Ipazia
di Carmela Moretti
Interpretare la storia è un’impresa tanto appassionante quanto difficoltosa. Da un lato la storiografia strumentalizza i fatti per fini propagandistici; dal canto suo la letteratura li tradisce per abbellire. Così eventi e personaggi storici diventano oggetto di false definizioni e leggende fantasiose che ne impediscono un’autentica ricostruzione.
La storia di Ipazia e del suo assassinio, avvenuto ad Alessandria d’Egitto nel V secolo d.C, rappresenta un esempio emblematico di deformazione della verità. Di Ipazia è stato detto tutto e il contrario di tutto. Per alcuni la bella e sapiente figlia di Teone è stata una scienziata d’avanguardia perseguitata dai cristiani; per altri una filosofa neoplatonica che suscitava le invidie del vescovo Cirillo. È stata una martire del pensiero, la patrona dei philosophes illuministi, il vessillo del mondo protestante contro quello cattolico, una bandiera della laicità e persino l’emblema del femminismo. Ma in realtà cosa si cela dietro tali e molteplici interpretazioni? Chi fu davvero quella donna e perché fu uccisa così barbaramente?
Secondo Silvia Ronchey, professore di Filologia classica e Civiltà bizantina all’Università di Siena, Ipazia non è stata niente di tutto quello che nelle varie epoche hanno voluto vedere in lei. E anche le ragioni del suo assassinio possono essere ben più profonde di quelle che la tradizione ci tramanda.
Tanto per incominciare, nel suo libro dedicato a questa martire del V secolo, la filologa toglie al lettore ogni illusione di una completa conoscenza dell’accaduto. L’evento in sé e per sé- scrive Silvia Ronchey riferendosi all’uccisione di Ipazia- non riusciremo mai veramente a ricostruirlo. Tuttavia la filologia ci aiuta a tendere il più possibile alla verità storica attraverso un’analisi accurata delle fonti e lo smascheramento di eventuali distorsioni ideologiche. Con la ricerca rigorosa ma con la freschezza di un romanzo, l’autrice riporta e esamina le testimonianze originarie su Ipazia e le strumentalizzazioni di cui la donna è stata oggetto, dall’epoca bizantina fino al Novecento. Circa duecento pagine in cui Silvia Rochey ci conduce nell’affascinante mondo orientale del V secolo, ricco di fermenti culturali ma sconvolto dagli scontri violenti tra la religione cristiana e ciò che restava degli antichi culti pagani. In questa fase di trapasso di poteri civili e religiosi si colloca la figura di Ipazia, donna a cui la storia ha attribuito molteplici caratteri. Nelle ultime pagine del libro i dubbi sembrano diradarsi, distruggendo le nostre poche e false credenze. Restano ancora molti punti oscuri, ma si può dire che Ipazia non sia stata un “Galileo in gonnella” né una filosofa neoplatonica. E il suo assassinio, sebbene voluto da San Cirillo e attuato da monaci selvaggi, potrebbe non essere ascrivibile al fanatismo cristiano, ma ad astruse macchinazioni politiche.
Lettura faticosa, ma consigliata.
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Una storia che comunque vogliamo leggere, politica o religiosa, è una storia di giochi di potere meschino che la novella religione ha perpetrato e continua a perpetrare per banali fini di sgomitare contro tutto e contro tutti in spregio della dichiarata fede nel messaggio di Cristo. Che sia esistito o no era il pensiero mazdeico di “retto , pensiero, retta parola e retta azione”, continuatore del democratico Salmo 82 “Dio è in voi” e leggibile nel passo 10.34 del Vangelo Giovanni dove Cristo dice ai rabbini: “io non voglio essere crduto ne figlio di dio, ne re dei giudei, perchè Dio è in ognuno di noi”