Parlanti troppo riflessivi
di maestra Bacchetta
Credevo che i miei padiglioni auricolari fossero pronti ad ogni genere di assurdità. Devo ammettere che mi sbagliavo. In una fresca giornata di ottobre, ero seduta in stazione ed attendevo l’arrivo del treno; la mia impazienza mi portava a seguire con lo sguardo lo scorrere delle lancette. Come faccio sempre quando sono annoiata, mi interessai di punto in bianco alla conversazione di due signore poco distanti da me. Nell’istante in cui decisi di ascoltarle, la loro discussione si incentrava sulla ricetta dei panzerotti fritti (per nulla gradevole alle sette del mattino!). Disgustata, stavo quasi per rivolgere la mia attenzione altrove quando una delle due signore, con un tono acuto e un chiaro accento barese, chiede: “E tua figlia come sta?”.
Continua a leggere l'articoloLa morte della focaccia
di maestra Bacchetta
Passeggiando per le strade di Bari ho scoperto un’amara verità. I baresi amano la focaccia in tutte le sue forme, alta e soffice o bassa e croccante, ma non conoscono il modo per assaporarla a pieno e intensamente. Così, tornata a casa, ho redatto le leggi auree della focaccia barese (una vera maestra corregge anche i malcostumi). Il godimento è assicurato, se mi darete ascolto.
1) Mangiarla appena sfornata. Se fredda o peggio ancora riscaldata, diventa insipida e molliccia. Rifiutatela e consigliate al panettiere, in dialetto barese, di rifilarla a sua sorella.
2) Comprarne solo 1 euro. È la quantità giusta per gustarla senza dover sbottonare le brache di nascosto.
3) Accompagnarla con birra ghiacciata, da bere alla canna. Controindicazioni: la vostra pancia potrebbe gonfiarsi come un materasso ad acqua e diventare un poggiapiedi per le mogli. Bevete con misura!
4) Non vestirsi di bianco. Le macchie di olio e pomodoro sono un grattacapo anche per i nuovi detersivi “intelligenti”.
5) Farcirla con mortadella appena affettata: cadrete come san Paolo sulla via di Damasco.
Continua a leggere l'articoloSms stralunati
di maestra Bacchetta
Sono a lutto. Ho il vestito nero e il fazzolettino bianco a portata di mano per asciugare le lacrime. No miei amati lettori, non ho perso un parente o il gatto. Soffro per la lingua italiana, che muore ogni giorno un po’. In ogni concorso, ad ogni esame, i risultati della prova di italiano sono disastrosi. I nostri giovani sono dei caproni e soprattutto amano adagiarsi nell’ignoranza. Parlano per frasi fatte e non scrivono altro che sms stereotipati e striminziti; ma (amara verità!) anche in questi commettono un numero smisurato di errori. Il verbo avere perde spesso l’acca, la e congiunzione si ritrova con un accento in testa e le virgole sono un miraggio. Vi è mai capitato di ricevere un messaggio talmente incomprensibile da restare a bocca aperta? Una volta ho letto questo messaggio sul telefonino di un ragazzo: “Ciauuu!!!!cmstai????miaichiamatatu?????:D:D:D”. Parole a metà, nessuno spazio, punti esclamativi a volontà, e quel miai che avevo confuso con il miagolio di un gatto. A questo punto io voglio fare una proposta al ministro Gelmini: esistono tante facoltà inutili nel nostro sistema universitario, perché non ne inventiamo una nuova dal nome “Scienze dell’interpretazione degli sms”? A volte ci vuole una laurea per comprendere questa gioventù.
Continua a leggere l'articoloPomodori in gran quantità
di maestra Bacchetta
Sabato sera sono stata in una pizzeria di Bari di cui non faccio il nome. Il cameriere, un ragazzo di bella presenza, è venuto a chiedermi che cosa io desiderassi mangiare. Ho ordinato un antipasto al carrello e una pizza bianca con molti pomidori. Quell’insolente mi ha riso in faccia perché credeva che io avessi sbagliato. E ha pure osato correggermi: “Signora, si dice pomodori”, ha detto con aria da maestrino. Sono diventata pazza per la rabbia. Prima gli ho urlato che era un ignorante perché non sapeva che pomodoro avesse ben tre plurali: pomodori, pomidoro, pomidori. Poi, non potendo tollerare un affronto simile, gli ho versato in faccia la birra che stavo sorseggiando e sono andata via.
