scritto da filosofi, seminando incertezze

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“A.C.A.B.” (All cops are bastars) di Stefano Sollima

Postato da il 29 gen 2012 in Cinema | o commenti

di Francesco Monteleone

“Celerino figlio di puttana, celerino figlio di puttana…” La prima inquadratura notturna di “A.C.A.B.” è una scelta drammaturgica perfetta, un inizio emozionante per 5 storie di vita difettate. Piefrancesco Favino detto ‘cobra’ è un agente di quelli che vengono pagati per dare mazzate o prenderle, senza sapere i perché. Canta a squarciagola, in motocicletta, il jingle che si sente rivolgere ogni giorno per strada da tutti i reietti dell’umanità: disoccupati, migranti senza permesso di soggiorno, neonazisti, ultras del calcio, xenofobi, sfrattati…E mentre corre nella periferia desolata di Roma cosa gli succede? Vi consigliamo di pagare il biglietto del cinema senza temere di addormentarvi come a ‘Benvenuti al nord’.

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“E ora dove andiamo?” di Nadine Labaki

Postato da il 29 gen 2012 in Cinema | o commenti

di Luciano Aprile

Dai!, si va a vedere questo film libanese (anzi franco-libanese).
La regista è quella bellissima donna che ha già girato e interpretato (oltre che sceneggiato)  “Caramel”, qualche anno fa. Ma mentre quell’opera era ambientata a Beirut, con epicentro un salone di bellezza intorno al quale orbitavano alcune storie di donne, questo è girato in un villaggio di montagna e ha per tema il conflitto religioso fra cristiani e musulmani.
Dunque il tema è profondo. La regista aveva già, in “Caramel”, evidenziato un tocco sapiente nel mostrare agli occidentali che la vita delle donne a Beirut, metropoli inquieta e dal passato tragico, mescolanza colorata di Europa e medioriente, crogiolo di tradizioni e incrocio di religioni, non è diversa in fondo da quella rappresentata da sit-com come “Sex & city” o “Desperate housewifes”. Per cui se lo scenario ora è quello di un villaggio sui monti del Libano, racchiusa metafora di conflitti ancestrali (l’odio religioso, le recenti guerre civili, i Cristiano-Maroniti, Hezbollah ecc…) il film non potrà che essere serio e impegnato, magari nello stile “leggero” della bella regista.
In più (anche se potrebbe non voler dire niente, vedi i botteghini italiani!) il film risulta essere in testa alla classifica degli incassi in Libano.

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“The Help” di Tate Taylor

Postato da il 27 gen 2012 in Cinema | o commenti

di Francesca Vitale

Era da molto tempo che desideravo vedere questo film. In me la curiosità aumentava giorno dopo giorno, in quel perfetto stato di aspettativa ansiosa che è il preludio di un evento che ha per noi un significato particolare. Insomma, come un bambino che aspetta la vigilia di Natale e nel frattempo si perde in fantasiose congetture su quali tra i regali richiesti gli porterà Babbo Natale, mi sono messa a leggere qualsiasi informazione trovassi sul film: sul regista, sul cast , sulla trama, sul romanzo omonimo da cui è tratto, sui prestigiosi premi a cui è candidato, su qualsiasi altra cosa che aumentasse in me, se ancora fosse possibile, la curiosità e il senso di attesa. Dopotutto diceva il poeta e filosofo tedesco G.E. Lessing (ora scimmiottato da una suadente voce maschile nello spot della Campari) in un suo celebre aforisma: “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere”, e infatti questa fase è quella più piacevole in assoluto perché non soggetta ad alcun tipo di delusione, dal momento che la curiosità, al contrario di molte altre cose, è inversamente proporzionale alle critiche.

