Una lettura filosofica del film “I bambini ci guardano” di Vittorio De Sica
di Federica Caniglia
I bambini ci guardano è un film prodotto nel 1943 ed è ritenuto, come Ossessione di Luchino Visconti e Quattro passi tra le nuvole di Alessandro Blasetti, una pellicola che ha anticipato la grande stagione neorealista. Il film è basato sul romanzo Pricò di Cesare Giulio Viola. «L’ingegno di De Sica fu servirsi del romanzo traghettandolo, come ha scritto Tullio Kezich nel volume dell’Associazione Amici Vittorio De Sica dedicato alla edizione restaurata di I bambini ci guardano, verso un’altra e diversa temperie»[1]. Fondamentale è la collaborazione di Cesare Zavattini nella creazione di questo nuovo percorso narrativo, ma anche la scelta del titolo è di grande importanza. Il film racconta la storia di un bambino di sette anni di nome Pricò (Luciano De Ambrosis) che vive con la mamma Nina (Isa Pola) e col padre Andrea (Emilio Cigoli) in una casa gestita da una anziana domestica, Agnese (Giovanna Cigoli). Tuttavia, l’apparente quadro famigliare sereno e felice non sembra durare a lungo. Nina è perdutamente innamorata del suo amante Roberto (Adriano Rimoli). Il suo amore segreto, la turba profondamente tanto da volerlo lasciare, ma ogni tentativo risulta vano, la tenacia e la forte passione di Roberto la conquistano ogni volta, neppure gli occhi vigili e innocenti di Pricò servono a fermare la fuga d’amore. La dissoluzione della famiglia oramai è alle porte. L’adulterio di Nina conduce al triste epilogo, la morte suicida di Andrea e il pianto straziante e disperato di Pricò alla notizia della scomparsa del padre.
Continua a leggere l'articoloPensieri sugli “Oscar” 2012
di Francesca Vitale
E anche quest’anno la magica serata degli Oscar è finita. Di tutta quell’attesa e quel luccichio di premi, abiti e flash di agguerriti fotografi non è rimasto più niente, salvo centinaia di articoli tutti uguali su riviste e blog e le solite gossippate sui chi aveva il vestito più bello o l’accompagnatore più affascinante. Tuttavia ciò che c’è di più bello nella notte degli Oscar è l’ambivalenza, se così si può dire, della cerimonia: da un lato si raccolgono i frutti “cinematografici” dell’anno passato e dall’altro si cominciano già a gettare i primi semi di quello a venire. É il principio di nuove battaglie, di nuove sfide. O almeno questa è l’intenzione. I produttori Hollywoodiani si scervelleranno a cercare nuovi sceneggiatori di talento, compositori con tanta voglia di rompere gli schemi, scenografi visionari e registi …. beh non mi viene altro da dire perché in effetti stavo solo scherzando! Non è affatto questo quello che accade. Pochissimi sperimentano, pochissimi danno la possibilità ai nuovi talenti di emergere, pochissimi, in altre parole, rischiano. In tempi di crisi, anche un settore che in effetti in crisi , dati alla mano, non lo è,teme la crisi. Scusatemi il gioco di parole ma è davvero così. Il pubblico rinuncia alle vacanze ma non al sabato al cinema? Bene, e allora diamogli quello che vuole, pensano questi furboni. E cosa vuole il pubblico? Sempre la solita minestra riscaldata. Film sui vampiri e sui supereroi, film su pazzi psicotici (ma sono davvero riusciti a trovare i soldi per fare un altro Saw-L’Enigmista??? Oddio ma non ce ne sono già sei?), film sui vari addio al celibato/nubilato all’americana e ovviamente i soliti film d’azione sempre più esagerati e violenti (ma perché poi tutti i criminali sono afroamericani???). Insomma un vero incubo con qualche spiraglio di luce qua e là, come per esempio il fatto che quest’anno ci hanno risparmiato la solita sfilza di film sugli alieni. Il bello è che effettivamente, tranne qualche caso di film di buona qualità che ha anche un buon successo di pubblico, sono questi i film che portano la gente al cinema, di cui la gente parla, di cui alla gente importa. Sono questi i film che stanno salvando il settore dalla crisi, per quanto questa notizia abbia un gusto amaro per chi nel cinema non vede solo mero intrattenimento, ma vede arte.
