Árpád Weisz: dal campo di calcio al campo di concentramento

di Carmela Moretti

Dai campi di calcio più importanti d’Europa al campo di concentramento di Auschwitz. Dalle prime pagine dei giornali, cominciando dalla Gazzetta dello Sport, a un oblio pesante come un macigno, durato all’incirca sessant’anni.

La storia di Árpád Weisz è un’altra  amara, grigia e fredda pietra d’inciampo, come tutte quelle legate al capitolo più ripugnante della storia mondiale. Fu deportato insieme a sua moglie e ai suoi due figli – nonostante la fama, nonostante il successo sportivo – perché ungherese di origine ebraica. Una follia umana, quella dell’Olocausto, che abbiamo celebrato solo qualche giorno fa, ma il cui ricordo dovrebbe accompagnarci tutti i santi giorni delle nostre vite “smemorate”.

Weisz arrivò in Italia nella stagione calcistica 1924-25, ingaggiato dal Padova. Bellissimo, labbra carnose, fisico asciutto e scattante, ancora oggi detiene un primato insuperato: è l’allenatore più giovane ad aver vinto uno scudetto, tre per l’esattezza. Alla fine di quell’anno, il ’25, passò all’Inter, che per volontà del regime mutò il nome in Ambrosiana, così come Weisz si vide costretto a “italianizzare” il cognome in Veisz.

Innovò il calcio da molti punti di vista, d’altronde erano anni in cui la “scuola ungherese” aveva tanto da insegnare al mondo intero. Weisz seguiva i giocatori in pantaloncini e maglietta (cosa inusuale per l’epoca), si allenava con loro in campo, svolgeva un lavoro accurato, adottò per la prima volta quelli che oggi chiamiamo schemi. Ma soprattutto, aveva un fiuto straordinario nel riconoscere i talenti, quei calciatori imberbi che promettevano di diventare stelle del pallone.

E di fatti, scovò colui che sarebbe diventato “la rivelazione del calcio italiano”, all’epoca appena sedicenne: Pepin Meazza, il balilla, che ancora oggi per molti è il più grande calciatore italiano di sempre. Con Weisz, l’Inter portò a casa la vittoria del campionato di serie A nel 1929-1930.

Nel frattempo, Árpád aveva sposato Elena, anch’essa ebrea, una donna bella, elegante, riservata. Da quel matrimonio nacquero due figli, Roberto e Clara, entrambi venuti alla luce a Milano, quindi italiani. Alla smisurata passione per il suo lavoro, Árpád univa l’amore per Freud, per Klimt, per il teatro: era un uomo raffinato e coltissimo.

Dall’Inter passò al Bari, al Novara e in seguito approdò al Bologna. E proprio in quest’ultima città scrisse una delle pagine più belle del calcio europeo: il Bologna, una squadra in retrocessione prima che Weisz fosse al suo timone, divenne campione d’Italia  nel 1935-1936, replicò il primato in serie A nel 1936-1937, e nello stesso anno vinse il Torneo Internazionale dell’Expo Universale di Parigi.

Un miracolo, in sostanza.

Eppure erano anni in cui, nonostante i successi sportivi di cui si parlava ovunque, di Árpád colpivano gli occhi, come riportano le poche, incerte, sparute testimonianze che sono state recuperate. Erano occhi profondi e impauriti. Occhi che scrutavano il mondo attorno – il campo, la sfera, gli spalti, le vie della sua città, i volti dei suoi figli – con la sensazione che di lì a poco qualcosa di terribile sarebbe accaduto e che a nulla sarebbe servito essere l’allenatore più brillante e talentuoso che il calcio europeo potesse vantare in quegli anni. Essere tutto questo di certo non lo avrebbe salvato e lui lo sapeva.

Era il 1938. Con il manifesto stilato da dieci scienziati e le leggi per la difesa della razza, il regime di Benito Mussolini sposò la politica antisemita della Germania nazista, con l’avallo dell’inetto Vittorio Emanuele III. “Colui che era ebreo aveva sei mesi di tempo per lasciare il paese”, così venne stabilito.

Nessuna parola venne spesa per Weisz, che nel ’39 riempì le valigie di tutto ciò che poteva portare con sé e assieme alla sua famiglia lasciò l’Italia per trasferirsi a Parigi, poi si rifugiò in Olanda. Gli eventi storici, però, precipitavano, la persecuzione razziale fu esasperata, nel 1940 l’Olanda si arrese a Hitler dopo una debole resistenza.

E da qui, il nulla. Pochissime notizie, tracce confuse e impercettibili ci restano di Weisz. Sappiamo solo, grazie alla ricostruzione che il giornalista Matteo Marani fa nel libro “Dallo scudetto ad Aushwitz”, che nel ‘42 tutta la famiglia fu sorpresa nel loro appartamento dalla Gestapo e venne deportata. Elena, Riccardo e Clara moriranno nel vagone dell’umiliazione e della cancellazione di ogni dignità umana. Árpád probabilmente scese a Cosel, per poi essere trasferito ad Aushwitz, dove il suo fisico asciutto e resistente gli consentì di vivere ancora un paio di anni.

La sua morte è datata 31 gennaio 1944.

“Immaginate se all’improvviso di Trapattoni, Allegri, Gattuso non sapessimo più niente. Dove sono, quale squadra allenano, come vivono”, con questa provocazione inizia lo spettacolo ispirato a questa storia, che l’attore e regista teatrale Davide Giandrini sta portando in giro per l’Italia.

Già… immaginate se all’improvviso…

Sembra fantascienza, qualcosa di talmente assurdo da non essere vero, eppure è accaduto.

È accaduto a Árpád Weisz. Semplicemente perché ebreo.

 

 

 

 

 

 

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