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Collega giornalista, s’informi

Postato da il 24 gen 2012 in Simposio | o commenti

di Francesco Monteleone

‘Richiedente asilo’, ‘rifugiato’, ‘vittima della tratta’, ‘immigrato’, ‘migrante irregolare’…Le migliaia di persone che sbarcano in Italia, salvandosi dalle minacciose traversate del Mediterraneo o che eludono i controlli di frontiera come ombre distese sotto le merci sono comunemente definite ‘i clandestini’. Contro una parola usurata che esprime la nostra insofferente ostilità verso gli intrusi, gli altri, i reietti, il sindacato dei giornalisti italiani ha scelto un glossario più adatto a definire l’identità giuridica e morale di ‘persone senza documenti’. Tanti redattori, cronisti, capistruttura che incrociano il problema dell’ immigrazione volontaria o irregolare a metà gennaio 2012 si sono confrontati a Bari, in casa dell’Ordine dei Giornalisti e dell’Assostampa, nella città che per prima affrontò e accolse i pionieri albanesi della Vlora.
La FNSI e l’UNAR (con 3 anni di ritardo!) hanno deciso un percorso formativo che ora diventerà periodico nelle redazioni di quotidiani, radio e tv italiane. Roberto Natale presidente FNSI, Laura Boldrini portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Massimiliano Monnanni direttore dell’UNAR, Nicola Fratoianni assessore alla cittadinanza sociale della Regione Puglia, il direttore della ‘Gazzetta del Mezzogiorno’ Giuseppe De Tomaso, Stefano Costantini caporedattore di ‘Repubblica’, il vicedirettore del ‘Corriere del mezzogiorno’ Maddalena Tulanti, la direttora di Antenna Sud Annamaria Ferretti, i professionisti e gli studenti della scuola di giornalismo pugliese si imporranno, come azione esemplare, una rigorosa autodisciplina nell’uso di termini più coerenti alla dignità umana.
 “I giornalisti, spesso in buona fede, sono riproduttori di luoghi comuni”, aveva affermato risentita Paola Laforgia, la presidentessa dell’OdG pugliese, inaugurando il lavoro di analisi semantica. “è ora che studino il protocollo deontologico per non maltrattare impunemente quelle persone che finiscono in una terra diversa, deprivate di rispetto e identità.”

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“Shame” di Steve Rodney McQueen

Postato da il 15 gen 2012 in Cinema | o commenti

 di  Luciano Aprile

Provo un sentimento di pena per coloro che si sono precipitati al cinema pregustando una full immersion nel porno, nel sesso spinto, immaginando di poter assistere a rutilanti performance erotiche sul grande schermo. Magari un sesso patinato, ammiccante, condito da ottime musiche, lontano dunque dalla volgarità e dalla violenza squallida della pornografia normale, quella allestita in serie per il mercato dell’home video. Ma già il titolo avrebbe dovuto avvertire i più smaliziati che avrebbero potuto trovarsi al cospetto di un sermone moralistico. Vergogniamoci!
Le notizie circolate intorno a quest’opera ci avevano avvisato che il tema è quello della ossessione sessuale, della dipendenza dalla pornografia, della patologia eiaculatoria.

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“J. Edgar e il preferito illogico” di Clint Eastwood

Postato da il 13 gen 2012 in Cinema | o commenti

di Francesca Vitale

Ognuno di noi ha il preferito di qualcosa. Il piatto preferito, il colore preferito, il fiore preferito, ecc.  Ma ci sono vari livelli di preferenza: a volte il motivo è da ricercare in una semplice vicinanza al nostro gusto, nel senso concreto del termine, come accade per il cibo o il profumo per esempio. Ma vi è capitato mai di avere un preferito che è tale in virtù di non si sa cosa? Che ci piace così, a pelle, senza una ragione apparente. Che molto spesso non rientra affatto nei personalissimi canoni di preferenza che applichiamo a tutto ciò che sottoponiamo ad un’analisi di qualche tipo. Ecco, i film di Clint Eastwood sono questo per me. Fanno parte della categoria dei preferiti illogici.

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Francesco De Gregori, Dante Alighieri e la pizzica salentina

Postato da il 13 gen 2012 in Libri | o commenti

 di Trifone Gargano

Un anno speciale il 2005 per Francesco De Gregori. Ben due eventi musicali danteschi, infatti, si collocano nella produzione discografica del cantautore pescarese per il 2005: la realizzazione del cd Pezzi (nel quale il primo brano, Vai in Africa, Celestino, e il sesto, La testa nel secchio, sono, rispettivamente, ispirati al canto III dell’Inferno e al canto XVII del Paradiso), e la partecipazione come ospite d’onore al concerto di chiusura della «Notte della Taranta», a Melpignano (Le), con la proposta di una canzone dantesca inedita, Nel mezzo del cammin di nostra vita, scritta sui ritmi della pizzica salentina, con i testi attinti da diversi canti dell’Inferno (I, VII, XXVI), e del Purgatorio (III, VI).