Continua a leggere l'articolo“In Time” di Andrew Niccol
di Luciano Aprile
Questo è un film che si adatta meravigliosamente ad un contatto fra cinema e filosofia. Come lo sono stati Blade Runner o Matrix. Lasciamo da parte per un momento questioni legate a teorie come quella del “concettimmagine” e a tutta la problematica del contrasto fra un linguaggio, quello filosofico, fatto di concetti (freddi) e astrazioni, contrapposto a quello cinematografico (caldo) fatto di narrazioni, storie, volti, emozioni. E lasciamo da parte anche per il momento la questione della qualità del film che ovviamente può essere esposta a valutazioni soggettive, relative ai gusti o alla disposizione dello spettatore.
Già con Gattaca, questo regista neozelandese, aveva felicemente usato l’invenzione fantascientifica per una riflessione molto amara e commovente sull’ipotesi di un futuro umano organizzato in funzione di una spietata eugenetica, con tanto di riproposizione, azzeccata, dell’immortale tema del “doppio”, declinato,in quel caso, non in chiave di incubo o di conflitto profondo fra due parti contrapposte, ma di solidarietà e complicità fra due umani dal diverso pedigree genetico.
Nel film appena uscito il tema filosofico affrontato è il Tempo: un argomento che però è ben lontano dall’essere una mera astrazione concettuale. Il tempo è vita, per tutti gli esseri, non certo solo per i filosofi. “Il tempo è denaro”. Il tempo è piacere o dolore. Il tempo è lavoro, fatica oppure gioia. Anche se, innanzitutto e per lo più, le necessità del quotidiano sconsigliano di fermarsi a riflettere sulla pervasività del tempo, sulla sua tirannia. Sulla sua ineluttabilità.
Continua a leggere l'articolo“Hugo Cabret” di Martin Scorsese
di Francesca Vitale
Partiamo dal presupposto che Hugo Cabret è soprattutto un film per cinefili. Ahimè devo dire che le campagne pubblicitarie delle grosse produzioni solitamente finiscono per tralasciare aspetti a volte molto importanti del film che stanno promuovendo, a favore di quelli più commerciali e di facile presa. C’è da chiedersi però se effettivamente chi promuove questi film e ne studia le campagne di marketing veda il film stesso oppure si affidi a qualche breve trailer trovato online, così giusto per farsi un’idea. Vero è che in alcuni casi anche chi si affida alle testate giornalistiche di settore, credendo di essersi affidato a fonti autorevoli, viene un po’ fuorviato da recensioni talmente banali e superficiali che offendono l’intelligenza di chi poi il film lo va a vedere. Perciò il mio umile consiglio è quello di leggere anche e soprattutto le recensioni degli appassionati in rete, che oltre ad essere più coerenti e dettagliate , non sono soggette ad alcuna logica di mercato e dunque sono SINCERE. Unico inconveniente: non troverete mai le recensioni prima di qualche giorno dopo l’uscita del film nelle sale, perché l’appassionato scrive dopo che il film se l’è andato a vedere a proprie spese e nel proprio tempo libero, e non può dunque partecipare alle anteprime riservate alla stampa.
“Grazia e furore” (2011) di Heidi Rizzo
di Francesco Monteleone
Fabio e Gianluca Siciliani sono due Muay Thay figther di Lecce. Accostati l’uno all’altro si fa fatica a distinguerli, anche perché sono fratelli. Dalla fanciullezza in poi hanno vagato in un’unica direzione morale: aspirano a rimanere buoni, in nome del loro padre defunto. Vogliono conservare l’armonia in famiglia, assistendo la madre e crescendo i figli. Riescono ad annientare le paure del futuro rimanendo vicini. Non appaiono tracotanti, né occupano le prime posizioni in società. Sono due giovani non alienati, che esprimono simbolicamente le loro capacità dinamiche con gomitate, calci e sfinimenti. Perché sono due picchiatori olimpici, due combattenti della boxe thailandese che forse è meglio non fare arrabbiare mai.
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Bif&st 2012 (Bari International Film Festival)
di Francesco Monteleone
Si chiamerà “Festival Carmelo Bene”, si svolgerà da sabato 24 a sabato 31 marzo, costerà 1 milione di euro + IVA, offrirà 8 anteprime cinematografiche al teatro Petruzzelli di Bari, avrà come presidente onorario Ettore Scola. Serena Dandini condurrà, insieme alla Lino Patruno Jazz Band, la serata finale per la consegna dei premi attribuiti dalle giurie ai film di lungometraggio. E dentro queste evidenze ci sono decine di proiezioni che sicuramente faranno superare gli 80 mila biglietti comprati mediamente in ognuna delle edizioni passate.
