scritto da filosofi, seminando incertezze

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Le amiche di Sex and the City

Postato da il 2 feb 2012 in Il Femminile, Rubriche | o commenti

La Società Italiana delle Letterate ha organizzato il convegno “Io sono molte. L’invenzione delle personagge”, che si è svolto a Genova dal 18 al 20 novembre 2011.
Nel video a fine articolo, l’intervento di Francesca Romana Recchia Luciani (Università di Bari): Le amiche di Sex and the City.
Nuove figure di donna, che la SIL - societadelleletterate.it - ha deciso di chiamare personagge, abitano romanzi, film, serial tv, pièce teatrali, ma anche diari, autobiografie, memoir, arte e poesie. Un convegno per seguirne le tracce, imparare dalle loro parole, dalle loro azioni come si costruisce la nuova personaggia. E guardare chi sono, come vengono inventate, scritte, rappresentate – e da chi – le nuove donne, alle quali danno parola autrici di tutto il mondo, in un intreccio di trame, percorsi e itinerari. E anche gli autori, vedi il caso di Millennium, sono a loro volta sempre più propensi a inventarsi nuove eroine. Le personagge offrono l’ottica con cui interpretare il variegato mondo delle scritture.

Il convegno di Genova è stato il gesto inaugurale di questa innovativa chiave di lettura dove confrontare studi, riflessioni e autrici con un’assise di lettrici e lettori.

Video a cura di Federica Fabbiani e Marzia Vaccari - women.it

 

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La musica a Terezín 1941-1945

Postato da il 2 gen 2012 in Critica nel giudizio, Rubriche | o commenti

di Lorenzo Lorusso

Il delicato rapporto intercorso tra arte musicale e politica durante il Novecento – con particolare riferimento ai regimi totalitari che hanno insanguinato l’Europa nella prima metà del Secolo Breve – ha cominciato, non senza fatica, a guadagnare spazio anche nel panorama accademico e culturale italiano. Difatti, seppur con un ritardo di almeno un paio di decenni rispetto ad altre realtà europee ed oltreoceano, si sta finalmente prendendo coscienza dell’importanza che la musica – e l’arte in generale – può rivestire quale fonte privilegiata dalla quale attingere affinché si possa fornire una interpretazione più completa ed articolata delle società del passato. Certo, non si può ancora parlare della nascita e del consolidamento di un’area disciplinare specifica nel nostro paese, ma la tendenza degli ultimi anni fa ben sperare in un prossimo e più fecondo futuro. Una aspettativa che ha trovato riscontro nella pubblicazione di alcune monografie dedicate all’approfondimento del ruolo giocato dalla musica in un regime politico estremo come il Terzo Reich e all’interno di quella che può essere definita la sua manifestazione più terribile e disumana, l’Olocausto.

Accanto ad esse, tuttavia, non si può trascurare la meritoria funzione svolta dalle traduzioni di opere in lingua straniera, in grado di portare alla conoscenza del pubblico italiano volumi di fondamentale importanza nella letteratura dedicata al tema in oggetto. È questo il caso di La musica a Terezín 1941-1945 (Il Melangolo, 2011) di Joža Karas (1926-2008), la cui traduzione è stata curata da Francesca Romana Recchia Luciani e Raffaele Pellegrino. Si tratta di un lavoro pionieristico, scritto durante gli anni Settanta da un uomo che ha speso buona parte della sua esistenza nella raccolta di partiture, documentazione e testimonianze dirette relative alle attività musicali svoltesi presso il Konzentrationslager di Terezín durante il secondo conflitto mondiale. Un progetto nato per caso, ma che come l’autore stesso confida nel prologo del volume, “avrebbe occupato la mia mente, notte e giorno, per i successivi dieci anni”. Dotato di una penna felice ed elegante, Karas accattiva il lettore fin dalle prime pagine, laddove racconta innanzitutto le vicende più che decennali che hanno accompagnato il cammino della sua non semplice ricerca, per poi dedicarsi nei successivi diciannove capitoli e nel breve epilogo alla approfondita ma mai tediosa illustrazione di quanto ebbe luogo presso il «campo modello» di Terezín.

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Auguri scomodi di Don Tonino Bello

Postato da il 24 dic 2011 in Rubriche | o commenti

Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo.

Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.

Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.

Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!

Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.

Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.

Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.

Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.

Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.

I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi.

Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano.
Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.

I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge ”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio.

E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi.

Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.

                                                                                    Tonino Bello

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Nel mezzo del cammin di… una vignetta!

Postato da il 22 dic 2011 in Libri, Rubriche | o commenti

a cura di Trifone Gargano

Il fumetto è un mezzo di comunicazione di massa che si avvale di testo e di immagini per dar vita ad un racconto in sequenza. Il 7 luglio 1895 comparve il primo esempio di comics moderno (con la nascita del personaggio di Yellow Kid, sul quotidiano americano «The New York World»).