 La canzone Vai in Africa, Celestino, con la quale si apre il cd Pezzi, è davvero sorprendente. Innanzitutto, perché capovolge il pregiudizio comune (che nasce proprio dai versi danteschi) secondo il quale papa Celestino V sarebbe stato un ‘vile’, perché rinunciò alla carica di papa per tornare a fare l’eremita, lasciando quindi campo libero ai maneggi del futuro (e corrotto) papa Bonifacio VIII, che tanto danno recò a Dante, a Firenze (e alla Chiesa)!
Se è vero, infatti, che l’anima di quel dannato che Dante dice di riconoscere nella gran folla (senza volto) degli ‘ignavi’ del canto III dell’Inferno è da identificarsi con papa Celestino V («Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, / vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto.», vv. 58-60), allora è chiarissimo che il luogo comune (negativo) sulla figura di Celestino V nasce proprio con Dante, e dura fino ad oggi (l’espressione dantesca «colui che fece per viltà il gran rifiuto» infatti è entrata nel linguaggio comune, quasi come un proverbio, un modo di dire, ad indicare vigliaccheria, mancanza di forza e di volontà). Pochissimi altri scrittori, nel corso della storia, hanno fornito di Celestino V una visione diversa da quella dantesca, positiva. Lo fece Francesco Petrarca, subito dopo Dante, nel De vita solitaria, opera nella quale il poeta di Laura rovesciava il (pre)giudizio dantesco sul papa eremita, tessendone un elogio, giudicando cioè la rinuncia al pontificato come esempio di «grandezza d’animo» e non di «viltà»! Molto probabilmente, Petrarca, anche in questa circostanza (come in tante atre), è mosso più dal gusto di opporsi a Dante, contestandone il pensiero, che da un’autentica e seria valutazione umana e religiosa di papa Celestino V.
E’ con il III canto dell’Inferno che inizia la discesa vera e propria di Dante lungo l’abisso infernale, dopo i primi due canti, sostanzialmente, introduttivi del poema. Varcando la porta eterna, Dante si trova nell’Antiferno (o Vestibolo). L’iscrizione che campeggia sulla porta eterna ricorda, a chi la varca, l’inesorabilità della condanna divina: oltre quella porta, infatti, si trovano le anime dannate per sempre!
Il primo gruppo di peccatori (del canto III e dell’intero Inferno) è costituito dagli ignavi, cioè da coloro che in vita non presero mai posizione. Gli ignavi, infatti, qui, sono puniti in modo piuttosto duro, per legge di contrappasso: mentre in vita rimasero sempre indifferenti, adesso sono continuamente in movimento (inseguono un’insegna, una bandiera senza senso) e vengono punti da vespe e da mosconi, fino a sanguinare, con orribili vermi che raccolgono, ai loro piedi, il sangue versato.
Si tratta di una tipologia di peccato (quella della ignavia), in realtà, non contemplato dalla teologia cristiana: i pusillanimi (o ignavi), infatti, non prendendo in vita mai alcuna posizione, vissero senza meriti, ma anche senza demeriti; dunque, non degni di un premio, ma, a ben guardare, nemmeno degni di una punizione! Dante, invece, li punisce, ed anche piuttosto severamente, per questa loro indolenza, per questa loro mancanza di volontà. Dante, cioè, giudica gravemente il venir  meno ad una prerogativa tipicamente umana: quella della scelta responsabile e consapevole, il prendere posizione per qualcosa o per qualcuno, il non restare indifferente dinanzi alle cose della vita! Ad ogni modo, Dante, li colloca non nell’Inferno vero e proprio, ma in questa zona intermedia (nel vestibolo). Il suo disprezzo per gli ignavi, però, è così forte che non ne nomina nessuno, con la sola eccezione per un’anima (vv. 58-60: «colui / che fece per viltade il gran rifiuto»), la quale, molto probabilmente, è da identificare con il papa Celestino V (ma l’identificazione non è affatto certa), che, addirittura, unico caso nella storia della Chiesa, nel 1294 si dimise dal soglio pontificio, lasciando campo libero ai maneggi del cardinale Benedetto Caetani, eletto papa, in quello stesso anno, con il nome di Bonifacio VIII (ed è questa, molto probabilmente, la vera accusa che Dante rivolgerebbe al papa Celestino V, se l’identificazione tra il dannato e il papa fosse accoglibile). Del resto, lo stesso Virgilio, al v. 51, rafforza questo sentimento di disprezzo nei confronti di questi dannati, invitando Dante a non ragionar di loro, ma a limitarsi a guardare e a passare oltre!

