scritto da filosofi, seminando incertezze

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Il Führer dona una città agli Ebrei al nuovo teatro Verdi di Brindisi

Postato da il 7 mag 2012 in Teatro | o commenti

di  Federica Caniglia

Domenica 13 maggio si conclude la seconda edizione della  rassegna teatrale “Attimi di Scena”, organizzata dalla Fondazione Nuovo Teatro Verdi di Brindisi, con lo spettacolo della compagnia Mòtumus: “Il Füher dona una città agli ebrei”, scritto da Mariano Dammacco, diretto e interpretato da Maurizio Ciccolella con Andrea Simonetti, Francesca Zurlo e Alessia De Blasi. Il titolo dell’opera  è anche lo stesso del film di propaganda che i nazisti fecero girare, nel campo di concentramento di Terezìn, dal regista e attore ebreo  Kurt Gerron che vi era recluso. Lo spettacolo teatrale si ispira al prezioso testo dello storico di musica concentrazionaria Joža Karas, La musica a Terezìn 1941-1945, pubblicato in Italia nel 2011 dalla casa editrice Il nuovo melangolo, a cura di Francesca Romana Recchia Luciani. Il testo racconta la storia atroce e disumana di alcuni prigionieri della piccola città-ghetto cecoslovacca di Terezìn, a poche decine di chilometri da Praga, capaci di comporre musica e di interpretare spettacoli, nonostante le condizioni estreme di sofferenza e di crudeltà a cui vennero costretti dall’aberrante sistema genocidario ideato da Hitler. Una storia insolita e singolare che si sviluppa nelle pieghe della tragedia ebraica della Shoah, che occorre ricordare in onore delle 140.000 persone che furono internate in quel lager, delle quali sopravvissero solo in poco più di 17.000.  La filosofa Francesca Romana Recchia Luciani, docente di Storia della Filosofia Contemporanea all’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e ideatrice del progetto “Terezìn”, risponde ad alcune domande offrendo importanti riflessioni sullo spettacolo e su questa triste pagina poco conosciuta della Shoah.

Lo spettacolo “Il Fhürer dona una città agli ebrei” è anche il titolo del film propagandistico di Kurt Gerron, regista e attore ebreo internato nel ghetto di Terezìn. La pellicola testimonia la proficua produzione artistica nel ghetto, cosa ha significato l’arte per i prigionieri ebrei di Terezìn, considerando anche il prezioso contributo del testo di J. Karas?

Nel libro di Karas viene raccontata soprattutto la storia dei musicisti internati, anche se l’attività culturale di Terezìn era molteplice ed interessava diversi campi. Infatti, nel museo di Terezìn è possibile trovare numerose testimonianze dell’attività artistica in generale, grafica, scenografica e letteraria. L’arte per gli internati era una modalità per salvaguardare la propria umanità, travolta e annientata dal sistema di distruzione nazista. Tuttavia, se gli artisti e gli intellettuali internati potevano ritenersi dei “privilegiati”, il loro impegno culturale non impedì che venissero sterminati, per esempio tutti coloro che parteciparono al film di Kurt Gerron, compreso lo stesso regista, furono gasati ad Auschwitz al termine delle riprese.

Quali sono le riflessioni  suggerite nello spettacolo che indagano sulla condizione esistenziale dell’essere umano?

Siamo partiti dalla questione che Primo Levi affronta con l’espressione “zona grigia” nell’illuminante testo I sommersi e i salvati, interrogandoci sui compromessi ai quali dovettero adattarsi funzionari, musicisti ed artisti, per continuare ad esercitare le proprie attività culturali nel campo, piegandosi alle volontà dei nazisti. Kurt Gerron ne è un esempio lampante, quando i nazisti gli propongono di girare il film di propaganda, Il fhürer dona una città agli ebrei, accetta con entusiasmo e un forte trasporto emotivo la proposta, anche se ciò significava costringere gli altri internati a recitare una farsa per i nazisti. La domanda etica è: perché ha accettato questo compito? Sicuramente per salvare la propria vita, ma forse anche perché alcuni degli artisti internati godevano di piccoli privilegi rispetto agli altri reclusi. Questa condizione di privilegio, in una situazione così estrema come quella di un campo di concentramento, impone la domanda di Primo Levi relativa alla “zona grigia”, cioè cosa comporta per chi viene a trovarsi in situazioni di sottomissione ad un potere estremo il vedersi costretto a compiere delle scelte altrettanto estreme e in cosa consista la responsabilità personale dinanzi a questa scelta. Questi sono interrogativi che riguardano tutti noi, perché chiunque può trovarsi a compiere delle scelte di questo genere e quindi l’obiettivo dello spettacolo è quello di sollevare nello spettatore dei dubbi su quello che sarebbe stato il proprio comportamento, e su quello che potrebbe essere, in simili situazioni. Primo Levi parla di impotentia judicandi, cioè della necessità di sospendere ogni forma di  giudizio su cosa muova gli esseri umani  a compiere scelte anche gravissime quando si è costretti a vivere un’esperienza disumana come quella dei lager.

Come nasce questo ambizioso e importante progetto di raccontare attraverso uno spettacolo teatrale la storia degli internati di Terezìn?