“A.C.A.B.” (All cops are bastars) di Stefano Sollima
di Francesco Monteleone
“Celerino figlio di puttana, celerino figlio di puttana…” La prima inquadratura notturna di “A.C.A.B.” è una scelta drammaturgica perfetta, un inizio emozionante per 5 storie di vita difettate. Piefrancesco Favino detto ‘cobra’ è un agente di quelli che vengono pagati per dare mazzate o prenderle, senza sapere i perché. Canta a squarciagola, in motocicletta, il jingle che si sente rivolgere ogni giorno per strada da tutti i reietti dell’umanità: disoccupati, migranti senza permesso di soggiorno, neonazisti, ultras del calcio, xenofobi, sfrattati…E mentre corre nella periferia desolata di Roma cosa gli succede? Vi consigliamo di pagare il biglietto del cinema senza temere di addormentarvi come a ‘Benvenuti al nord’.
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“E ora dove andiamo?” di Nadine Labaki
di Luciano Aprile
Dai!, si va a vedere questo film libanese (anzi franco-libanese).
La regista è quella bellissima donna che ha già girato e interpretato (oltre che sceneggiato) “Caramel”, qualche anno fa. Ma mentre quell’opera era ambientata a Beirut, con epicentro un salone di bellezza intorno al quale orbitavano alcune storie di donne, questo è girato in un villaggio di montagna e ha per tema il conflitto religioso fra cristiani e musulmani.
Dunque il tema è profondo. La regista aveva già, in “Caramel”, evidenziato un tocco sapiente nel mostrare agli occidentali che la vita delle donne a Beirut, metropoli inquieta e dal passato tragico, mescolanza colorata di Europa e medioriente, crogiolo di tradizioni e incrocio di religioni, non è diversa in fondo da quella rappresentata da sit-com come “Sex & city” o “Desperate housewifes”. Per cui se lo scenario ora è quello di un villaggio sui monti del Libano, racchiusa metafora di conflitti ancestrali (l’odio religioso, le recenti guerre civili, i Cristiano-Maroniti, Hezbollah ecc…) il film non potrà che essere serio e impegnato, magari nello stile “leggero” della bella regista.
In più (anche se potrebbe non voler dire niente, vedi i botteghini italiani!) il film risulta essere in testa alla classifica degli incassi in Libano.
“The Help” di Tate Taylor
di Francesca Vitale
Era da molto tempo che desideravo vedere questo film. In me la curiosità aumentava giorno dopo giorno, in quel perfetto stato di aspettativa ansiosa che è il preludio di un evento che ha per noi un significato particolare. Insomma, come un bambino che aspetta la vigilia di Natale e nel frattempo si perde in fantasiose congetture su quali tra i regali richiesti gli porterà Babbo Natale, mi sono messa a leggere qualsiasi informazione trovassi sul film: sul regista, sul cast , sulla trama, sul romanzo omonimo da cui è tratto, sui prestigiosi premi a cui è candidato, su qualsiasi altra cosa che aumentasse in me, se ancora fosse possibile, la curiosità e il senso di attesa. Dopotutto diceva il poeta e filosofo tedesco G.E. Lessing (ora scimmiottato da una suadente voce maschile nello spot della Campari) in un suo celebre aforisma: “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere”, e infatti questa fase è quella più piacevole in assoluto perché non soggetta ad alcun tipo di delusione, dal momento che la curiosità, al contrario di molte altre cose, è inversamente proporzionale alle critiche.
Continua a leggere l'articolo“Shame” di Steve Rodney McQueen
di Luciano Aprile
Provo un sentimento di pena per coloro che si sono precipitati al cinema pregustando una full immersion nel porno, nel sesso spinto, immaginando di poter assistere a rutilanti performance erotiche sul grande schermo. Magari un sesso patinato, ammiccante, condito da ottime musiche, lontano dunque dalla volgarità e dalla violenza squallida della pornografia normale, quella allestita in serie per il mercato dell’home video. Ma già il titolo avrebbe dovuto avvertire i più smaliziati che avrebbero potuto trovarsi al cospetto di un sermone moralistico. Vergogniamoci!
Le notizie circolate intorno a quest’opera ci avevano avvisato che il tema è quello della ossessione sessuale, della dipendenza dalla pornografia, della patologia eiaculatoria.