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La prima pagella di Santippe

Postato da il 9 gen 2012 in Editoriale | o commenti

di Francesco Monteleone

Una volta succedeva che alla fine di ogni trimestre scolastico si riceveva la pagella. Erano 4 pagine di cartone: un vanto per i bambini che avevano guadagnato buoni voti, una vergogna  per gli asini classificati dalle insufficienze. Le mamme del vecchio regime (la mia, per esempio) conservano ancora quei documenti e li tirano fuori adesso che iniziano a comparire i capelli bianchi. Nel ritoccare e rivedere quelle temutissime sentenze, fatte da maestri molto elementari ci disperiamo di non poter rivivere gli anni più belli della vita.

Asciugate le lacrime, siccome anche per Santippe è scaduto il primo trimestre di vita attiva le consegniamo la sua pagella, affinché la faccia vedere a genitori, parenti e sostenitori.

Italiano 8  Tutti quelli che scrivono per il sito conoscono la grammatica italiana molto bene. Hanno una raffinata quantità di vocaboli a disposizione. Evitano espressioni e temi del linguaggio comune. Non sono mai banali, dimostrano una vivacissima libertà di pensiero, risultano molto comprensibili e simpatici ai lettori del mondo intero. Inoltre, in redazione c’è un filologo vero che finora non ha mai tirato le orecchie ai suoi colleghi, per qualche rovinoso o ridicolo articolo.

Educazione all’immagine 9 “E ora non iniziamo a farci le seghe a vicenda” diceva il fantastico ‘risolutore’ di Pulp Fiction. Ebbene, senza ricamare tanti complimenti, affermiamo che le pagine di cinema in Santippe hanno un alto potere nutritivo, per merito degli autori. C’è chi ha scritto bellissime tesi, chi organizza rassegne, chi vede centinaia di film e li diluisce sapientemente per le menti dei principianti. Non c’è stata finora una critica sleale, in nessuna delle recensioni che sono state pubblicate. Purtroppo i nostri cinefili scrivono poco rispetto a quanto vedono, ma dobbiamo accontentarci della loro generosità.

Saggistica 8 Si è fatta poca critica testuale  rispetto a quanta ne servirebbe, ma quel poco che troverete nel sito vale 10 euro per ogni parola meditata.  Abbiamo chiesto al super-master di separare la ‘Critica’ in sezioni di cinema, letteratura, musica. Sappiamo che lo stratega sta escogitando una soluzione. Intanto noi ci impegniamo con i fidelizzati: quest’anno proporremo molti più articoli sulla produzione letteraria, sperando che le case editrici ci sostengano con qualche omaggio.

Filosofia 5  Siamo gli scarpari con le scarpe rotte. Tutti noi viviamo di filosofia: c’è chi la insegna all’università, nei licei o perfino a casa come faceva Kant, eppure siamo ancora incapaci di consegnare al più bel sito filosofico d’Italia un centesimo di quel che conosciamo. Bravi, ma svogliati.

Religione 3 Non la facciamo mai. Si sospetta un’ alta percentuale di atei in redazione, visto l’assenteismo verso la materia. Ma non si conoscono dati certi. È certo che nessuno  si confessa. Solamente la mascotte, Carmela Moretti, va a messa la domenica e in tutte le feste comandate. Prega regolarmente per tutta la compagnia ed è una cattolica praticante. Purtroppo è l’unica, quindi il voto collettivo è punitivo.

Condotta  5   I filosofi sono tendenzialmente anarchici e accidiosi. Per educarli alle buone maniere bisognerebbe usare la forza, ma visti i tentativi precedenti con Tommaso Moro, Giordano Bruno, Socrate… è certamente tempo perso. Per tenerli in cattività bisogna trattarli come si fa con  i cavalli. Strigliarli, ma solamente dopo averli nutriti e lasciati galoppare a briglie sciolte.