La storia raccontata nel libro di Karas è una storia che ha dell’incredibile, ma che non lo è perché è avvenuta. Tuttavia, è una vicenda poco conosciuta all’interno della storia della Shoah, per cui ha una sua valenza educativa molto forte, quindi innanzitutto il progetto nasce dalle suggestioni che la storia muove e da una “intelligenza collettiva”, mi piace chiamarla così, perché si tratta di un’operazione che ha coinvolto tante persone diverse con le loro differenti competenze. Tutto nasce dall’incontro con Maurizio Ciccolella, il quale invitandomi a lavorare presso la sua scuola di arte drammatica Talìa per occuparmi del corso di Ermeneutica dello spettacolo, ha scoperto la storia di Terezìn: di lì abbiamo immaginato uno spettacolo teatrale per la sua compagnia Motumus. Così, abbiamo contattato Mariano Dammacco, che ha imbastito, a partire dalla lettura del mio saggio sulla “zona grigia” e sulla relazione tra la “bellezza” e il “male totalitario”, che introduce il testo di Karas, una bellissima e poetica drammaturgia. Successivamente abbiamo coinvolto Clarissa Veronico, esperta di teatro contemporaneo, che ha supervisionato l’intero progetto, sia dal punto di vista produttivo che della progettazione artistica, e infine Raffaele Pellegrino, in qualità di consulente musicale. L’incontro di competenze diverse ha creato uno straordinario cortocircuito creativo che speriamo si riversi pienamente nello spettacolo. La nostra idea è che questa rappresentazione, oltre al suo valore come esperienza di memoria della Shoah, abbia anche una forte valenza educativa, e dunque ci auguriamo che possa essere visto da tanti giovani.

L’appuntamento è per domenica 13 maggio con un doppio spettacolo alle ore 18.00 e alle ore 20.00 presso il Nuovo Teatro Verdi di Brindisi. Gli spettacoli sono a numero chiuso (massimo cento spettatori a replica) pertanto è necessario prenotare al botteghino chiamando il numero 0831.562554

 


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“VaRAIty” di Giuliano Ciliberti e Mirko Guglielmi

Postato da il 3 feb 2012 in Teatro | o commenti

di Francesco Monteleone

A fare le donne sono meglio gli uomini, in teatro. Scusate il paradosso, gentili lettrici, ma dopo aver visto ‘VaRAIty’, lo spettacolo firmato da Giuliano Ciliberti e Mirko Guglielmi ci viene dal cuore di riconoscere ai maschi naturali una straordinaria capacità di mimesi del gentil sesso. Le interpretazioni di Eleonora  Magnifico, en travesti, sono arte e divertimento allo stato puro. E il cantante che incassa simpatia, i ballerini più reattivi di tigri ferite rendono lo show in questione un incrocio senza limiti di bellezza e bravura.
Spieghiamo meglio. Da 13 settimane il capocomico Nicola Pignataro ha affidato il teatro Purgatorio, il venerdì, a un giovane attore di compagnia, Giuliano Ciliberti, che conosce la storia della RAI meglio di tanti raccomandati di Viale Teulada. ‘Ogni intuizione è legata un sentimento’ dicono i sofisti. L’amore per la tv nazionale ha fatto nascere in Ciliberti e in Mirko Guglielmi la voglia, a lungo soffocata, di ribaltare sul palcoscenico teatrale i migliori ricordi degli italiani cresciuti a pane, mortadella, Studio 1, Carosello e Canzonissima. Insomma un’ operazione difficilissima, ma commovente. Così sono stati messi in opera 91 minuti di varietà, a un prezzo che sfida la crisi, per un pubblico che, in ogni replica, fermenta le proprie preferenze cantando, fotografando,  applaudendo a scena aperta le esibizioni dei giovani interpreti. ‘Questo è un appuntamento che ci riporta in bianco e nero’, dice il presentatore all’inizio. Infatti il suo novellare riguarda soprattutto le più belle pagine di spettacolo che la RAI ha donato agli abbonati, quando la tv di stato era unica e i suoi autori funzionavano. Non è facile che qualcuno possa manomettere i ricordi altrui e ravvivarli con un’emozione più grande. Eppure è proprio quel che accade agli spettatori di ‘VaRAIty’, seduti e a bocca aperta sotto il sipario, in penitenza, a spiare i campioni del divertimento.

 

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Duemila volte Colino

Postato da il 26 nov 2011 in Teatro | o commenti

di Carmela Moretti

Ero stata invitata alla festa di un attore – così aveva detto la voce al di là del telefono- e questo mi rendeva euforica. A una ragazza di ventitré anni il mondo del teatro appare circondato da un’aurea di solennità e accedervi è un sogno. Lunedì 22 novembre sono arrivata al teatro Purgatorio alle 20, le porte erano già spalancate. Insieme a me sopraggiungevano i primi ospiti, per lo più attori, che abbracciavano e si congratulavano con il capocomico Nicola Pignataro; quella sera festeggiava le sue duemila rappresentazioni. In quel momento ho ripensato alle lezioni universitarie sulla storia del teatro (non so perché ma spesso la mia mente fa dei voli pindarici incomprensibili). Il docente sottolineava spesso come la commedia non fosse nata sotto un cielo favorevole. “Come scrive lo stesso Aristotele, i commediografi ad Atene non hanno subito ottenuto un adeguato riconoscimento, e anche nelle epoche successive la loro sorte non è stata delle migliori”- affermava il professore. Il sopraggiungere delle autorità mi ha fatto ritornare sulla “terra”.

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