Continua a leggere l'articoloAttenti all’euro!
di maestra Bacchetta
Ho visto una nonna allontanarsi tutta infuriata da un fruttivendolo. Lamentava di aver pagato troppo: “Le mele a 2 euri al chilo. Ma siamo impazziti? Ai miei tempi costavano appena 500 lire!”. Sentendola, anch’io sono andata su tutte le furie e, se non fosse stata anziana, l’avrei punita pesantemente per quell’imperdonabile errore grammaticale.
Euro al plurale resta invariato. In questo caso però la grammatica non c’entra ma è il potere che detta legge. L’Unione Europea, il 26 ottobre 1998, ha raccomandato per l’italiano di usare una forma invariabile, e quindi euro sia al singolare che al plurale. Siccome siamo già ribelli e poco rispettosi delle direttive europee in altri ambiti (finanziari, ecologici ecc.), almeno in questo vogliamo uniformarci? Sforziamoci di obbedire, se vogliamo evitare una tirata d’orecchie da Bruxelles.
Continua a leggere l'articoloMaestra Bacchetta
Non ricordo più il mio nome di battesimo, ormai sono per tutti la maestra Bacchetta.
Vivo sola in collina, tra centinaia di libri e chili di polvere, con l’ossessione della grammatica.
Qualche anno fa messer Dante è venuto a trovarmi in sogno chiedendomi, quasi con le lacrime agli occhi, di operare per la salvezza della lingua italiana.
Da allora non mi separo mai da una bacchetta in legno d’acero, con la quale colpisco in testa l’asino di turno.
Per questo non ho più parenti né amici: li ho picchiati tutti.
Continua a leggere l'articoloTerroni
Vorrei esaminare il teschio di un sudista, come fece Cesare Lombroso con i briganti. Suppongo che l’idiozia di noi meridionali sia congenita, ereditaria, intrappolata nei geni. Volete conoscere le ragioni di un discorso così irriverente e sovversivo? Sono incazzata nera con ognuno di voi. Mi fate venire l’orticaria quando vi ascolto parlare. Possibile che non abbiate un solo neurone funzionante in quelle teste di mattone ? Gli italiani del Nord ci chiamano “terun”, bamboccioni e applaudono alle conferenze di quei fastidiosi signori con le cravatte verdi. E noi in tutta risposta che cosa facciamo? Ci difendiamo? Troviamo nel passato e nella nostra cultura motivi di autoesaltazione? Ma che! Assumiamo l’atteggiamento che il Premier aveva con il suo caro amico libanese: reverenziale e ossequiente. I nordisti fanno moda e noi ci asserviamo scioccamente alle loro disposizioni. Dal settentrione importiamo tutto: tendenze, abbigliamento, movenze e, stupidità delle stupidità, persino alcune delle loro errate espressioni linguistiche. Vi sentite “fighettini” quando cantate a squarciagola la canzone di Vasco “Dimmelo te”? Io toglierei la laurea a lui e boccerei ognuno di voi. Tu ha funzione di soggetto; te sostituisce il tu nei vari complementi. E quindi diremo “dimmelo tu”, ma “l’ho dato a te”.
In qualità di maestra di grammatica posso sorvolare su tutto, ma questo servilismo linguistico proprio non lo tollero. El Perdon l’è a Meregnan, dicono i meneghini. E voi questa volta siete imperdonabili.
Continua a leggere l'articoloAttimino
Qualche giorno fa ho avuto una crisi d’identità; per un attimo ho creduto di vivere nel mondo dei puffi e di subire le molestie di Gargamella. Passeggiavo tranquillamente per le strade del mio paese quando ho sentito un giovanotto dire alla sua fidanzata: “Amore, perché non mi dai mai un bacetto?”. E lei risponde: “E tu che regalino mi dai in cambio?”. È terribile, per le nuove generazioni tutto è mini. Oggi i giovani si amano dal più profondo dei loro cuoricini, si donano cioccolatini, si chiamano reciprocamente “tesorino”. Questa esagerata sovrabbondanza di diminutivi è fastidiosa oltre che pericolosa. Il rischio è di inventare di sana pianta forme prive di significato come “secondino” e “attimino”. Ci può essere qualcosa che duri meno di un secondo d’orologio? E l’attimo, non è già fuggente di per sé? Non siamo mica i nani di Biancaneve, per i quali tutto deve essere piccolo. Utilizziamo i diminutivi con parsimonia.
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