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La musica a Terezín 1941-1945

Postato da il 2 gen 2012 in Critica nel giudizio, Rubriche | o commenti

di Lorenzo Lorusso

Il delicato rapporto intercorso tra arte musicale e politica durante il Novecento – con particolare riferimento ai regimi totalitari che hanno insanguinato l’Europa nella prima metà del Secolo Breve – ha cominciato, non senza fatica, a guadagnare spazio anche nel panorama accademico e culturale italiano. Difatti, seppur con un ritardo di almeno un paio di decenni rispetto ad altre realtà europee ed oltreoceano, si sta finalmente prendendo coscienza dell’importanza che la musica – e l’arte in generale – può rivestire quale fonte privilegiata dalla quale attingere affinché si possa fornire una interpretazione più completa ed articolata delle società del passato. Certo, non si può ancora parlare della nascita e del consolidamento di un’area disciplinare specifica nel nostro paese, ma la tendenza degli ultimi anni fa ben sperare in un prossimo e più fecondo futuro. Una aspettativa che ha trovato riscontro nella pubblicazione di alcune monografie dedicate all’approfondimento del ruolo giocato dalla musica in un regime politico estremo come il Terzo Reich e all’interno di quella che può essere definita la sua manifestazione più terribile e disumana, l’Olocausto.

Accanto ad esse, tuttavia, non si può trascurare la meritoria funzione svolta dalle traduzioni di opere in lingua straniera, in grado di portare alla conoscenza del pubblico italiano volumi di fondamentale importanza nella letteratura dedicata al tema in oggetto. È questo il caso di La musica a Terezín 1941-1945 (Il Melangolo, 2011) di Joža Karas (1926-2008), la cui traduzione è stata curata da Francesca Romana Recchia Luciani e Raffaele Pellegrino. Si tratta di un lavoro pionieristico, scritto durante gli anni Settanta da un uomo che ha speso buona parte della sua esistenza nella raccolta di partiture, documentazione e testimonianze dirette relative alle attività musicali svoltesi presso il Konzentrationslager di Terezín durante il secondo conflitto mondiale. Un progetto nato per caso, ma che come l’autore stesso confida nel prologo del volume, “avrebbe occupato la mia mente, notte e giorno, per i successivi dieci anni”. Dotato di una penna felice ed elegante, Karas accattiva il lettore fin dalle prime pagine, laddove racconta innanzitutto le vicende più che decennali che hanno accompagnato il cammino della sua non semplice ricerca, per poi dedicarsi nei successivi diciannove capitoli e nel breve epilogo alla approfondita ma mai tediosa illustrazione di quanto ebbe luogo presso il «campo modello» di Terezín.

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Le emozioni della musica. Una lettura fenomenologica contemporanea

Postato da il 2 gen 2012 in Simposio | o commenti

di Raffaele Pellegrino

Ascoltando il secondo movimento (“Tempo di valse”) della celebre Serenata per archi op. 22 di A. Dvořák, è impossibile non constatare come l’animo non si limiti a sentire una mera successione melodica e armonica attraverso il senso dell’udito, ma ascolti, cioè senta e comprenda, un’eccedenza spirituale rispetto al materiale meccanico che emette le sequenze sonore. Insomma, non è possibile udire solo accordi maggiori e minori; l’esperienza ci dice che proviamo qualcosa, o almeno ci illudiamo di attribuire un significato a ciò che sentiamo. Che si parli di sentimenti o di significati, i suoni sembrano non bastare a se stessi senza un nostro intervento psicologico e/o ermeneutico. Soffermiamoci sulle emozioni. Cosa significa sottolineare il rapporto tra musica e sfera emozionale? Che il compositore esprime nella musica da lui creata il proprio mondo affettivo? Che la musica incorpora affetti ed emozioni? Che c’è una corrispondenza tra il cuore di chi ascolta e ciò che ascolta? Che la musica riproduca affetti ed emozioni? Naturalmente, ciascun interrogativo è una sfida, un problema che qui mi piace affrontare, brevemente ma spero in maniera efficace, attraverso il pensiero del filosofo americano Peter Kivy, il quale ci fornisce una lettura originale della questione (lasciando, naturalmente, aperti dubbi e aporie).

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