scritto da filosofi, seminando incertezze

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Giardini di Luce

Postato da il 12 mar 2012 in Critica nel giudizio | o commenti

di  Giuseppe De Sandi

Nella splendida cornice di Palazzo dei Diamanti, Ferrara dedica per la prima volta in Italia una retrospettiva al pittore valenciano Joaquin Sorolla. L’esposizione, presentata presso l’Ambasciata Spagnola a Roma lo scorso 27 gennaio, attraverso una selezione di circa 60 opere ci propone gli anni della maturitá dell’artista, la sua riflessione sul tema del “giardino”,  da quello “en plein air” di memoria impressionista, a quello spazio riservato e intimo, teatro delle precoci declinazioni simboliste.  Alla prima delle tre sezioni in cui la mostra è divisa,  appartengono opere del 1906-1907 che ripropongono il genere del ritratto, per il quale Sorolla era diventato famoso in Europa.  I ritratti di famiglia di quest’epoca, “Maria nei giardini della Granja”(1907),  sono fusi attraverso pennellate luminosissime con il proprio riflesso su specchi d’acqua e fontane, gioco straordinario di tecnica e capacitá espressive. Nel secondo decennio del’900 la sua fama ha giá travalicato l’oceano e negli anni che vanno dal 1913-1919 è impegnato per una monumentale commissione  per conto della Hispanic Society of America di New York. Si tratta di quattordici murales che rappresentano scene tipiche della penisola iberica. Egli viaggia per la Spagna e per il Portogallo appuntando nei suoi quaderni bozzetti e schizzi ma è l’Andalusia che rapisce il suo genio. In questa seconda parte della mostra è ancora la luce la protagonista. I suoi soggetti diventano i palazzi che compongono l’Alhambra di Granada, la maestosità dell’Alcazar di Siviglia, le montagne innevate della Sierra Nevada, il silenzio dei patii islamici e dei suoi bacini d’acqua che  da specchio della natura a specchio dell’anima riflettono il desiderio di una pittura piú pura ed essenziale. (“Il bacino dell’alcazar di Siviglia” – 1910, “Patio de Comares”  – 1917). In questa seconda fase la figura umana è totalmente bandita o ridotta all’essenziale. Come il grande Monet a Giverny per il suo giardino di ninfee, anche Sorolla, da poco nominato professore di tecnica del colore e composizione presso la Scuola delle Bella Arti di Madrid, dedica passione alla creazione del giardino della sua casa. Ed in questa “meta-natura”  nascono dipinti come “Oleandri del giardino di casa Sorolla”(1918-1920), dove il maestoso silenzio dei paesaggi e delle architetture spagnole di qualche anno prima, assume tratti ancora piú raffinati ed essenziali, un bisogno di intimo lirismo e di introspezione prossimo alle tendenze simboliste e moderniste del secolo.

 

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La musica a Terezín 1941-1945

Postato da il 2 gen 2012 in Critica nel giudizio, Rubriche | o commenti

di Lorenzo Lorusso

Il delicato rapporto intercorso tra arte musicale e politica durante il Novecento – con particolare riferimento ai regimi totalitari che hanno insanguinato l’Europa nella prima metà del Secolo Breve – ha cominciato, non senza fatica, a guadagnare spazio anche nel panorama accademico e culturale italiano. Difatti, seppur con un ritardo di almeno un paio di decenni rispetto ad altre realtà europee ed oltreoceano, si sta finalmente prendendo coscienza dell’importanza che la musica – e l’arte in generale – può rivestire quale fonte privilegiata dalla quale attingere affinché si possa fornire una interpretazione più completa ed articolata delle società del passato. Certo, non si può ancora parlare della nascita e del consolidamento di un’area disciplinare specifica nel nostro paese, ma la tendenza degli ultimi anni fa ben sperare in un prossimo e più fecondo futuro. Una aspettativa che ha trovato riscontro nella pubblicazione di alcune monografie dedicate all’approfondimento del ruolo giocato dalla musica in un regime politico estremo come il Terzo Reich e all’interno di quella che può essere definita la sua manifestazione più terribile e disumana, l’Olocausto.

Accanto ad esse, tuttavia, non si può trascurare la meritoria funzione svolta dalle traduzioni di opere in lingua straniera, in grado di portare alla conoscenza del pubblico italiano volumi di fondamentale importanza nella letteratura dedicata al tema in oggetto. È questo il caso di La musica a Terezín 1941-1945 (Il Melangolo, 2011) di Joža Karas (1926-2008), la cui traduzione è stata curata da Francesca Romana Recchia Luciani e Raffaele Pellegrino. Si tratta di un lavoro pionieristico, scritto durante gli anni Settanta da un uomo che ha speso buona parte della sua esistenza nella raccolta di partiture, documentazione e testimonianze dirette relative alle attività musicali svoltesi presso il Konzentrationslager di Terezín durante il secondo conflitto mondiale. Un progetto nato per caso, ma che come l’autore stesso confida nel prologo del volume, “avrebbe occupato la mia mente, notte e giorno, per i successivi dieci anni”. Dotato di una penna felice ed elegante, Karas accattiva il lettore fin dalle prime pagine, laddove racconta innanzitutto le vicende più che decennali che hanno accompagnato il cammino della sua non semplice ricerca, per poi dedicarsi nei successivi diciannove capitoli e nel breve epilogo alla approfondita ma mai tediosa illustrazione di quanto ebbe luogo presso il «campo modello» di Terezín.

