. Non ha paura della morte, sa di essere stato un uomo virtuoso, accetta la vergognosa sentenza dei giudici, dice addio alla moglie e a noi con un sorriso.
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