Qui non ci interessa fare la storia del fumetto, né seguire le tappe del fumetto creativo odierno; né, tanto meno, riferire del dibattito in corso tra gli esperti e tra gli autori di questo codice espressivo ed artistico sulla identità e sul ruolo del fumetto, nel più complessivo quadro di un confronto sull’evoluzione del sistema delle comunicazioni di massa; quanto, piuttosto, dar conto di alcuni esempi di trasposizione in fumetto del classico per eccellenza della letteratura italiana, la Divina Commedia di Dante Alighieri, e suggerire la sperimentazione dell’utilizzo del fumetto in ambito didattico (non esclusivamente, ovviamente, in percorsi di didattica speciale per la diversabilità).

Il fumetto rientra nella grande categoria delle ri-scritture: «riscrivere testi letterari con procedure creative guidate, applicando manipolazioni a livello stilistico (riscrivere un racconto modificando tempi verbali, passando dalla prima alla terza persona, cambiando punto di vista del narratore, ecc…)».

Impegnare un gruppo classe in un percorso didattico di (ri)scrittura e di trasposizione testo/fumetto significa perseguire obiettivi di insegnamento/apprendimento disciplinari di diverso tipo.

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COMUNE – Oltre il privato e il pubblico ( di Toni Negri)

Postato da il 18 dic 2011 in Libri, Rubriche | o commenti

di Francesco Monteleone

Ho iniziato a leggerlo il 24 maggio 2011. Le prime parole della recensione sono state scritte il giorno di san Nicola, il 6 dicembre. Non ce la farò mai a sopportarlo tutto, a comprenderlo fino al midollo, a dire il meglio, come vorrei.

In generale un libro andrebbe letto e riletto, meditato e rimeditato, consigliato o sconsigliato. Per i testi di Toni Negri questo rituale va ripetuto due volte. Il professore è pesante, ma ha il dono di svelare come si misurano i dubbi. È il sant’Agostino degli atei.

Il suo linguaggio è labirintico, disorienta. Leggere Toni Negri è come sfidare il bosco, con la ragione e senza la bussola. Senti gli odori, vedi i colori, finché c’è luce capisci che sei solo, ma devi stare attento perché ti puoi strappare i pantaloni e soprattutto puoi smarrirti.

E ora sfogliamo le prime pagine: Viviamo in un mondo globalizzato, siamo ‘sottomessi al suo dominio e contagiati dalla sua corruzione’…Ebbene, c’è un rimedio a tanta afflizione.

In questo libro è stato isolato il gene della convivenza, il ‘Comune’, quello che ci farebbe vivere dignitosamente, in pace, stimolando un’ istintiva solidarietà fra esseri umani e facendola durare a lungo.

Per ‘comune’, spiega Negri, intendiamo ‘l’aria, l’acqua, i frutti della terra e tutti i doni della natura’ ma anche ‘le conoscenze i linguaggi, i codici, l’informazione, gli affetti…’

Conservare, produrre e distribuire ‘il comune’ è il problema centrale. In tutto il mondo i neoliberisti cercano di privatizzare il comune e di trasformare in proprietà anche l’informazione, le idee, le specie animali e vegetali. Noi siamo limitati, se crediamo che l’unica alternativa al privato sia il pubblico, cioè tutto ciò che è nelle mani gaglioffe dello Stato. La terza soluzione è proprio il comune. ‘Nonostante tutto, tante parte del mondo è ancora comune, accessibile a tutti…Il linguaggio, gli affetti e le espressioni umane sono per la maggior parte comuni’. Meno male! Dico a voce alta, immaginando paurosamente cosa succederebbe ‘se il linguaggio fosse privatizzato o reso integralmente pubblico!’

Don Antonio, con i suoi saggi, mi convince sempre a fare qualcosa, fin dalla prefazione. Serve ‘un progetto per la riconquista e l’espansione della potenza del comune, mai dimenticando che ‘il socialismo e il capitalismo…sono entrambi dei regimi della proprietà che escludono il comune’. In attesa di maturare una cellula politica, siccome questo è periodo di doni, regalerò un paio di copie, non di più, perché il libro edito da Rizzoli costa 21 euro (quindi mi costeranno quasi 80 mila lire).

Cari lettori, vi invito a comprare una copia in gruppo e a metterla in comune, appunto. Perché lì dentro c’è tantissimo da imparare. Purtroppo, riassumere le intuizioni di Toni Negri è come elencare tutti i terni che si fanno con 90 numeri, per spiegare la fortuna.

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Paolo Villaggio, lo scettico simpatico

Postato da il 21 set 2011 in Critica nel giudizio, Rubriche | o commenti

di Francesco Monteleone

Il 31 agosto 2011 l’ho incontrato a Benevento, in un albergo. Era lì, in attesa di benedire un giovanissimo ‘comico’ di 11 anni, nella trasmissione RAI “Talent Fest” di Dino Vitola.

Paolo Villaggio era appartato, silenzioso, assorto. Sua moglie stava seduta a 3 metri di distanza, altrettanto impercettibile; scontrandosi contro la sua fragilità anche il vento si farebbe male. Sono sposati da 53 anni. Lei assomiglia al soldato che annunciò, a Maratona, la vittoria degli ateniesi contro Milziade. Nella vita si è fatta una lunga corsa di resistenza per celebrare i successi del marito, rimanendo anonima.

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