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Inter, passione filosofica

Postato da il 11 dic 2011 in Critica nel giudizio | o commenti

di Raffaele Pellegrino

 Quando trascorriamo un periodo spiacevole, il rimando della nostra mente a qualcosa che è accaduto nel passato di simile intensità dolorosa sembra inevitabile. Anno 1993-1994: l’Inter concludeva il suo campionato appena sopra la zona retrocessione; anno 2011-2012: Inter pericolosamente vicina alla “zona calda”. Alcuni potrebbero obiettare: se il tempo è un circolo infinito, un eterno ritorno, che ha come principio e fine il nulla, a che cosa serve ricordare? Lo stesso Nietzsche ci metteva in guardia su questa concezione del tempo sovversiva rispetto alla linearità cronologica cristiana in cui viviamo: il postulato di una nuova temporalità non è della nostra vita..e poi, per desiderare il ritorno infinito di ogni singolo attimo dovremmo amare ciò che desideriamo ritorni. Insomma, su questa vita l’eterno ritorno né è possibile né lo auspichiamo. Eppure il passato vive in noi, Sartre a questo proposito ci ricorda (pur contestandola) la famosa teoria delle tracce cerebrali: poiché il passato non è più, se il ricordo continua ad esistere, se il ricordo rinasce, ciò avviene nel presente.

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Eros e Thanatos

Postato da il 23 nov 2011 in Critica nel giudizio | o commenti

di Luciano Aprile

Continuano a mettere insieme amore e morte. Che in realtà sono sempre molto distanti fra di loro, almeno nell’esperienza. C’è qualcosa che li cuce insieme però. Ed è il tempo. Il tempo implacabile che ci insegue, lavorando dentro di noi, agganciando insieme, come con l’uncinetto, i ricordi e le emozioni d’amore e quelli legati alla morte. Dentro l’anima, li aggroviglia e prima o poi si confondono. Mentre fuori, tutto passa, scompare pian piano. Persino nostri corpi. Sono passati 25 anni. Le mie nozze d’argento con il lutto. O chissà, forse l’anniversario di una mia nuova nascita. Sfilavamo per le vie del paese. Sentivo la presenza massiccia del corteo dietro di me. Salento. Case basse, bianche, di tufo. Sempre le stesse, da sempre; da quando ho memoria. Un rumore ovattato ma imponente di passi, un brusio sordo alle spalle e nell’aria. Davanti, un carro funebre; e lì dentro, molto in fondo, abissalmente nascosto, mio padre.

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Il fumetto come medium della crisi (un breve parere su Action Comics #1 di Grant Morrison)

Postato da il 18 nov 2011 in Critica nel giudizio | o commenti

di Domenico Bottalico

ACTION COMICS #1

 Autori:

Grant Morrison (testi)

Rags Morales (disegni e copertina)

Rick Bryant (chine)

Brad Anderson (colori e copertina)

Jim Lee, Scott Williams & Alex Sinclair (copertina alternativa)

 Casa editrice: DC Comics

 Provenienza: USA

 Prezzo: $ 3,99

Nell’ambito di una operazione senza precedenti nella storia del fumetto moderno, la DC Comics, una delle due major del fumetto statunitense, ha deciso a partire da settembre 2011 di azzerare il suo universo narrativo concentrandosi così su “solo” 52 testate che sono quindi ripartite dal numero #1. Sui motivi che hanno spinto la casa editrice ad attuare questo reboot, come si definisce in gergo l’azzeramento della storia pregressa di uno o più personaggi, si potrebbe discutere a lungo ma sicuramente il fattore economico, ovvero un drastico calo delle vendite, ha fatto propendere per questa importante decisione.

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Più neorealisti del re? (note a margine del dibattito sul New Realism)

Postato da il 22 ott 2011 in Critica nel giudizio | o commenti

 di Francesca R. Recchia Luciani

 Nel corso dell’estate che è appena trascorsa abbiamo assistito al ritorno di una prospettiva filosofica, anzi – per meglio dire – abbiamo presenziato all’ingresso in pompa magna sulla scena culturale nazionale di una “filosofia di ritorno”: il New Realism (cui l’anglicismo non attribuisce per incanto, come forse auspicano i suoi fan entusiasti, maggiore dignità teoretica). Per quanto nobile e altisonante possa apparire un programma che, nelle intenzioni dell’autore dell’agostano Manifesto del New Realism («La Repubblica», 8 agosto 2011), il filosofo Maurizio Ferraris, dovrebbe restituirci il mondo “vero”, credo che la pur miracolosa triade “Ontologia, Critica, Illuminismo” che dovrebbe garantirci tale prodigioso effetto risulti alquanto usurata dal tempo per poter mantenere una così mirabolante promessa.

La ripresa del realismo filosofico come panacea dei funesti malanni causati dal “pensiero debole” e dal clima decadente della post-modernità (artatamente fatti coincidere per poter fare piazza pulita di entrambi con un vistoso risparmio di mezzi) non affronta però, e neppure sfiora, le contraddizioni che da Nietzsche in poi, ma soprattutto all’interno della filosofia della scienza post-neoempirista, hanno minato alla radice la prospettiva di un realismo puro e semplice.

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Paolo Villaggio, lo scettico simpatico

Postato da il 21 set 2011 in Critica nel giudizio, Rubriche | o commenti

di Francesco Monteleone

Il 31 agosto 2011 l’ho incontrato a Benevento, in un albergo. Era lì, in attesa di benedire un giovanissimo ‘comico’ di 11 anni, nella trasmissione RAI “Talent Fest” di Dino Vitola.

Paolo Villaggio era appartato, silenzioso, assorto. Sua moglie stava seduta a 3 metri di distanza, altrettanto impercettibile; scontrandosi contro la sua fragilità anche il vento si farebbe male. Sono sposati da 53 anni. Lei assomiglia al soldato che annunciò, a Maratona, la vittoria degli ateniesi contro Milziade. Nella vita si è fatta una lunga corsa di resistenza per celebrare i successi del marito, rimanendo anonima.

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